Lupi, Francesco Antonio

Francesco Antonio Lupi [San Pietro in Amantea (Cosenza), 16 luglio 1810 –  14 agosto 1894]

Figlio di Giuseppe e Rosa Sesti, dimostrò presto una forte disposizione per la pittura e la scultura. Quando il giovane re Ferdinando II di Borbone, il 7 aprile 1833, compì il suo primo viaggio in Calabria, dopo la sosta che fece a Cosenza, infervorato dai consensi che il sovrano stava riscuotendo, fece appello alla magnanimità del coetaneo giovane sovrano affinché gli concedesse un soccorso economico per mantenersi a Napoli onde potersi perfezionare nella scultura e nella pittura, essendovi versato e dove avrebbe potuto migliorare di molto. 
Nell’istanza così scriveva: «Sire, Francescantonio Lupi del Comune di S. Pietro in Amantea […] umiliato ai suoi piè, l’espone il genio, di cui è chiamato dalla natura nel dipingere e scolpire con maestria tutto e quanto gli si presenta d’avanti, tanto di figure, che di ornato, e di scultura, senza per questo avere avuto scuola. E sebbene le sue opere fossero da tutti applaudite, pur non di meno egli conosce che senza di una scuola saranno sempre imperfette. […] La misericordia sola, ed il genio ammirabile di V. M. in questa piacevole professione potrebbe supplire alla mancanza. All’oggetto torna egli a supplicare la carità di V. M. di ordinare a somministrargli qualche proporzionato sussidio, per mantenersi almeno un anno in codesta capitale per avere una scuola, e così perfezionarsi in quella professione, in cui viene da natura chiamato».
Da Napoli furono domandate notizie sul suo conto e il Sottintendente del Distretto di Paola così relazionò il 27 giugno 1833: «Di riscontro al rispettabile suo foglio degli 8 corrente, Le rassegno che il Sig. Francesco Antonio Lupi di S. Pietro in Amantea, è un giovane cui la natura ha dato una certa tendenza alla pittura ed alla scultura, che da sé pitta e scolpisce costantemente. Perfezionandosi coll’insegnamento si potrebbero di lui sperare Capi d’opera di questo genere. Dippiù egli è fornito di ottimi costumi, e di un carattere perfettamente tranquillo. Scarso poi di finanze per cui ha bisogno della Munificenza Sovrana per potersi mantenere in Napoli». 
Fu chiesta una prova della sua bravura e furono inviati un saggio di pittura e un altro di scultura che il Sottintendente accompagnava così scrivendo: «Io le assicuro che sono opere delle sue mani, e mi piace il poterle umiliare, che non m’ingannai quando le riferii che in lui si potev’avere un eccellente professore della pittura e della scultura. Ho veduto i saggi e mi sono sembrati ottimi. Ella ne giudicherà con maggior intendimento l’opera di questo ottimo giovane».
A Napoli capirono che il giovane era naturalmente incline a divenire un artista e fu stabilito che «i due lavori sono l’opera dello genio più che della istruzione», e fu assegnato al Real Istituto delle Belle Arti dove la sua assiduità e la buona condotta meritarono anche l’affezione dei suoi professori. 
Dalla Real Segreteria di Stato degli Affari Interni, all’Intendente di Cosenza fu risposto: «Debbo intanto farle conoscere che può far qui venire il giovinetto prendendo da qualche fondo di Beneficenza le piccole spese che potranno occorrere pel viaggio, e pel suo mantenimento servente il medesimo. Allorché sarà quì giunto, verrà ricevuto nel Real Albergo de’ Poveri, a cui potrà dirigerlo con di lei uffizio, essendoglisi fatta la corrispondente prescrizione. Poi ritroverà il Sig. Lupi i professori che potranno regolarmente istruirlo nella pittura e nella scultura, e sarà con distinzione trattato».
Il 28 novembre 1833, l’Intendente, consegnò all’artista 15 ducati per i bisogni del viaggio e, per il Soprintendente Generale del Reale Albergo dei Poveri, la seguente lettera di presentazione:  
«Un Tal Francesco Antonio Lupi di S. Pietro in Amantea, giovane beneficiato da Sua E. il Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni, ha ottenuto di essere mantenuto in codesto Reale Albergo per un anno onde apprendere l’arte della pittura, e scultura per la quale ha sortito dalla natura un certo talento, ma senza mezzi come coltivarlo. […] Ho quindi munito il Sig. Lupi di questo foglio, onde a lei consegnarlo, e prego la sua bontà di farlo accogliere in cotesto stabilimento per istruirsi nella pittura e nella scultura».
Si presentò nel Reale Albergo dei Poveri di Napoli il 18 dicembre 1833. Nella capitale si diede a studiare alacremente e con ardore riscuotendo il plauso dei professori che, soddisfatti del suo lavoro, sostennero «per provvedersi a poter proseguire una così nobil’arte in cui trovasi avviato per così comparire non come uomo ozioso ma degno di essere arruolato tra giovani che compongono la società degli uomini studiosi». Così divenne Magister, senza bisogno di essere sottoposto a ulteriori esami perché i corsi fatti gli furono sufficienti a far conoscere qual fosse il suo merito e gli fu accordato il permesso di poter liberamente esercitare la professione di pittore e di scultore. 
