Casciaro, Giuseppe

Giuseppe Casciaro [Rossano Calabro (Cosenza), 9 maggio 1891 –18 ottobre 1981] 

Settimo di nove figli, di famiglia non agiata, nacque da Giovanni e Cristina Citino. Il padre era medico esperto in ostetricia e fu pioniere in tutto il Rossanese della vaccinazione antivaiolosa; la madre era originaria di Longobucco. 
Visse un’infanzia molto travagliata poiché scalfita da alcuni avvenimenti dolorosi e da serie difficoltà che interessarono la sua famiglia prima della sua nascita. Innanzitutto la prematura scomparsa di tre suoi fratelli morti in tenera età uno di seguito all’altro. Evento consumatosi in un lasso di tempo di quaranta giorni a causa della difterite. Inoltre risentì intensamente della immatura scomparsa dei genitori. Dei sui primi cinque fratelli rimasero in vita solo le due sorelle Luigina e Serafina alle quali si vennero poi ad aggiungere Francesca, lo stesso Giuseppe, Pasquale e Anna, tre dei quali ricevettero lo stesso nome di quelli in precedenza scomparsi.  
Iniziò la sua formazione seguito dalla dolcezza e dalla fermezza della mamma Cristina. Frequentò le scuole elementari e medie a Rossano che lasciò per recarsi a Napoli dove frequentò il Liceo Antonio Genovesi conseguendo nel 1908 la maturità classica. Nel gennaio dello stesso anno dovette sopportare il dolore per la scomparsa del padre che, ammalatosi da tumore allo stomaco, lo lasciava orfano prima che conseguisse la maturità.
La scomparsa del genitore condizionò notevolmente le sue scelte future. Dapprima orientato a frequentare gli studi giuridici assecondato anche dalla propria mamma Cristina, che intravedeva in lui ottime doti per la giurisprudenza, maturò invece l’intenzione di frequentare la Facoltà di Medicina per diventare medico. Si impegnò molto negli studi per completarli nel più breve tempo possibile allo scopo di ripagare le sofferenze e le rinunce fatte dalla famiglia dopo la scomparsa del padre. 
Studiò intensamente e all’età di ventitré anni, il 14 giugno 1914, con la lode e il massimo dei voti, conseguì la laurea in medicina e chirurgia. Anche in tale occasione fu provato da un evento luttuoso poiché poco prima della laurea, il 12 maggio, venne a perdere la mamma, figura insostituibile nelle sue scelte e che tanto anelava vederlo laureato.
Nella Grande Guerra del 1915-1918 fu chiamato a compiere il servizio militare. Lo fece come prima sede a Lecce e successivamente con una breve tappa a Udine prima di raggiungere in Carnia il fronte, territorio coinvolto in bruschi scontri dove prestò servizio come ufficiale medico chirurgo nell’Ospedale militare di Villa Santina. Qui mise in campo le sue armi, quelle della medicina e della chirurgia, mediante le sue doti di chirurgo trovandosi ad operare senza sosta centinaia di soldati feriti e mutilati per le frequenti esplosioni al fine di poter salvare il più possibile vite umane mandate a combattere una crudele guerra. Non sono pochi i riferimenti che parlano di lui sempre pronto a intervenire in situazioni quasi critiche e dolorose per suturare ferite orrende o per recidere arti danneggiati irreparabilmente. Per lui si trattò indubbiamente di una responsabilità enorme, ma fu anche un esercizio nel quale potè perfezionare le sue abilità di chirurgo.
Finita la guerra si trasferì a Roma come assistente del chirurgo Raffaele Bastianelli, un luminare che ne riconobbe subito il valore. Lavorò, inoltre, insieme ad altri celebri chirurghi tra cui Branchini e Puccinelli. In quel periodo, sino al 1927, furono molti i nosocomi in cui prestò la sua opera, tra cui il Santo Spirito e il San Giovanni. Era in procinto di passare anche al San Camillo ma l’appello della famiglia e il richiamo della sua città natale furono decisamente più forti, ragione per la quale partecipò al concorso per il posto di chirurgo e direttore sanitario bandito dall’Ospedale rossanese. Conseguito l’obiettivo, nel 1928 si trasferì definitivamente a Rossano per assumere il nuovo incarico e qualche anno dopo, nel 1933, sposò Rosina Greco, figlia del dott. Raffaele seriamente malato del quale egli era medico personale.
L’Ospedale di Rossano, fino ad allora servito da professionalità esterne tra cui il noto chirurgo Nicola Giannettasio, di Oriolo, al quale più tardi verrà intitolato, sotto la sua guida iniziò a configurarsi come modello di funzionalità organizzativa e curativa dove il diritto del malato era sempre al primo posto, diventando un moderno presidio medico-chirurgico. Il nuovo chirurgo già in altre occasioni aveva avuto modo di operare nell’ospedale rossanese, ma nel corso degli anni in cui rivestì il ruolo di primario oltre 1000 furono gli interventi effettuati con oltre il 95% dei casi trattati ricompensati da esito positivo e dalla completa guarigione, 1,2% caratterizzati da esito parzialmente positivo e solo il 3,8% furono gli interventi che si conclusero negativamente, quasi sempre casi relativi a pazienti portatori di infermità molto acute e gravi. Non mancarono gli interventi di urgenza portati a termine anche al di fuori dell’Ospedale molto spesso nel territorio del Rossanese e a volte anche nelle campagne in quanto malati non trasportabili come ricorda Luigi Cloro, già primario di chirurgia nell’Ospedale, in un suo scritto dove «il professore affrontava grossi rischi per effettuare interventi a casa del paziente», ragioni per le quali crebbe la considerazione e la sua popolarità. Lunga fu la sua attività nel nosocomio rossanese caratterizzata da importanti interventi chirurgici, alcuni come viene ricordato «ai limiti della temerarietà». 
