Bardari, Giuseppe

Giuseppe Bardari [Pizzo (Vibo Valentia), 6 maggio 1817 –  22 settembre 1861]

Apparteneva a famiglia benestante impegnata in campo agricolo e commerciale. Nativo di Pizzo, al tempo in Calabria Ulteriore II, compì gli studi a Monteleone (oggi Vibo Valentia), poi nel seminario vescovile di Mileto, infine a Napoli. Eccelleva negli studi letterari e filosofici. Giovanissimo si dilettò di poesia e scrisse, a soli 17 anni, il libretto dell’opera Maria Stuarda, tragedia lirica musicata da Gaetano Donizetti.
Il musicista bergamasco, per lavoro, viaggiava freneticamente attraverso l’Italia e a Napoli rappresentò molte opere, alcune composte in poche settimane. Il Real Teatro di San Carlo era allora gestito dal vulcanico Domenico Barbaia, che gli commissionò l’opera tratta dal dramma Maria Stuart del tedesco Friedrich Schiller. Il libretto scritto da Bardari non piacque però ai censori napoletani, soprattutto perché trattava la cruenta vicenda coinvolgente una famiglia reale. Imposero perciò la revisione del testo. Se ne occupò in fretta e furia Pietro Salatino, che trasportò l’ambientazione nella Firenze del Duecento, cambiando il titolo in Buondelmonte. La rappresentazione avvenne nell’ottobre 1834. L’anno dopo, nel dicembre 1835, alla Scala di Milano andò in scena la Maria Stuarda, secondo il libretto di Bardari. L’interprete principale fu la famosa Maria Malibran. Tuttavia, dopo 6 sere («e nel momento il più felice», secondo Donizetti), le autorità austriache imposero la sospensione dello spettacolo.
Quella burrascosa esperienza rimase l’unica di Giuseppe Bardari come librettista d’opera. Tornò agli studi di giurisprudenza, rimanendo sempre in cordialissimi rapporti con Donizetti, che fu suo ospite in Calabria, apprezzando molto il buon vino locale.
Laureatosi col massimo dei voti, nel 1840 entrò in magistratura per concorso. Aveva maturato solide convinzioni liberali e, non a caso, era legato da amicizia con Michele Bello, il patriota fucilato il 2 ottobre 1847 presso il convento dei Cappuccini di Gerace, insieme con quattro compagni.
Nel 1848 Bardari prestava servizio presso l’ufficio giudiziario di Monteleone quando, scoppiato il moto rivoluzionario calabrese, lo sostenne apertamente, incitando la popolazione a opporsi alle truppe capitanate dal generale Nunziante. Quando i vecchi poteri furono restaurati, Bardari fu inquisito e allontanato dal corpo giudiziario. In sua difesa, cercò di giustificare la presenza tra i ribelli intendendo moderarne gli eccessi e, quanto ai maltrattamenti subiti a Monteleone da soldati napoletani infermi, sostenne che aveva saputo del fatto riprovevole quando esso s’era ormai compiuto.
Perso l’impiego, prese dimora a Napoli dedicandosi alla libera professione. Non mancò di frequentare i salotti “liberali” e la polizia borbonica lo schedò come persona poco affidabile. Nella capitale conobbe e strinse un forte legame con l’avvocato pugliese Liborio Romano che, nel 1860, fu uno dei protagonisti del passaggio dal vecchio al nuovo regime e tacciato per questo d’essere un formidabile doppiogiochista.
Il 19 agosto 1860, con decreto firmato da Francesco II, Giuseppe Bardari, che era stato riammesso in magistratura con funzioni di giudice presso la Gran corte criminale, fu nominato prefetto di polizia (oggi diremmo questore), essendo amico Romano ministro segretario di Stato dell’interno e polizia. 
Poche settimane dopo, il 6 settembre, il giorno prima che Garibaldi arrivasse a Napoli in treno proveniente da Nocera, alle cantonate fu affisso il proclama, redatto da Bardari, col quale il partente Francesco II salutava i sudditi. Il testo iniziava così: «Fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, e io intendo compierli con rassegnazione scevra di debolezza». Contemporaneamente Bardari fece affiggere un manifesto a suo nome, invitando i napoletani alla concordia e alla moderazione. Questo l’incipit: «Cittadini! Il Re parte. Tra un’eccelsa sventura che si ritira e un altro principio che, trionfando, si avanza, la vostra condotta non può essere dubbiosa». Tenuto conto del diffuso analfabetismo e dei toni aulici dei due testi, è dubbio che essi siano stati conosciuti e compresi dai contemporanei. Possiamo pensare piuttosto che furono scritti per la Storia.
Andò incontro a Garibaldi al suo arrivo a Napoli e come prefetto di Polizia sedette nella stessa carrozza del generale. L’8 settembre 1860 il Dittatore delle Due Sicilie, che lo considerava un patriota, lo nominò consigliere della Corte dei Conti, sostituendolo come prefetto di polizia con Ferdinando Cito. E pochi giorni dopo, il 13 settembre, lo nominò anche presidente della Commissione amministrativa dei beni appartenenti al disciolto Ordine dei Gesuiti.
Fu proprio Bardari a stendere la relazione a corredo del decreto («magnitiva pagina di prosa Italiana») che abolì i privilegi, a suo tempo concessi da re Ferdinando al comune di Pizzo, per la condotta tenuta dai napitini nel 1815, in occasione dello sfortunato sbarco di Gioacchino Murat. 
Ritornato a Pizzo, morì all’età di 44 anni, un anno dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli. Dei figli nati dal matrimonio con Carlotta Salomone, si ricordano Giovanni ufficiale garibaldino, Renato Luciano magistrato, Domenico alto funzionario dell’amministrazione dell’Interno. (Donato D’Urso) © ICSAIC 2022 – 4 

