Romeo, Giovanni Andrea

Giovanni Andrea Romeo [Santo Stefano in Aspromonte (Reggio Calabria), 4 luglio 1786 – 28 aprile 1862]

Nacque da Gabriele e Rosa Suraci, entrambi provenienti da famiglie di professionisti e proprietari terrieri. Il padre, medico molto conosciuto oltre che giudice di pace, si schierò in favore della Repubblica Partenopea. Insieme al fratello Domenico, maturò in un ambiente familiare intriso di valori repubblicani, in cui ebbe un ruolo importante il canonico Domenico Marra, suo parente e docente di lettere e filosofia, che aderì con entusiasmo al decennio francese. Entusiasta, si arruolò nell’esercito murattiano come ufficiale del genio e alla sua famiglia furono riconosciuti ruoli nel governo locale, un fatto epocale se si pensa che Santo Stefano era stata feudo dei Ruffo fino al 1806. Tornato in Calabria, Romeo assunse il comando dei volontari armati del suo distretto, per contrastare il brigantaggio filoborbonico e, sempre nel 1806, fu nominato aiutante di campo del generale Reynier in Calabria Ultra. Dopo essere stato imprigionato nel castello di Pizzo a seguito della restaurazione, fu scarcerato beneficiando della politica di pacificazione voluta dalla Corona. Espressione di un notabilato locale forte e avvantaggiato da una consistente rete relazionale, entrò nella Carboneria nel 1811, divenendo Gran Maestro nel 1816. Nel 1811 sposò Caterina Marra e dall’unione nacquero Gabriele, Anna, Pietro Aristeo, Maria Rosa, Elisabetta, Domenico e Raffaele. 
Durante il moto dell’estate 1820, si manifestò chiaramente la forza di Romeo e degli altri liberali che occuparono le istituzioni locali subito dopo il pronunciamento di Nola, avvenuto nella notte fra il 1° e il 2 luglio 1820. Ma tutto fu vanificato dalla disastrosa sconfitta dell’esercito costituzionale del marzo 1821, e la terza restaurazione assolutista di Ferdinando I intraprese un’energica repressione con conseguente controllo poliziesco del territorio.
Successivamente la famiglia Romeo avviò un’impresa commerciale per lo sfruttamento dello zolfo siciliano, ma restò fortemente danneggiata dal conflitto commerciale tra Ferdinando II e gli inglesi. Il loro impegno politico si rafforzò grazie ai rapporti con il movimento liberale, che li vide impegnati, attraverso il comitato centrale napoletano e i comitati periferici, nella relazione con gli autonomisti siciliani, assumendo spesso posizioni politiche a carattere neoguelfo. 
Nel 1847 i fratelli Romeo insieme ai cugini si convinsero che i tempi erano maturi per avviare il moto insurrezionale, cosicché nel corso dell’estate il canonico Paolo Pellicano, a capo dei liberali di Reggio, incontrò il comitato di Messina per accordarsi sui tempi del moto. Ma il 1° settembre i patrioti messinesi, pensando di assestare un colpo di mano contro i borbonici, diedero inizio all’insurrezione con ventiquattro ore di anticipo, con l’unico effetto di allarmare l’esercito. A quel punto i reggini, che avviarono il moto il 2 settembre, come inizialmente pattuito, nel giro di pochi giorni furono schiacciati e il comitato rivoluzionario sciolto.   
In quella circostanza, Giovanni Andrea fu nominato comandante delle forze insurrezionali, ottenendo da subito la resa del presidio del castello di Reggio, ma nel giro di pochi giorni i patrioti dovettero fare i conti con lo sfaldamento della rivolta. Le forze regolari, arrivate in città sia da terra che da mare, iniziarono a rastrellare quartieri e campagne con l’ausilio delle guardie urbane; gli insorti si diedero alla fuga verso l’Aspromonte, alcuni furono catturati e, dopo un processo sommario, giustiziati. Il fratello di Giovanni Andrea, Domenico, fuggito con un gruppo di gregari, fu raggiunto dalla guardia urbana di Pedavoli, giustiziato e decapitato, e la testa, prima portata in trionfo per le strade di Reggio, poi esposta alla cancellata del carcere comunale. Gli altri compagni vennero catturati e condannati a morte, ma la pena fu commutata.
Quando, nel 1848, Ferdinando II dovette concedere la costituzione, a seguito della rivolta armata in Sicilia e della mobilitazione politica nel resto del regno, i congiurati che si trovavano nel bagno penale di Nisida e in altri luoghi di detenzione furono amnistiati. Giovanni Andrea ottenne la guida dell’Intendenza di Salerno. Nelle successive elezioni, i liberali conquistarono in Calabria tutti i collegi, lasciandone uno soltanto ai sostenitori della monarchia e il nipote Stefano, dopo l’elezione diventò segretario della Camera. I liberali calabresi furono fra i più acerrimi nemici di Ferdinando II, anche a seguito del grave attentato contro la vita del canonico Pellicano, un atto maturato nel gruppo ristretto dei consiglieri del re. I calabresi furono i primi ad avviare gli scontri di strada del 15 maggio 1848 a Napoli. In questa fase, Giovanni Andrea fu destituito dalla carica di Intendente, mentre in Calabria divampava la rivolta, repressa nel sangue dall’esercito borbonico dopo la battaglia sull’Angitola. Giovanni Andrea, il figlio Pietro Aristeo e il nipote Stefano presero la via dell’esilio. I primi due raggiunsero Torino, dove furono acclamati al loro arrivo, mentre Stefano si stabili nell’Impero ottomano.
Nel 1848 Romeo fu nominato, nell’assise di Torino, presidente della rappresentanza meridionale al Congresso nazionale per la confederazione italiana. Nell’assemblea sostenne la proposta a favore del suffragio universale maschile e maturò il giudizio negativo sull’idea dell’Italia giobertiana. Nella capitale sabauda Romeo divenne, insieme al conterraneo Casimiro De Lieto, un riferimento per i tanti fuoriusciti meridionali. Fu tra i promotori della Società dell’emigrazione delle Due Sicilie di Torino, di cui fu eletto presidente, coinvolgendo nel gruppo dirigente altri emigrati influenti, come Michelangelo Pinto e Pasquale Stanislao Mancini. 
Viaggiò molto, insieme al figlio Pietro, ormai divenuto un noto ingegnere, conoscendo personalità importanti dell’epoca, tra le quali spicca Giuseppe Mazzini. Fu inviato da Cavour come plenipotenziario insieme a Francesco Stocco e Tito Saliceti, per incontrare Luciano Murat a Ginevra, al fine di valutarne la disponibilità a divenire Re in sostituzione di Ferdinando II, attraverso una insurrezione armata e il sostegno delle potenze europee, opzione che decadde per la forte opposizione degli unitari stessi che lo vedevano come un atto di sudditanza ai francesi. Romeo, nello stesso periodo, fu molto impegnato nell’attività di propaganda politica anti borbonica, tanto da pubblicare anche un libello nel 1859 in cui scriveva dell’imminente crollo del Regno delle Due Sicilie. Guidò il gruppo calabrese e meridionale alla definitiva adesione alla Società nazionale italiana, mentre il figlio Pietro partecipò da volontario alla seconda guerra d’indipendenza. 
Il successo dei Mille si fondò sull’adesione che le maggiori famiglie del notabilato calabrese diedero a Garibaldi, dopo un’attenta e lunga preparazione portata avanti da patrioti come Giovanni Andrea Romeo e altri del suo gruppo. L’apparato borbonico si trovò isolato nel contesto sociale e politico e, malgrado la concessione della costituzione da parte di Francesco II, l’atteggiamento dei gruppi politici calabresi restò freddo. Tale sentimento, che pervadeva la stessa borghesia e aristocrazia dei grandi centri urbani, nella regione alimentava l’isolamento del già disorientato esercito borbonico. Dopo la battaglia di Piazza Duomo a Reggio Calabria, i quadri garibaldini alla guida della rivoluzione italiana pianificarono la svolta nelle istituzioni occupandole, come nel caso di Plutino a Reggio, ed epurandole dagli elementi fedeli ai Borbone. Questo stato di fatto e l’organizzazione pianificata nei dettagli, portarono Garibaldi a marciare indisturbato verso la capitale. Una volta giunto a Napoli, Giovanni Andrea Romeo fu nominato dal governo garibaldino prima amministratore generale delle Acque, delle Foreste e della Caccia e, in seguito, consigliere di Stato. 
Nelle elezioni del primo parlamento unitario il figlio di Giovanni, Pietro Aristeo, fu eletto con i cavouriani, e il nipote Stefano con i radicali. Giovanni Andrea Romeo morì a 75 anni. (Fabio Arichetta) © ICSAIC 2020