Rientrato nel «natio loco» aprì bottega in un basso sotto casa dov’era nato, in contrada Prache, in un vico che successivamente fu appellato «Vico Belle Arti», dove, macinando i colori, cominciò a dipingere tele e a scolpire il legno a mezzo busto, a corpo intero e a manichino dando prova delle sue capacità. 
Sposò Alessandrina Sesti (1825 -1862). Dalla loro unione nacquero sette figli e, ciò nonostante, la famiglia si è estinta a causa delle morti precoci, i nubilati, i celibati e l’emigrazione. Tramandò l’arte al solo figlio Luigi (1847-1915). Il nipote Francesco Antonio, figlio di Luigi, nato il 22 dicembre 1882, emigrò negli Sati Uniti nella prima decade del Novecento. Operoso dagli anni sin a gran parte della seconda metà del secolo in molti centri del cosentino e considerato da alcuni contemporanei come un «valente dipintore e scultore».
Abbellì Chiese e case con le sue opere dando ai personaggi atteggiamenti, sguardi e plasticità scultorea delle forme secondo le regole della buona pittura. A oggi sono state catalogate oltre 200 sue opere. Nel suo paese vi sono, nella Chiesa della locale Confraternita di Maria SS. delle Grazie, due pale d’altare raffiguranti San Giuseppe (1859), L’Ecce Homo (1859) e un San Giuseppe scolpito a mezzo busto. 
Anche nel circondario, soprattutto nelle Chiese, vi sono sue opere. Una scultura, a tutto corpo, raffigurante S. Lucia (1859) si trova nella Chiesa del Convento di S. Bernardino di Amantea. Nella stessa città vi è un S. Alfonso de Liguori (1838) nella omonima Chiesa, la quale è scultura del tipo manichino. Nella stessa Chiesa vi è anche il dipinto de L’Addolorata (1837). 
Nel Comune di Lago, per la chiesa della Madonna dei Monti, scolpì, a tutto corpo, la stessa Madonna delle Nevi (1839); sempre a tutto corpo per lo stesso luogo scolpì un S. Antonio Abate (1860) e dipinse, dello stesso Santo, anche una pala d’altare. 
Nella Chiesa di Santa Domenica, in Longobardi, vi è un S. Giuseppe (1841) a mezzo busto. 
A Belmonte, fatta a devozione del Sig. D. Giacomo Del Giudice, nella Parrocchia Lupi scolpì (1853) la Madonna della Buonserrata, a tutto corpo. 
Nel Comune di Serra Ajello scolpì la Madonna del Carmine (1850), figura intera.
Nel comune di S. Pietro in Guarano (Cs), nella Chiesa della Confraternita di S. Pietro Apostolo vi è la «Pinacoteca dei Lupi». Dall’Associazione ebbe l’incarico di abbellire la Chiesa e oggi vi sono 18 tele – sue e del figlio Luigi – di dimensioni, storie e soggetti diversi. Ovviamente la materia base delle sue decorazioni, profondo conoscitore, fu la Teologia e, di conseguenza, perché tradusse e interpretò il Vangelo, tutta arte sacra. Ma non soltanto arte sacra fu la sua, dipinse anche figure della società in cui visse. Ritrasse personaggi della vita politica, religiosa e mondana del suo tempo. Da qui una ritrattistica con splendidi dipinti di signori e dame.
Sull’altare maggiore vi sono rappresentati due episodi dell’antico testamento: a sinistra, guardando l’altare, l’Arcangelo Michele (1876) mentre sottomette Lucifero; a destra l’Arcangelo Raffaele (1876) col piccolo Tobiolo mentre pesca il pesce col cui fiele curerà la cecità del padre Tobia. Il resto è tutto Nuovo Testamento. Appena varcata la porta principale, dopo le due entrate laterali create dalla cantora, sotto di essa, vi sono Il Sacro Cuore di Gesù a sinistra e Il Cuore di Maria a destra. Nell’unica navata laterale, a sinistra con le spalle alla porta, due stupende tele di grosse dimensioni, si guardano; una rappresenta La discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli (1881), di elegante composizione per la sapiente distribuzione delle figure intorno al tavolo, ben disposte nello spazio, aggruppate con molte espressioni e l’altra, La guarigione del paralitico davanti al tempio di Gerusalemme (1881) praticata da San Pietro e San Giovanni.  Nel dipinto della guarigione del paralitico ed in quello de la Sacra Famiglia (1877) il rapporto tra le figure e gli ondulati profili dei colli si attua in un accordo perfetto.  Nella tela de l’Assunta (1876), Maria Vergine, nella salita al cielo, è circondata da piccoli angeli ed ai suoi piedi pose S. Pietro e S. Francesco di Paola. Il dipinto è allocato al tetto unitamente a quello delle tre virtù teologali La Fede, la Speranza e la Carità (1888).
L’Immacolata, (1877) ai cui piedi pose S. Antonio e S. Pasquale e La Sacra Famiglia sono nella cappella dell’Addolorata sita, questa, nella navata laterale. Nella navata principale, guardando l’altare, in alto, sul grande arco di pietra tufacea a tutto sesto con scanalature e capitelli appena accennati vi sono due tele a forma ovale: a destra la triplice negazione, a sinistra la triplice professione d’amore. Sulle colonne di sinistra incantano La liberazione di S. Pietro dal Carcere (1881) e La vocazione di Pietro ed Andrea con Gesù che dice: «Venite vi farò pescatori di uomini».  Sulla destra La Trasfigurazione.
Nella cappella privata del Vescovo di Cosenza vi è, in legno, scolpita la Madonna del Carmelo (1860).
Morì nel suo paese natale all’età di 84 anni. (Ferruccio Policicchio© ICSAIC

