Doria, Vito

Vito Doria [San Vito sullo Ionio (Catanzaro), 26 settembre 1906 – Nizza (Francia), 23 novembre 1993]

Nato in una famiglia contadina da Ferdinando, un avventuriero giocatore di carte, e da Lucia Piacente, vive un’infanzia infelice. Tre mesi prima della sua nascita, il padre, abbandona il paese per i debiti contratti ed emigra negli Stati Uniti senza più dare notizie di sé. La madre torna in famiglia e i nonni materni si prendono cura di lui. Studia poco e disordinatamente perché, come egli stesso racconta senza melensi pietismi nella sua appassionata autobiografia, scritta a mano in francese, dal titolo La mia vita nell’«Armée des hombres», già a sette anni fa il pastore per dare un aiuto economico alla famiglia letteralmente alla fame. In seguito, ancora ragazzo (la madre, nel frattempo, si è creata una nuova famiglia con un cognato rimasto solo anche lui), lavora come operaio alla costruzione della ferrovia Soverato-Serra San Bruno, proprio nel periodo in cui il fascismo comincia ad affermarsi anche a San Vito sullo Ionio. Detesta istintivamente il fascismo. Sul posto di lavoro viene a contatto con le proteste operaie e nel 1923, quando ha ancora 16 anni e mezzo viene denunciato per attività sovversiva. L’aria per lui si fa irrespirabile. Un suo conoscente che lo ha fatto lavorare al cantiere della ferrovia, gli propone di andare con lui in Francia clandestinamente, perché entrambi, per motivi doversi, non possono ottenere il passaporto.
Il passaggio del confine non è semplice come previsto. Bloccato dai carabinieri e munito di un foglio di via per la Calabria, riesce successivamente a espatriare con l’aiuto di un “passatore”. Per sopravvivere, a Marsiglia e in città diverse, fa il cameriere, il barman, la comparsa cinematografica e altri lavori ma si sente uno sfruttato. Alla fine del 1924, già vigilato dalla polizia francese, si trasferisce a Parigi. Ha 18 anni, resta in Francia fino al 1927, quando decide di tornare a San Vito. Chiamato in Caserma viene arrestato e finisce in carcere a Catanzaro. Ne esce con un biglietto per Palermo, dove è mandato a fare il servizio militare che termina il 19 gennaio 1928. Torna per un mese a casa dalla madre, e poi si traferisce a Napoli, lavorando in diversi alberghi. S’inventa sindacalista, organizza uno sciopero del personale di un albergo e la polizia gli notifica un decreto di espulsione. Ha 22 anni, decide di ritentare l’emigrazione in Francia ma viene bloccato al confine dalla milizia fascista che lo pesta a sangue ed è incarcerato a Sanremo dove rimane in cella per sei mesi, prima di essere accompagnato dai carabinieri al suo paese d’origine in catene. Qui decide di imparare a fare il sarto, spostandosi dopo qualche tempo a Torino per frequentare una scuola di formazione con celebri tagliatori, tra cui il sarto parigino Antonio Cristiani, un calabrese nativo a Maida. Da Torino va in Francia con regolare passaporto e da lì, con un visto del Consolato italiano di Marsiglia raggiunge a Barcellona, in Spagna, da dove si traferisce a Siviglia, e quindi a Madrid, dove frequenta la scuola di un tagliatore di alta classe. La polizia spagnola lo cerca per arrestarlo per cui si trasferisce ad Almadén dove ha un discreto successo come sarto. Tanto che nel 1935, decide di andare in Usa in cerca del padre senza riuscirci. Per cui a fine gennaio 1936 ritorna ad Almadén.
La sua vita ha una svolta decisiva con la sollevazione militare fascista del generale Francisco Franco contro il governo repubblicano. Si arruola come volontario. Nella guerra civile è responsabile del reclutamento dei miliziani e Commissario politico di guerra nel settore di Cordoba ed Estremadura nel settore di Jean e sul fronte del levante. In contatto con Cesare Quiroca, diventa collaboratore ai massimi livelli del governo popolare spagnolo per quanto riguarda il reclutamento. Il suo compito è quello di inquadrare i volontari e inviarli al V Reggimento delle milizie popolari.
Iscritto al partito comunista, ne diventa ispettore. Ha contatti con Giuliano Pajetta, segretario del commissario di guerra delle Brigate internazionali, indirettamente con Luigi Longo, ispettore generale delle Brigate internazionali e con altri dirigenti del Pci (Vitali, Nanetti, Valli) e con José Diaz, segretario del partito comunista spagnolo.
