D’Andrea, Giovanni Andrea

Giovanni Andrea D’Andrea [Bova (Reggio Calabria, 24 ottobre 1804 – Napoli, 9 marzo 1879]

Giurista e magistrato, senatore del Regno d’Italia, nacque  da  Bruno e da Cecilia Medici, una nobile  famiglia di Bova che lo avviò agli studi classici e giuridici.  Studiò  presso  il  locale  seminariovescovile, conseguì la licenza liceale e fu mandato  dalla  famiglia  a  Napoli  per  frequentare  la  facoltà di  Giurisprudenza.  Ottenuta  la laurea,  entrò di ruolo nella magistratura.  
A  25 anni, il  7 agosto 1829  fu  nominato vicesegretario  col grado di giudice di circondario  della  procura generale della Gran Corte Criminale di Napoli. E in seguito fu  Giudice civile con funzioni di giudice di gran Corte criminale a Napoli (8 maggio 1848-4 giugno 1850).  Dopo lo scioglimento  del Parlamento napoletano (marzo  1849), si  iscrisse al circolo  dei  Costituzionalisti, detto  “De  Honestis”, fondato  e  diretto da unl suo amico, l’avvocato Raffaele Conforti.
Per le sue idee di libertà , giustizia e democrazia, il D’Andrea fu allontanato dal suo impiego con la perdita anche dello stipendio e venne aiutato economicamente dal fratello Domenico e dal padre, anche loro perseguitati dal governo con  accuse politiche    e condotti a giudizio davanti alla Corte criminale di Catanzaro dove rischiavano  la pena capitale.  Giovanni Andrea lasciò Napoli e andò ad assisterli. Cacciato dalla magistratura per le sue idee liberali, non poté neppure esercitare la professione di avvocato.
Il 16 giugno 1859 il re Francesco II di Borbone, salito  al  trono,  concesse  l’amnistia  politica ma il D’Andrea riebbe  la  carica  di  giudice  civile  del tribunale di Napoli, soltanto l’anno successivo, il 7 luglio 1860.
Intanto,  il  regno  delle  Due  Sicilie  era  in  dissoluzione, specialmente dopo la fuga di Francesco II. Con l’entrata di Garibaldi a Napoli (7 settembre 1860) e la formazione del governo dittatoriale, presidente  del  Consiglio e Ministro dell’Interno fu nominato il liberale Raffaele Conforti. L’8 ottobre 1860, con decreto del prodittatore Giorgio Pallavicino, D’Andrea fu nominato direttore generale del Ministero di  Grazia  e  Giustizia  e incaricato del Ministero degli affari ecclesiastici  e il giorno dopo gli vennero assegnate anche le funzioni  di direttore del Ministero dei lavori pubblici.
Si trattò di incarichi molto previ.  Infatti, con decreto del Luogotenente del re, Luigi Carlo Farini, il 13 novembre successivo  D’Andrea  fu “restituito” alla  Magistratura  come giudice della Gran Corte criminale napoletana  e nel  1862 era Consigliere della Corte d’appello di Napoli, della quale,  inseguito,  fu presidente.
Proprio nel 1862 gli venne affidato un incarico delicato, quello di giudicare Mons. Bonaventura Cenatiempo,  Achille  Caracciolo,  Ettore  Noli ed altri imputati accusati di avere ordito una cospirazione contro lo stato italiano, mediante un  tentativo di insurrezione filoborbonica (i congiurati del «Casino di Frise »). Il D’Andrea  fu il primo ad inaugurare il processo con i giurati, che ebbe molto scalpore, dimostrando «grande sapienza e grande carattere ». Nella particolare circostanza, come anche in altre (i suoi giudizi furono sempre avallati dalla Cassazione), diede prova di grande competenza giuridica, nonché di bontà  e grandezza  d’animo,  dimenticando  le  ingiustizie e le vigliaccherie commesse da tali persone nei suoi confronti: «Chiusa così la parte assegnata alla difesa, il Presidente ha riassunto i fatti, analizzandoli nel ­ l’interesse di ciascun accusato », fece notare «Il Pungolo » di Napoli, “giornale politico popolare della sera”.  Il dibattimento, iniziato il 18 luglio 1862 durò quattordici giorni. La sentenza di condanna fu emessa il 7 agosto.  
Il 16  novembre  1876, quando aveva 72 anni e una apprezzata carriera di magistrato e di giurista alle spalle, relatore  Luigi Agostino Casati,  fu nominato senatore del Regno d’Italia. Convalido il primo dicembre successivo,  solo il 19 giugno 1877 prestò giuramento e prese possesso del seggio.  A poco più di due anni dalla nomina,  morì a Napoli, all’età  di 75 anni, nel compianto generale: «La sua imparzialità , la dottrina, la bontà  veramente straordinaria gli cattivarono le simpatie e la stima della magistratura e del foro », disse  il  presidente  Sebastiano Tecchio,  commemorandolo in Senato. Tecchio  parlò di lui descrivendolo come un uomo di natura pacata e tranquilla, giusto, indipendente, che «adempiva i suoi doveri con animo religioso”, che non si piegò alle voglie illiberali del governo borbonico.
Ebbe, in vita, diverse onorificenze tra cui quella di  Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (8 luglio 1862), Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia (2 gennaio 1873) e successivamente quella di Grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia.  (Aldo Lamberti,  sulla base di una scheda di  Carmela Galasso,  per gentile concessione dell’editore Pellegrini) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • «Atti officiali estratti dal Giornale officiale di Napoli », n. 9, 8-9 ottobre 1860;
  • «La bandiera italiana. Monitore del Popolo », 9 ottobre 1860;
  • Corte d’Assise. Processo Contiempo ed altri. Tornata del 7 agosto, «Il Pungolo », 7 agosto 1862;
  • Senato del Regno, Atti parlamentari. Discussioni, Commemorazione, 17 marzo 1879;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 150;
  • Fabio Grassi Orsini e Emilia Campochiaro, Dizionario biografico dei Senatori dell’Italia liberale, Bibliopolis, Napoli 2010, p. 1405;
  • Giuseppe Viola, Bova nell’Ottocento postunitario, Iiriti edirore, Reggio Calabria 2017, ad indicem.