Opere

  • Maria Stuarda. Tragedia lirica in quattro parti da rappresentarsi nell’Imp. Reg. Teatro alla Scala il carnevale 1835-36, Luigi di Giacomo Pirola Milano s.d (ma 1835).

Nota bibliografica

  • Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie dal 1° gennaio a tutto il 6 settembre 1860, Stamperia Reale, Napoli 1860;
  • Memorie politiche di Liborio Romano pubblicate per cura di Giuseppe Romano suo fratello con note e documenti, Giuseppe Marghieri editore, Napoli 1873;
  • La fine di un re. Murat al Pizzo (testimonianze inedite), a cura di Ettore Capialbi e Gaetano Gasparri, Passafaro, Monteleone di Calabria 1894;
  • Giuseppe Falcone, Poeti e rimatori calabri: notizie ed esempi, vol. 2°, Stabilimento tipografico Pesole, Napoli 1902;
  • Raffaele De Cesare, La fine di un regno, S. Lapi, Città di Castello 1908-1909;
  • Guido Zavadini, Gaetano Donizetti: vita, musiche, epistolario, Istituto Italiano d’Arti grafiche, Bergamo 1948;
  • Michele Topa, Così finirono i Borboni di Napoli, Fausto Fiorentino editore, Napoli 1960;
  • Franco Cortese, Giuseppe Bardari librettista di Donizetti, in «Calabria letteraria», XXVI, 3, 1978, pp. 19-20;
  • Antonio De Leo, Don Liborio Romano un meridionale scomodo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1981;
  • William Ashbrook, Donizetti, Edt, Torino 1986-1987;
  • David Donato, Giuseppe Bardari, poeta e librettista, amico di Gaetano Donizetti, in «Calabria letteraria», XLVI, 4-6, 1998, pp. 95-96;
  • Nico Perrone, L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009;
  • Vincenzo Cataldo, Storie di idee e di rivoluzioni: i moti del 1847-48 in Calabria e i cinque martiri di Gerace, Laruffa, Reggio Calabria 2019.
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