Pajetta lo nomina commissario e responsabile degli ex miliziani per conto del comando delle Brigate. Con questo incarico si trova a lavorare con il colonnello Jacobo Arbenz Guzmán, futuro presidente socialriformista del Guatemala dal 1951 al 1954 quando fu destituito da un colpo di stato organizzato dalla Cia, del luogotenente brasiliano Carvallo, dell’ambasciatore del Messico e di diversi importanti personaggi della politica mondiale, schierati a fianco della Repubblica spagnola. Ha contatti anche con Jean Negrin, presidente del Consiglio dei Ministri spagnolo.
La sconfitta dell’esercito popolare lo costringe a varcare la frontiera pirenaica e finisce nel campo francese di Argéles da dove esce nel 1940. Organizza il Partito comunista spagnolo. Viene arrestato e torturato e considerato come un terrorista-comunista-anarchico. Finisce nel campo di Vernet e diventa segretario del partito, dell’Unione nazionale di tutte le obiezioni spagnole, nonché responsabile del movimento clandestino armato e del giornale del campo. Nel novembre 1943 evade e combatte con i maquìs, la resistenza francese. Decide allora di tornare in Italia e combattere per il suo Paese. Viene mandato al Clnai di Milano da dove è dirottato a Genova: dopo il rastrellamento della Benedicta dove si verifica una delle più grandi tragedie della Resistenza, Piero Secchia lo mette a disposizione della VI Z.O.L. che gli assegna il terzo settore come comandante di Brigata, di Settore e di Divisione. Opera fino al 1944 nell’Appennino ligure-alessandrino. Con il nome di «Comandante Carlo», mette a frutto tutta l’esperienza che aveva maturato in Spagna nelle Brigate internazionali. Riesce, così, a liberare un vastissimo territorio e diventa molto popolare. 
Alle sue dipendenze nella Divisione partigiana «Doria» (in omaggio a Genova e non al suo cognome), poi ribattezzata «Ligure-Alessandrina», c’è tra gli altri il generale Efisio Marras che dopo la Liberazione sarà nominato Capo di Stato maggiore dell’esercito italiano. Commissario politico della divisione è lo slavo Gregorio Cupic. All’inizio del 1945, vittima di una sorta di ostracismo, si sposta in Valsesia e contribuisce alla liberazione di Novara e di Milano.
È il luglio 1945 quando decide di tornare in Calabria e raggiunge la madre che nel frattempo si è stabilita ad Amaroni. Si presenta alla Federazione del Pci di Catanzaro e viene eletto con ampio consenso nel Comitato federale. Di fatto è il numero 2 della Federazione, nonché primo presidente dell’Anpi provinciale. Rinunciando ai privilegi politici, dopo un breve periodo di permanenza a Catanzaro come dirige te comunista, rientra in Francia e a Nizza, tagliando i ponti con il suo passato, ricomincia la sua vita da zero. Solo nel 1979 riprende i contatti con i vecchi compagni. Ormai avanti negli anni, ultraottantenne, ha seri problemi di salute e viene sottoposto a ben otto interventi chirurgici. Poco o niente si conosce della sua vita privata.
Muore all’età di 87 anni, nove dei quali passati in guerra contro i fascismi europei, dalla Spagna, alla Francia, all’Italia. (Pantaleone Sergi) © ICSAIC 2022 – 3

Opere

  • La mia vita nell’«Armée des hombres». Autobiografia di un protagonista e testimone della guerra di Spagna e della Resistenza in Francia e Italia, a cura di Nuccia Guerrisi e Rocco Lentini, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000.

Nota bibliografica

  • Rocco Lentini, Nuccia Guerrisi, Vito Doria, una vita al servizio della libertà in Europa, «Bollettino ICSAIC», 1-2, 1993, fasc. 13-14;
  • Rocco Lentini, Nuccia Guerrisi, L’antifascismo calabrese. Vito Doria. Una vita al servizio della libertà, «Historica», XLVIII, 3, 1995;
  • Rocco Lentini, Nuccia Guerrisi, I partigiani calabresi nell’Appennino Ligure-Piemontese, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996, ad nomen;
  • Luigi Fusto, Vito Casalinuovo e Vito Doria. Fascismo ed antifascismo attraverso la vicenda umana di due sanvitesi, «Rogerius», 2, 2002.
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