De Caro, Ricciotti Francesco (dom Mauro)

Ricciotti Francesco De Caro (dom Mauro) [Cetraro (Cosenza) 16 settembre 1902 – Cava dei Tirreni (Salerno) 18 maggio 1956] 

Nasce in località Testa, residenza di campagna della famiglia, dote della madre donna Maria Ermelinda Del Trono, moglie di Giovanni Antonio De Caro. È il quinto figlio dopo Olimpia, Giuseppe, Angiolino, Carlo, cui seguiranno Maria Raffaella, Gerardo, Maria Dolores, Assunta Margherita. Ben presto viene a mancare la madre, a seguito di malattia cardiaca: non aveva assolto alle prescrizioni mediche di non dare corso a gravidanze, per la salda convinzione che bisognava affidarsi alla volontà di Dio.  
Cresce in un ambiente caratterizzato da austerità e profondo senso religioso della vita, intesa come continuo perfezionamento. Trascorre lunghi periodi nella casa paterna del Bosco, una campagna cetrarese affacciata sul mare, a contatto con la natura, amando molto gli uccelli di cui riusciva a imitare il canto, costruiva gabbie di canna con cui li catturava, per poi liberarli. Dai racconti dei familiari si ricava il ritratto di un ragazzo generoso, sorridente, affabile e scherzoso, che già in tenera età conciliava giochi, osservanza del culto e serietà d’impegno in qualsiasi compito gli fosse assegnato. Frequenta le scuole elementari a Cetraro; nel 1914 si trasferisce a San Marco Argentano per proseguire gli studi, entrando successivamente in seminario, dove «rivelò già subito…le sue buone attitudini e la sua propensione alla preghiera e al silenzio». Per i gradi superiori degli studi si trasferisce presso la Badia benedettina di Cava dei Tirreni, che diventerà la sua dimora.
All’età di 16 anni manifesta la volontà di farsi monaco, frequenta il noviziato nell’abbazia di San Paolo fuori le Mura, in Roma, sotto la guida dell’abate Ildefonso Schuster, futuro cardinale arcivescovo di Milano, fino alla professione semplice nel 13 marzo 1921, ed è ordinato sacerdote il 17 luglio 1927 da mons. Carlo Gregorio M. Grasso, arcivescovo di Salerno, anche lui benedettino, assumendo il nome di Mauro. Il 29 giugno1928 consegue con encomio, a Roma, il dottorato in Teologia presso il Collegio Internazionale di Sant’Anselmo; nel 1931 gli viene conferito, cum summa laude, il diploma di Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio Vaticano, conoscenze che mette a frutto per il riordino del Codex diplomaticus cavensis. Iscrittosi all’Università di Roma La Sapienza, facoltà di lettere, è allievo, assai stimato, del filologo classico Nicola Festa e dello storico Pietro Fedele. Consegue il titolo, con il massimo dei voti e la lode il 24 giugno 1931, discutendo con il prof. Fedele una «memorabile tesi di laurea sul monachesimo basiliano nell’Italia meridionale e la congregazione cavense». Eccellente esperto delle lingue antiche, studia anche il tedesco, che perfeziona con soggiorni di studio in Germania e in Austria.
Di ritorno alla Badia, insegna nel Liceo interno; vice preside nel 1932, vice rettore del collegio nel 1933, rettore e sotto priore nel 1941, priore claustrale nel 1943; dall’ottobre 1945 è preside fino all’elezione ad abate. Unanime il ricordo della sua profonda sintonia con gli alunni. Uno di loro ha ricordato che una volta dom Mauro annunciò sorridente agli studenti, timorosi di una possibile interrogazione, che quel giorno non avrebbe interrogato, vedendo così fiorire sorrisi. Aggiunse che avrebbero però dovuto affrontare una versione dal greco. All’obiezione della mancanza dei vocabolari, esclamò: «E studenti di terza liceo, del liceo della Badia di Cava, hanno bisogno di vocabolario? Ci sono io qua ad aiutarvi». Così impararono a tradurre dal greco senza vocabolario. 
La notizia dell’elezione ad Abate lo trova in una classe tra i suoi allievi mentre tiene lezione di greco: testimonianze narrano che arrossì, commosso, tra le grida di esultanza dei giovani, coperto il volto con le mani, in silenzio orante. La benedizione come 126° abate cavense avviene il 21 marzo del 1946, impartita dal cardinale Schuster.
Per l’occasione torna a Cetraro, accompagnato dal Cardinale, presenzia alle cerimonie in suo onore e riti di ringraziamento organizzati dal vescovo di San Marco. Poche altre volte si concede giorni di riposo in famiglia, precisando che quella non era più la sua casa, che altro era il servizio nella sua vita. Non ha, però, mai dimenticato la sua famiglia mantenendo corrispondenza con le sorelle e i fratelli, rispondendo alle loro lettere e inviandone altre sempre brevi e ricche di moniti, consigli ispirati all’obbedienza, all’umiltà, con un permanente richiamo al Vangelo e alla Regola benedettina e all’esempio dei santi. Presente nella vita dei nipoti e delle nipoti, con brevi messaggi per l’inizio degli studi, elogiandone l’impegno, richiamando la serietà necessaria per perfezionare il proprio spirito attraverso lo studio e la conoscenza, invocando la protezione di Maria.    
Intensa la sua opera pastorale, sempre vicino alle comunità e attento alle condizioni sociali. Viva l’attenzione ai minori. Subito dopo la sua elezione, pubblica sul Bollettino Ecclesiastico, nel numero d’autunno del 1946, l’appello «Salviamo il Fanciullo» in cui sollecita l’azione dei sacerdoti della Diocesi sulla «piaga della fanciullezza abbandonata», nella devastazione sociale del dopoguerra. Così come in occasione dell’alluvione di Salerno del 25-26 ottobre 1954, che nella sola Cava fece 37 vittime, quando quel disastro mobilitò il suo profondo spirito di carità. Nel 1950, il primo novembre, indice il Sinodo Diocesano, per riflettere sulla nuova situazione sociale, sugli esiti tragici della guerra; nelle sue parole di fede e fiducia nel futuro il richiamo al clero per dare conforto alle comunità, onde sostenere il diffuso anelito di giustizia e rinsaldare la perseveranza nella parola evangelica. «Don Mauro guidò le due comunità, monastica e dei fedeli, con il suo innato senso del dovere e prudenza pastorale e con non comune spirito di sacrificio, da vero padre e pastore».
Nel 1955 riceve dal Presidente della Repubblica la medaglia d’argento dei Benemeriti della Cultura, su segnalazione del Ministro della Pubblica Istruzione, riconoscimento della sua opera di filologo e cultore di lingue antiche. Ammalatosi di carcinoma allo stomaco, dopo un lungo anno di sofferenze, sopportate in sorridente silenzio, la morte lo coglie per infarto polmonare a 54 anni, il 18 maggio 1956. Consapevole della fine imminente, chiese la lettura della Pentecoste del Manzoni, dettò a dom Michele Marra, futuro abate, un inno in latino sulla carità fraterna e salutò i confratelli con le parole: «Vi ringrazio e state allegri». 
La convinzione della sua vita santa indusse i padri cavensi, nella persona dell’abate Marra, a promuovere la causa di beatificazione e canonizzazione il 12 agosto 1979.  A sentire numerose testimonianze, nel modo in cui ha affrontato la malattia si riscontra il tratto ascetico della sua esistenza, fusa con la Regola benedettina: dal timor di Dio alla carità perfetta. Mons. Farina, sacerdote a lui vicino, ha scritto: «Affermo e confermo che accostando lo scomparso mons. Abate, ebbi sempre la sensazione di trovarmi alla presenza di un Santo…. No, non devo piangere per il mio Pastore che è Santo, se io devo piangere, devo piangere per i miei peccati». 
Nel decennio sotto la sua guida, la Badia ha registrato notevoli ammodernamenti e restauri nella struttura e nel funzionamento con migliorie nell’accoglienza. In tale prospettiva si colloca la fondazione del Museo della Badia in cui sono state raccolte le opere che nei secoli hanno adornato il cenobio. Notoria è la sua familiarità con il latino e il greco. Era suo costume tradurre e chiosare le pagine che riteneva importanti per i giovani. Si narra che nell’aggravarsi delle sue condizioni, chiedesse ai monaci di bruciare quelle carte, per affermare che le aveva curate non per la sua gloria, ma perservitium Dei. I monaci lo raccontarono ai familiari a segnalare la sua dote più grande: l’umiltà. Non è certo però che le carte siano state distrutte. (Gilda De Caro) © ICSAIC 2022 – 2

