Baglioni, Umberto

Umberto Baglioni [Scalea (Cosenza), 11 aprile 1893 – Torino, 12 dicembre 1965]

Era figlio di Giovanni e di Evelina Botto e risulta registrato allo Stato Civile del Comune di Scalea con il nome Umberto Demetrio. Non è documentata l’attività, né sono noti i luoghi di origine di entrambi i genitori, essendo il cognome di estrazione tosco-umbra e quello della madre diffuso nel settentrione, nel Piemonte in particolare.
Così come non vi sono tracce, né più memoria storica, del periodo dell’infanzia a Scalea e degli studi primari compiuti, anche se da alcune fonti risulta aver frequentato l’Accademia Atesina di Belle Arti a Modena e quelle di Urbino e di Firenze, così come risulta, sempre da fonti diverse, che si trasferì a Torino nel 1917, quando aveva già 24 anni. Per la sua riservatezza risultano scarne anche notizie sulla sua vita privata negli anni successivi.
Da tale periodo in poi si ha una più compiuta cognizione del personaggio, che andò a Torino dopo aver completato altrove il percorso di studi propedeutico, per seguire nel capoluogo piemontese i corsi di formazione e perfezionamento in ambito scultoreo presso l’Accademia Albertina di Belle Arti sotto la guida del prof. Edoardo Rubino, divenuto poi suo mentore, noto scultore e disegnatore, dapprima professore aggiunto del corso di scultura il cui titolare era il prof. Cesare Zocchi, e che poi divenne titolare di cattedra nel 1924, subentrando a quest’ultimo.
L’influenza di Rubino su Baglioni fu molto marcata e orientata alle tendenze del liberty, ma in seguito i tratti artistici espressi si ricondussero ad un maggiore equilibrio estetico e al recupero di linee classiche, con la purezza delle forme e l’armonia della composizione, con un timbro estatico e arcaico, caratteristiche presenti nella pittura anche tra gli artisti del “Gruppo del Novecento” fondato a Milano, tra gli altri, da Mario Sironi ed Emilio Malerba nel 1922. Il talento di Baglioni non passò inosservata né agli esperti né alla politica dell’epoca: per il regime fascista l’arte divenne oggetto di propaganda e richiamava la “romanità” cui si ispirava. Nel ventennio, peraltro, il regime istituì mostre, erogò sostegni finanziari e costituì Enti volti alla conservazione delle opere d’arte, pur garantendo alle Accademie la parte didattica, favorendo la coniugazione tra stili antichi e moderni, al punto che l’architettura del periodo divenne un compendio di modernismo, futurismo e razionalismo. Anche prima dell’avvento del fascismo, nel 1919, Baglioni – che si era ben inserito negli ambienti della ricca, gaudente e influente borghesia torinese – veniva elogiato dai critici per “la capacità di raggiungere alte vette e di avvolgere l’opera con un velo mistico” nell’ammirare le sue opere sempre più legate al Neoclassicismo romano.
Nel 1920 aprì un suo studio e cominciò a esporre al pubblico e vendere agli amatori sue opere. Diverse sculture di quel periodo, ma anche degli anni e decenni successivi, sono custodite sia a Torino presso l’Accademia Albertina sia a Venezia presso l’ASAC (Archivio storico dell’arte contemporanea), sia presso collezionisti privati. Baglioni amava soprattutto esprimersi, con l’utilizzo di materiali diversi, mediante sculture di dimensioni maggiori, che dovevano costituire un messaggio più “popolare”.
Già nel 1921 realizzò un monumento, inaugurato il 20 settembre di quell’anno, a Uscio, presso Genova, per commemorare i caduti della Grande Guerra, una statua di bronzo raffigurante un fante posta su un basamento di pietra con le lapidi ai quattro lati. Ma aveva cominciato a esporre già dal 1920 alla Promotrice delle Belle Arti sita nel Parco del Valentino e, sempre a Torino, al Circolo degli Artisti, dal 1923, anno in cui partecipò alla Quadriennale (che registrò anche la presenza di Giorgio De Chirico, esponente del “ritorno all’ordine” nella pittura) con una scultura in gesso dal titolo Salomè. Espose anche alla Promotrice di Genova nel 1924 (con le opere La sposa dell’eroe e Nostalgia).
Baglioni sposò a Torino, il 29 ottobre 1927 Saveria Alberti Ceppa. Da tale unione nacque un figlio, Giovanni, che ispirò l’autore per un’opera esposta alla Biennale di Venezia del 1932 dal titolo Mio figlio, una testa in bronzo caratterizzata dai capelli mossi e dallo sguardo curioso che trasmette “una sensazione di innocente stupore”, un lavoro che ripropone i tratti dell’impressionismo tipico di altri scultori contemporanei come Italo Griselli, Libero Andreotti, Arturo Martini e Francesco Messina, ma che esprime, assecondando i dettami del regime, la vitalità dei giovani italiani che guardano al futuro con cipiglio ed entusiasmo.
Entrato nel circuito degli artisti più apprezzati, Baglioni fu presente anche alla Mostra di Arte Sacra tenutasi a Roma nel 1930 con una Madonna con Bambino e poi alle Quadriennali tenutesi nella capitale nel 1931, nel 1943 (anno in cui espose Leda senza il cigno, in bronzo, Angelo musicante, in terracotta, e Nuda al sole, in pietra) e anche nel dopoguerra, tra il 1951 e il 1952 (la VI edizione della rassegna) con tre sculture in pietra, Adamo ed EvaSalomè e Penelope). All’Esposizione sindacale fascista di Torino del 1929 espose una allegoria della Eternità, nel 1930 Il giovane ginnasta, nel 1931 Ginetto, assieme a Adolescente e signorina, nel 1932 La fidanzata e nel 1935 Selvaggia (oggi custodita a Genova presso la Galleria d’Arte Moderna), Mio figlio e Il Conte di Torino. Nel 1933 fu presente anche alla “Sindacale” di Firenze, esponendo La Bella Addormentata e Ritratto. Baglioni partecipò a ben sette edizioni della Biennale di Venezia (1932, 1934, 1936, 1940, 1942 e, nel dopoguerra, 1948 e 1954). Nel 1942 ebbe il privilegio di esporre ben undici sue opere in una sala riservata solo ad esse e intervenne anche nella facciata del Palazzo dove aveva sede l’esposizione, a Ca’ Giustinian (Piazza San Marco). Su “Le tre Venezie”, mensile edito dalla federazione provinciale fascista della città lagunare, la critica si espresse in questi termini: “Napoleone Martinuzzi [scultore che prediligeva il vetro] e Umberto Baglioni respirano un’atmosfera più calma, vivono in un mondo più sereno, dove il sentimento è contenuto e dominato dal gusto; la loro musa è Tersicore, protettrice della Danza, dall’agile passo e dall’equilibrio difficile”.
Nel 1936 fu lui, all’Accademia Albertina, a ereditare la cattedra del prof. Rubino, dopo l’esperienza di docente presso la Belle Arti di Venezia. In quello stesso anno realizzò due importanti sculture nell’attuale Piazza CLN (già Piazza delle Chiese), nel centro storico di Torino, quale vincitore di un concorso aperto ai giovani artisti di quel periodo, inaugurate poi nel 1937. Sulle 56 proposte esaminate dalla Commissione venne scelta quella di Baglioni. Il bando prevedeva “la formazione di due facciate monumentali in pietra da taglio verso la nuova piazzetta, intonate all’insieme architettonico delle località quale risulterà dal complesso dei nuovi palazzi: le due facciate comprenderanno due fontane con sculture allegoriche”. Lo scultore realizzò due allegorie, di chiaro stampo neoclassico novecentista, dei fiumi principali di Torino, il Po e la Dora Riparia, sul retro delle chiese di Santa Cristina e San Carlo, in contemporanea ai lavori di sistemazione di via Roma curati dall’architetto Marcello Piacentini, uno dei più importanti urbanisti dell’epoca. Nell’allegoria, Baglioni rappresentò i due fiumi sotto forma di figure umane, un uomo barbuto e una donna prosperosa, che avevano anche un significato esoterico, assimilando il Po al Sole e la Dora Riparia alla Luna, vale a dire la parte maschile e quella femminile, utilizzando materiali pregiatissimi.
Ebbe anche un rapporto di collaborazione con i noti architetti Ettore Sottsass senior e Antonio Pogatschnig abbellendo con sculture e bassorilievi la facciata di Casa Riva, sempre a Torino, un edificio civile in stile razionalista.  
Dopo il periodo bellico continuò l’attività di docente in Accademia e partecipò ad alcuni tra gli eventi nazionali più importanti e alla mostra L’Arte nella vita del Mezzogiorno d’Italia tenutasi a Roma nel 1953 al Palazzo delle Esposizioni, e alla mostra Premio del Fiorino di Firenze del 1962, a Palazzo Strozzi, con un’opera in bronzo dal titolo Marcella.
Baglioni è stato autorevole esponente della classicità della scultura, che ha conferito alle sue opere ulteriore sensibilità interiore, ma anche di un verismo legato alla propaganda coloniale fascista e alle allegorie. Un artista versatile ma rigoroso negli stili e nell’utilizzo dei materiali più idonei per trasferire il suo messaggio artistico. Per la sua attività ha vinto numerosi premi.
Morì nel 1965 a Torino, città nella quale è sepolto al Cimitero Monumentale, nel quale sono presenti sue numerose sculture che adornano le cappelle gentilizie di diverse famiglie, tra le quali quelle nobiliari Rippa-Peracca e Zuffi. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2022 – 11 

