De Seta, Francesco

Francesco De Seta [Belvedere Marittimo (Cosenza), 15 giugno 1843 – Napoli, 12 febbraio 1911]

Nacque a Belvedere Marittimo in provincia di Cosenza il 15 giugno 1843. Suo padre Giuseppe, magistrato, partecipò alla rivoluzione calabrese del 1848, la madre si chiamava Carmela De Caro. Dalla coppia nacquero sette figli, tra cui Enrico (1841-1929), che svolse un’intensa attività politica.
Francesco De Seta, laureatosi a Napoli in scienze politiche e giuridiche, a Catanzaro ricoprì varie cariche pubbliche, compresa quella di sindaco – su nomina governativa -dal 1877 al 1882. Fu eletto alla Camera dei Deputati nella XV (1882-1886) e XVI legislatura (1886-1890). A Montecitorio ricoprì l’incarico di segretario dell’ufficio di presidenza. Decadde per la sopravvenuta nomina a prefetto, destinato a Salerno dal 16 febbraio 1890. Presidente del Consiglio era all’epoca Francesco Crispi.
De Seta, “prefetto di battaglia”, fu inviato nella città campana in previsione delle elezioni politiche del novembre 1890. Da quasi trent’anni nel collegio di Salerno prevaleva Giovanni Nicotera, allora avversario di Crispi il quale in estate andò a villeggiare non lontano da Salerno e visitò la città. Tuttavia Nicotera, nonostante l’impegno del prefetto, fu rieletto.
Le successive sedi di servizio furono Livorno (dicembre 1890-febbraio 1893) e Genova (febbraio 1893-agosto 1894). Quando Crispi, dopo le parentesi dei governi Rudinì e Giolitti, tornò al potere alla fine del 1893, il prefetto calabrese «riallacciò uno stretto rapporto con il presidente del Consiglio, corrispondendo con lui anche su questioni generali del paese o fungendo da intermediario con gli avversari politici» (Cacioli). De Seta fu titolare di sedi importanti: Firenze (settembre 1894 – febbraio 1895), Palermo (febbraio 1895 – aprile 1896). L’assegnazione a palazzo Medici-Riccardi pare sia stata favorita dall’interessamento della moglie di Crispi, né va trascurato che Crispi e De Seta erano legati da fratellanza massonica.
Il sovrano con decreto del 17 marzo 1895 concesse al prefetto il titolo di marchese. Francesco De Seta aveva sposato Adele Raffaelli Foresta e dall’unione erano nati Giuseppe, Carmela e Rosina. Figlio di Giuseppe era Vittorio, famoso regista-documentarista del secondo Novecento.
Nel periodo trascorso a Palermo il prefetto De Seta s’occupò molto delle amministrazioni locali, dell’applicazione delle leggi anti-anarchiche, della composizione dei conflitti sociali, dei problemi delle miniere di zolfo. Ricevette però aspra rampogna dal capo del governo, poiché le commissioni comunali non procedevano sollecitamente alla revisione delle liste elettorali, secondo criteri più restrittivi.
Crispi cadde nel marzo 1896 dopo il disastro militare in Africa e salì al potere il suo avversario Rudinì, appoggiato da giolittiani, zanardelliani e radicali. De Seta giudicato prefetto “crispino” subì uno stop, durato sino al settembre 1897. Mandato a Bologna, vi rimase due mesi, poi passò alla sede di Roma. La carriera era salva.
Nella capitale «le sempre peggiori condizioni economiche dei lavoratori, appoggiati dalle forze di opposizione, rendevano il clima politico-sociale quasi incandescente. Mentre infatti gli scioperi si susseguivano a catena, gli antigovernativi soffiavano sul fuoco» (Cacioli).