Nota bibliografica

  • D. S., Due S!cilie, «La Voce della Verità – Gazzetta dell’Italia centrale», 1364, 25 aprile 1840, p. 1;
  • Ferruccio Policicchio, San Pietro in Amantea e dintorni nell’Ottocento, Publiepa, Cosenza 1997, pp. 322-347.
  • Enzo Le Pera, Arte di Calabria tra Otto e Novecento: dizionario degli artisti calabresi nati nell’Ottocento, Rubbettino, Soveria Mannell 2001, p. 117;
  • Paola Guido, Francesco Antonio Lupi, “un artista sconosciuto”, «Calabria letteraria», 51, 7-9, 2003.
  • Federica Toscano, Pittura sacra nell’Ottocento nell’Arcidiocesi di Cosenza – Bisignano: I Casali, Tesi di Laurea, Università della Calabria, a. a. 2007-2008;
  • Enzo Le Pera, Gli artisti della Calabria. Dizionario degli Artisti Calabresi dell’Ottocento e del Novecento, Pellegrini, Cosenza 2013;
  • Katia Salfi, Francesco Antonio Lupi (San Pietro in Amantea 1810 – Napoli, 1894). Madonna con Bambino, detta “Madonna dei Monti“, in Giorgio Leone, Il Legno, Mostra sulla storia e la lavorazione del legno nella provincia di Cosenza, 7 ottobre-26 ottobre 2013, Grafica Florens, San Giovanni in Fiore, s.d. (ma 2013), pp. 176-177.

Nota archivistica

  • Archivio di Stato Cosenza, Segreteria Generale, busta 1 fascicolo 62.
RSS
Facebook
Facebook
Twitter
Visit Us
YouTube
Instagram