Molte le sue pubblicazioni spesso sotto forma di comunicazioni – pubblicate in volumi di atti o in riviste mediche – che dimostrano la capacità di intervenire a 360° nei diversi settori della chirurgia quando ancora le specializzazioni erano un miraggio. Impegnato com’era nella intensa attività ospedaliera diede solo marginalmente importanza alla libera professione che esercitava esclusivamente nelle prime ore mattutine o nel tardo pomeriggio pur tuttavia senza sottrarsi mai alla collaborazione con i sui colleghi, con i medici curanti ai quali forniva sempre il dovuto supporto specialistico. Per le sue capacità intellettive e per la sua bontà fu sempre molto apprezzato e benvisto dalla comunità rossanese. E come ci ricorda Cosmo Tocci, già primario chirurgico, «stile di vita e professionalità sono sempre stati esempio e punto di riferimento per le generazioni a venire, soprattutto per tutti quelli che hanno avuto l’occasione di coadiuvarlo nel lavoro di chirurgo e di uomo d’azione durante il percorso non facile dell’assistenza sanitaria post-bellica […] In virtù della sua lunga esperienza acquisita prima in vari ospedali della capitale, poi sui campi da guerra, egli fu, quindi, in grado di portare a termine con eccellenti risultati numerosi interventi di chirurgia addominale, toracica, ortopedica, ginecologica».
Uomo a cui piaceva molto leggere trovava grande interesse nelle opere degli autori classici e nei testi riguardante la storia. Non abbandonava mai il suo continuo rinnovamento nella formazione tenendosi costantemente informato sugli sviluppi nel campo della scienza medica e sui principi e i nuovi metodi della chirurgia.
Nella vita civile non mancò il suo impegno nella comunità rossanese inizialmente come Presidente del Circolo rossanese, poi come consigliere comunale di Rossano nel secondo dopoguerra. Esperienza quest’ultima ritenuta dallo stesso inconciliabile con i suoi impegni di chirurgo tanto che non ritenne più di candidarsi. E sempre per il medesimo motivo rifiutò la candidatura al Senato della Repubblica nel Collegio di Rossano. Di fede cattolica era iscritto alla Democrazia Cristiana.
Intensi furono i rapporti di stima e amicizia e professionali con molti dei rappresentanti della società civile e della Chiesa tra cui mons. Giovanni Rizzo e mons. Domenico Marsiglia di cui era medico personale. 
Nel 1961, al compimento del suo settantesimo anno di età lasciava il servizio attivo presso l’Ospedale di Rossano. Qualche anno più tardi il suo pensionamento, nel 1963, la città natia non ha mancato di riconoscerLe pubblicamente, nel corso di un Consiglio Comunale,  manifestazioni di encomio e gratitudine conferendogli una medaglia d’oro con pergamena per la sua opera svolta come chirurgo e direttore sanitario dell’Ospedale, come pure un riconoscimento significativo è giunto nel 1964 dallo stesso Ospedale che in un’apposita cerimonia ha inteso donargli un bisturi d’oro. 
Gradualmente allentò anche il suo impegno come libero professionista dedicandosi alla famiglia circondato dall’affetto della moglie, dei due figli e dei nipoti. 
Novantenne, dopo aver perso anche la moglie, ampiamente apprezzato da quanti lo conobbero concluse la sua vita terrena. Le sue spoglie riposano nella cappella di famiglia del cimitero di Rossano dove sulla tomba è riportata la seguente iscrizione: «Giuseppe Casciaro / maestro di chirurgia e di vita / mirabile in Lui ogni virtù umana e cristiana / la dedizione amorosa alla famiglia / l’alta scienza l’intemerata coscienza / il senso sacro della missione da adempiere nel servizio dei malati e dei sofferenti / la perizia delle mani da cui tanti ebbero salvezza / restino il Suo esempio e la memoria nel tempo». Una strada del nuovo quartiere Donnanna dello Scalo di Rossano porta il suo nome. (Franco Emilio Carlino) © ICSAIC 2021 – 03

Nota bibliografica

  • Pier Emilio Acri, Ricordo di Giuseppe Casciaro nel centenario della nascita, «La Voce», 1 maggio 1991;
  • Giovanni Bauleo, Due testimonianze su Giuseppe Casciaro, «La Voce», 20 maggio 1991;
  • Luigi Ripoli, All’Ospedale di Rossano, «La Voce», 15 settembre 1991;
  • Giuseppe Casciaro un mito della Sanità Rossanese (1891-1981), Università Popolare «Ida Montalti Sapia» Rossano, Grafosud, Rossano 2012 (con scritti di G. Casciaro, L. Cloro, F. Naccarato, C. Tocci, G. Borgogno, A. De Gaetano, F. Amarelli).
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