Le carenze organizzative della polizia vennero clamorosamente alla ribalta il 22 aprile 1897, in occasione dell’attentato di Pietro Acciarito. Umberto I si stava recando in carrozza alle Capannelle, quando Acciarito saltò sul veicolo e tentò di pugnalarlo, poi tornò verso la città e solo allora fu arrestato dai carabinieri. Il sovrano, arrivato all’ippodromo, recò la notizia a Giovanni Alfazio, direttore generale della pubblica sicurezza, che era del tutto ignaro. Il fallito regicidio aveva due retroscena: il padre dell’attentatore aveva inutilmente avvisato la questura delle intenzioni delittuose del figlio e quel 22 aprile 1897 l’ispettore Leopoldo Galeazzi, addetto alla sicurezza del re, non avendo altri mezzi a disposizione, aveva preso a noleggio una carrozza di piazza (come di solito era costretto a fare), ma i cavalli delle scuderie reali lo avevano presto distanziato poiché il vetturino, sebbene pagato a tariffa doppia, si rifiutò di mettere a rischio carrozza e cavallo, che erano il suo capitale.
Il governo cercò di rimediare approvando per la capitale un ordinamento speciale dei servizi di polizia, posti alle dirette dipendenze del prefetto, coadiuvato da un segretario generale. De Seta s’impegnò a dare attuazione, ma le resistenze e le critiche affossarono la riforma. 
In tema di ordine pubblico, la ricorrenza del 1° maggio divenne ogni anno occasione di manifestazioni e anche disordini. L’atteggiamento dei vari governi fu altalenante tra permessi e divieti. La giornata del 1° maggio 1898 trascorse a Roma in relativa tranquillità ma il fuoco covava sotto la cenere e, di lì a qualche giorno, scoppiarono in Italia un po’ ovunque tumulti per la questione annonaria. Nella capitale si preferì ricorrere a massicci arresti preventivi e non ci fu spargimento di sangue. Più avanti fu sciolta la camera del lavoro, mentre nessun circolo cattolico fu toccato. In agosto il governo del generale Pelloux decise di rimandare De Seta a Palermo, avvicendandolo nella capitale con Francesco Emilio Serrao, pure lui calabrese, già questore.
De Seta la seconda volta rimase nel capoluogo siciliano un tempo lunghissimo, sino al 1909. Nel novembre 1901 fu nominato senatore, ambizione di ogni prefetto al culmine della carriera. Alcuni anni dopo analogo onore toccò al fratello Enrico.
Il fatto che De Seta sia rimasto per tanti anni in una sede difficile come Palermo (dove tra l’altro acquistò il prestigioso Palazzo Forcella) dimostra che il suo operato fu apprezzato dai governi – anche di tendenze diverse – succedutisi. Certamente, non fu un periodo di riposo. Nel dicembre 1902 Giolitti rispose alla Camera alle pesanti accuse dell’on. Napoleone Colajanni, secondo cui a Palermo c’erano da una parte gli onesti, dall’altra i disonesti e il prefetto aveva organizzato la riscossa della mafia. Il presidente del Consiglio difese l’operato di De Seta, che non fu il primo e nemmeno l’ultimo uomo pubblico a finire nel tritacarne delle accuse di collusione con la “onorata società”.
I tre processi per l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, ex-sindaco della città ed ex-direttore generale del Banco di Sicilia, svoltisi lontano da Palermo per legittima suspicione, rivelarono un perverso intreccio tra politica, mafia, affari, con infiltrazione della criminalità nelle istituzioni. De Seta ammise sconsolato: «Qui non è disdicevole che un proprietario anche onesto tenga per custodia sue proprietà e protegga questo scopo persone della mafia» (Salvatore Lupo). Come se non bastasse, persistevano nelle campagne forme tradizionali di banditismo.
Il 1908 fu segnato dal disastroso terremoto di Messina e Reggio Calabria. Quando i soccorritori giudicarono che i loro sforzi non potessero portare ad altri salvataggi, per evitare epidemie causate dalla presenza di cadaveri sotto le macerie si pensò di ricorrere a sistemi drastici (bombardamento dal mare, incendi controllati, spargimento di calce). Singoli e gruppi si rivolsero angosciati anche a De Seta per scongiurare tali soluzioni estreme.
