Giunti, Francesco Maria

Francesco Maria Giunti [Sangineto (Cosenza), (?) aprile 1808 – Napoli, 3 giugno 1872

Nacque da Leopoldo e Fortunata Servadio, di nobile famiglia di origini siciliane proprietaria di palazzi baronali, tra i quali Villa Giunti, con annessa cappella gentilizia e di vasti possedimenti nel territorio del comune tirrenico. La famiglia, di chiaro spirito libertario, veniva annoverata tra quelle benestanti ed era molto influente sul territorio. 
Il giorno esatto della sua nascita non è reperibile nei registri del Comune né negli archivi parrocchiali e della Camera dei Deputati. Alcune fonti indicano come anno di nascita il 1810, ma quelle coeve il 1808. Al pari degli altri tre figli, i genitori educarono Francesco Maria prima in casa sotto la sorveglianza di un precettore e, in seguito, presso il collegio italo-greco Sant’Adriano a San Demetrio Corone (Cosenza) per lo studio delle lettere, dal quale uscì ben ferrato in greco e in latino, completando poi gli studi ad Altomonte (Cosenza), sotto la guida di un professore che si occupava solo di lui, per apprendere la matematica, le scienze e la filosofia.
Terminati questi studi, venne inviato nel 1826 a Napoli, dove si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, ottenendo la laurea «in ambo i diritti» e conseguendo poi anche quella in filosofia. Rimase nella città partenopea iniziando a esercitare l’attività forense, quantunque si sentisse più portato alla carriera in magistratura essendo innato in lui il forte senso della giustizia e dell’equità. Dovette, però, rinunciare a questa sua ambizione in quanto la sua famiglia non era gradita ai Borbone perché, sin dal 1780, aveva iniziato a sostenere i principi della libertà che confliggevano con l’azione del governo dispotico.
Esercitò la professione di avvocato, gratuitamente, sia a Napoli che nel luogo di nascita, in difesa dei meno abbienti e si dedicò allo studio delle lettere, del diritto e dell’economia ma, nel contempo, iniziò a intrattenere rapporti e contatti con esponenti dei movimenti contrari al dispotismo borbonico, sia calabresi sia siciliani e napoletani. A seguito della rivoluzione siciliana capeggiata da Rosolino Pilo e da Giuseppe La Masa, nonché di numerose altre rivolte in tutto il Regno e nella città di Napoli (nella quale egli ebbe parte attiva), l’11 febbraio 1848 Ferdinando II promulgò la Costituzione. Giunti, che nel frattempo aveva aderito alla Giovine Italia iniziando ad assimilare il pensiero mazziniano, quindi democratico di orientamento repubblicano, venne eletto al Parlamento nel distretto di Paola, ma il regime borbonico iniziò presto a dare corso alla persecuzione in danno degli esponenti dell’opposizione per «delitto di sedizione». La situazione precipitò alla vigilia del 15 maggio di quello stesso anno, quando i deputati più intransigenti, tra i quali Giunti, reiterarono al sovrano, senza esito, la necessità di modificare parte della Costituzione sulla quale avrebbe dovuto giurare. Di notte iniziarono le barricate e dopo i primi scontri vennero arrestati i deputati Capitelli e Imbriani, poi, dopo un primo assalto delle truppe regie, i Cacciatori svizzeri sfondarono il portone di Palazzo Cirella e trucidarono tutti coloro che volevano opporsi con le armi, mentre i prigionieri, condotti alla Darsena, riuscirono a fuggire grazie all’aiuto del generale Guglielmo Pepe (che era calabrese, nativo di Squillace), raggiungendo lo Stato Pontificio. I morti furono circa 500, re Ferdinando sciolse sia il Parlamento che la Guardia nazionale, nominò un nuovo governo e proclamò lo stato d’assedio.
Giunti venne processato (in contumacia) e con lui furono processati i tre fratelli (uno dei quali scontò otto anni di carcere e torture): non venne condannato, ma sottoposto al domicilio coatto a Sangineto sotto strettissima sorveglianza. Nel 1856, spendendo ingenti somme di denaro e rinunciando alla possibilità di rientrare nei suoi possedimenti in Calabria, ottenne di poter trasferire il proprio domicilio a Napoli, città alla quale si sentiva legato da motivi affettivi, essendo il luogo di origine della propria moglie, Maddalena Fazio, anch’essa di famiglia nobile.