Nota bibliografica

  • Alfonso Panzetta, Dizionario degli Scultori Italiani dell’Ottocento e del primo Novecento, Allemandi, Torino 1994 (ultima edizione edita da AdArte, Palermo 2003);
  • Wolf Tegethoff, Allgemeines Künstlerlexikon: die bildenden Künstler aller Zeiten und Völker (Lessico generale dell’artista – Gli artisti visivi di tutti i tempi e di tutti i popoli), Edizioni KG Saure, Monaco di Baviera 1999;
  • Enzo Le Pera, Enciclopedia dell’arte di Calabria, Ottocento e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, ad nomen;
  • Marco Pretelli e Andrea Ugolini, Le fontane storiche, Casa editrice Alinea, Firenze 2011;
  • Marco Vallora, Dal divisionismo all’informale: tradizione, visionarietà e geometria nell’arte in Piemonte 1880-1960, Ed. Mazzotta, Milano 2011;
  • Carlo Ostorero e Roberto Cortese, Capolavori e meraviglie del Cimitero Monumentale di Torino, Edizioni del Capricorno, Torino 2018;
  • Enzo Le Pera, Ars sine tempore, Viaggio nell’arte di Calabria dal XIX secolo ad oggi, Ferrari editore, Corigliano Rossano 2021, ad nomen;