Un gravissimo fatto di cronaca accadde poco prima che il prefetto lasciasse Palermo, e forse fu la causa del trasferimento: il detective italo-americano Joe Petrosino, recatosi in Sicilia per compiere indagini riservatissime su gruppi criminali, fu ucciso da sconosciuti. Dagli Stati Uniti partì una bordata di accuse roventi e indiscriminate alle autorità italiane, per non avere fatto per intero il loro dovere, accuse che appaiono però ingiuste. 
Nel maggio 1909 De Seta fu assegnato alla prefettura di Napoli e vi morì per un improvviso malore, il 12 febbraio 1911, all’età di 68 anni.
A Palazzo Madama fu commemorato dal presidente Giuseppe Manfredi, dai colleghi e dal presidente del Consiglio Luigi Luzzatti. Tutti ne sottolinearono le doti di intelligenza, finezza politica e competenza amministrativa.
Francesco De Seta era stato anche membro di accademie scientifiche e saggista. (Donato D’Urso) © ICSAIC 2022 – 2 

Nota bibliografica

  • Relazione sulla amministrazione del Municipio di Catanzaro letta al Consiglio Comunale nella pubblica tornata del 10 ottobre 1878 dal sindaco avv. cav. Francesco De Seta, Tipografia dell’Orfanatrofio, Catanzaro 1878
  • Giuseppe Stopiti, De Seta comm. Avv. Francesco deputato al parlamento, G. Stopiti, Roma 1883
  • Amedeo Moscati, Salerno e Salernitani dell’ultimo Ottocento, Laveglia, Salerno 1996, pp. 144-145
  • Manuela Cacioli, I prefetti di fine secolo (1893-1900), in Marco De Nicolò (a cura di), La prefettura di Roma 1871-1946, il Mulino, Bologna 1998, p. 434
  • Fausto Fonzi, I prefetti del Regno d’Italia: dalla ricerca alla didattica della storia nell’Università: due esemplificazioni, in Mario Serio (a cura di), L’ Archivio centrale dello Stato 1953-1993, Ministero beni culturali e ambientali, Roma 1993, p. 124
  • Vittorio Spreti (a cura di), Enciclopedia storico-nobiliare italiana, VI, Esni, Milano 1932, p. 209
  • Giuseppe Astuto, La Sicilia e il crispismo: istituzioni statali e poteri locali, Giuffrè, Milano 2003, pp. 298-302
  • Giuseppe Astuto, Amministrazione e ordine pubblico dopo la repressione dei Fasci, «Storia Amministrazione Costituzione. Annale ISAP», 1995, n. 3, pp. 113-149
  • Vincenzo Giuseppe Pacifici, Vicende politico-amministrative nella Palermo dell’età crispina e giolittiana, «Rassegna storica del risorgimento», XC, 2003, fasc. 3, pp. 395-396
  • Orazio Cancila, Palermo, Laterza, Bari 1988, pp. 208, 233, 242, 263, 266 
  • Giovanni Giolitti, Discorsi parlamentari pubblicati per deliberazione della Camera dei Deputati, II, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1953, p. 751
  • Salvatore Lupo, Tra banca e politica: il delitto Notarbartolo, «Meridiana», n. 7-8, 1989-1990, pp. 119-155
  • Salvatore Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 1993, p. 79
  • Giorgio Boatti, La terra trema: Messina 28 dicembre 1908, Mondadori, Milano 2004, pp. 120-121
  • Arrigo Petacco, Joe Petrosino, Mondadori, Milano 1972
  • Nicola Volpes, Tenente Petrosino: missione segreta in Sicilia, Flaccovio, Palermo 1972
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