Opere

  • Badia della SS. Trinità di Cava. Descrizione storico-artistica illustrata, Tip. monastica, Badia di Cava 1926 (poi in Touring Club d’Italia, 1927);
  • Evolutio characteris sacramentalis, Tesi di Laurea in Teologia nel Collegio Sant’Anselmo, Roma 1928;
  • Rimembranze monastiche. La Chiesa di S. Benedetto di Cetraro. Ricordo della consacrazione. 5 ottobre 1929, Tipografia di S. Francesco di Paola, Paola 1929;
  • L’Ordo Cavensis nei sec. XI e XII, tesi di laurea in lettere, dattiloscritta, Roma 1931, in Archivio della Badia di Cava al n. 7;

Nota bibliografica

  • Alfonso Maria Farina, Il servo di Dio don Mauro De Caro OSB nei miei ricordi, Paes, Cava dei Tirreni 1986;
  • Ermanno Raimondo, “L’Abate Santo” Don Mauro De Caro O.S.B., Calabria Edizioni 2014;
  • Nicola Russomando, Il Servo di Dio D. Mauro De Caro, in «Ascolta» (Cava dei Tirreni), LXVI, 200, dicembre 2017-marzo 2018.
  • Bollettino Ecclesiastico ufficiale per la Diocesi della SS. Trinità di Cava, Archivio Storico della Badia, anni 1946-1956.

Nota

  • Viva gratitudine a don Ermanno Raimondo per il prezioso lavoro di ricerca di fonti e di documenti.