Queste restrizioni terminarono dopo l’epilogo del Regno borbonico e l’Unità d’Italia. Giunti, difatti, poté tornare a Sangineto per seguire l’amministrazione delle sue proprietà ma, soprattutto, si propose al Parlamento nazionale e venne eletto deputato nel Collegio di Verbicaro nella VIII legislatura, la prima del Regno d’Italia, che iniziò il 18 febbraio 1861 e terminò il 7 settembre 1865. Venne poi rieletto per altre tre legislature consecutive ma l’ultima non poté portarla a termine perché morì prematuramente (fu sostituito dall’ing. Francesco Giordano, già deputato di Capaccio in provincia di Salerno, noto come progettista della tratta tirrenica della ferrovia da Eboli a Reggio Calabria, il quale la spuntò su una «caterva di pretendenti»tra cui Vincenzo Padula). Massone, ebbe diversi incarichi nel Grande Oriente d’Italia. Nel corso della sua attività parlamentare, Giunti sedette sempre sui banchi della sinistra e nei suoi non pochi interventi evidenziò la sua tendenza alla giustizia sociale, con determinazione e autorevolezza. Già in una delle prime tornate del nuovo Parlamento, il 22 aprile 1861, si rese portavoce di una petizione presentata da 262 comuni della Calabria e della Basilicata per la costruzione di una ferrovia che potesse collegare quei territori con il resto dell’Italia e dell’urgenza dei lavori, da eseguire contemporaneamente a quelli programmati nelle province dell’ex reame di Napoli. E denunciò, allora, la drammatica situazione lasciata dai Borbone in Calabria e Basilicata «per mancanza di ponti e strade», rimarcando con disprezzo il fatto che il re di Napoli soleva dire che «ai calabresi dovevano lasciarsi solo gli occhi per piangere». Si attivò anche per la presentazione della legge forestale, per la gestione pubblica (e non demandata ai concessionari) della strada della Salina di Lungro, dal cui impianto lo Stato ricavava importanti introiti. Raccogliendo le accorate istanze di una vedova e di suoi compaesani di Fagnano Castello (Cosenza) «affinché tali fatti non si rinnovino in rispetto della giustizia e dell’umanità», fece la voce grossa contro le attività di repressione dell’allora maggiore Fumel, definito «il macellaio del risorgimento» per la sua efferatezza nella lotta al brigantaggio, che continuava ad arrestare senza motivo e poi a far uccidere senza pietà.
Si batté per un disegno di legge a favore dei militari esonerati per cause politiche e si fece carico di segnalare anomalie nell’amministrazione della giustizia nel Mezzogiorno e ingerenze del mondo ecclesiastico, e si adoperò per il trasferimento della Pinacoteca Albertina di Torino da Palazzo Madama alla sede dei Musei. Fece parte della Deputazione che partecipò ai funerali di Carlo Alberto. 
Nobile di famiglia, Giunti era soprattutto nobile nei comportamenti e nel pensiero. Un gentiluomo che era un patriota liberale «nemico acerrimo del dispotismo», generoso e leale, molto stimato per la sua cultura e benvoluto dalla sua gente. Era il prozio del senatore Leopoldo Giunti (1849-1927), il quale però un fu esponente della destra storica.
Morì nel 1872 all’età di 64 anni e la sua famiglia si è allontanata gradualmente e definitivamente da Sangineto e dalla Calabria, dopo l’alienazione dei vasti possedimenti. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Camera dei Deputati, Portale storico, Atti e documenti VIII-XI Legislatura del Regno d’Italia;
  • Aristide Calani, Il Parlamento del Regno d’Italia, Stab. di Giuseppe Civelli, Milano 1861, pp. 445-446;
  • «Bollettino, Circolo calabrese in Napoli», Tip. D’Auria, Napoli 1895;
  • Jole Lattari Giugni, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Casa Editrice Morara, Roma 1967, p. 296;
  • Giovanni Celico, I “Casi” di Lagonegro e di Aieta nel Parlamento del 1861, «L’Eco di Basilicata Calabria Campania», 15 dicembre 2010;
  • Giuseppe Ferraro e Aurora Logullo, Il Risorgimento fra cospirazioni e democrazia, in Fulvio Mazza (a cura di), Il Tirreno cosentino. Storia cultura economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014, ad indicem.
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