Opere

  • Scritti e discorsi. Situazione del Regno di Napoli (appunti corretti da Cesare Correnti), s. n., Torino 1859.

Nota bibliografica

  • Paolo Pellicano, Memorie della mia vita,  : Stab. tip. di V. Morano, Napoli 1887, passim
  • Vittorio Visalli, I calabresi nel Risorgimento italiano. Storia documentata delle rivoluzioni calabresi dal 1799 al 1862, Tip. G. Tarizzo e Figlio Edit., Torino 1891, passim
  • Domenico De Giorgio, Aspetti dei moti del 1847 e 1848 in Calabria, Historica, Reggio Calabria 1955, ad indicem
  • Silvia Rota Ghibaudi, L’emigrazione politica calabrese in Piemonte (1848-1860), «Calabria Nobilissima», XIV, 39-40, 1960, pp. 1-18; 
  • Gaetano Cingari, Romanticismo e democrazia nel Mezzogiorno. Domenico Mauro (1812-1873), Esi, Napoli 1965, ad indicem
  • Giovanni Battista Furiozzi, L’emigrazione politica in Piemonte nel decennio preunitario, Olschki, Firenze 1979, ad indicem
  • Gaetano Cingari, Reggio Calabria, Latersza, Roma-Bari 1988, ad indicem
  • Giuseppe Musolino, S. Stefano in Aspromonte. Cinque patrioti, un ragazzo e la bandiera,  Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria 2003; 
  • Domenico Romeo, L’attività politica dei Romeo dal 1848 a dopo l’Unità d’Italia, «Rivista storica calabrese», XXXII, 1-2, 2011, pp. 95-129; 
  • Stefano Iatì, Il sogno patriottico dei Romeo. Domenico, Giovanni Andrea, Stefano e Pietro Aristeo Romeo (la lotta, l’esilio, il privato), Laruffa, Reggio Calabria 2013; 
  • Carmine Pinto, La rivoluzione disciplinata del 1860. Cambio di regime ed élite politiche nel Mezzogiorno italiano, «Contemporanea», XVI, 1, 2013, pp. 39-68;
  • Carmine Pinto, Giovanni Andrea Romeo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 88, Roma 2017.

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, Fondo Vittorio Visalli;
  • Archivio del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, Fondo Casimiro De Lieto.
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