Panebianco, Venturino

Venturino Panebianco [Montevideo (Uruguay), 14 luglio 1907 – Salerno, 18 settembre 1980]

Primo di sei figli, nacque da Michele, procuratore legale che prestava assistenza giuridica agli italiani che sbarcavano nel porto di Montevideo, e da Costantina Cirillo, originaria di San Fili (Cosenza) e con radici greco-albanesi, emigrati nel Paese del Sud America da Orsomarso (Cosenza). La sua famiglia rientrò in Italia nel 1912 e, dopo l’istruzione primaria nel paese di origine, frequentò dapprima il Liceo Classico «Bernardino Telesio» a Cosenza, completando gli studi presso il Liceo Ginnasio «Torquato Tasso» a Salerno. Anche i suoi fratelli lo raggiunsero nella città campana, mentre i genitori rimasero a Orsomarso, nonostante il padre, che esercitava l’attività di avvocato sul territorio e che era stato tra i promotori del Partito popolare italiano di don Sturzo del quale era buon amico, avesse subìto l’onta della “purga fascista”.
Dopo la maturità, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli ma nel contempo, per esigenze economiche e familiari, iniziò a lavorare, presso il Museo Archeologico Provinciale di Salerno, ottenendo l’apprezzamento del direttore dell’epoca, Antonio Marzullo, ed entusiasmandosi nel campo della ricerca archeologica sul territorio salernitano. Al punto che modificò il percorso degli studi iscrivendosi alla Facoltà di Lettere, laureandosi con il massimo dei voti e la lode nel 1936, discutendo con il prof. Pirro Marconi, archeologo che dirigeva all’epoca il Museo, la propria tesi incentrata sull’Età del Ferro nell’agro picentino (corrispondente all’attuale area di Pontecagnano). 
Ebbe maestri di grande spessore culturale che influenzarono positivamente il proprio percorso di studi. Tra questi il grecista e storico della letteratura Raffaele Cantarella, conosciuto negli anni trascorsi al Liceo Tasso di Salerno, gli storici dell’antichità Emanuele Ciaceri e Biagio Pace, che lo indirizzarono allo studio della storia della Magna Grecia. La sua riconosciuta competenza, non disgiunta da una grande passione, determinò la meritata nomina alla direzione del Museo Archeologico Provinciale di Salerno, dove appena otto anni prima aveva iniziato a lavorare, incarico che mantenne ininterrottamente dal 1938 sino al 1979.
Manifestò formali simpatie verso il regime fascista, pur non dimentico dei gravi torti subiti dal padre, e poté così gestire gli scavi senza particolari prescrizioni. 
Sotto la sua attenta e autorevole guida venne alla luce la necropoli opico-etrusca di Irna (o Urina) presso Fratte, risalente al VI-V secolo, caratterizzata da 165 ricche tombe a inumazione, un tempietto e un sacrario. Vennero eseguiti scavi anche a Salerno, negli anni 1931-1932, nella necropoli romana di Salernum (I-II secolo), nel corso dei quali riemersero 110 tombe dell’epoca imperiale, e poi negli stessi anni anche nella contrada Arenosola di Battipaglia e nell’agro picentino, ottenendo preziosi reperti e informazioni sulle popolazioni che abitarono quei luoghi. Nel dopoguerra gli scavi proseguirono e di particolare rilevanza furono quelli che, dal 1955, interessarono l’area del Vallo di Diano, al confine tra la Campania e la Basilicata, nell’antica Lucania, nel corso dei quali emersero oltre 1.300 tombe e più di 15.000 altri reperti, coprendo un periodo storico di circa un millennio dall’Età del Ferro all’epoca romana.
Su sua iniziativa venne istituito il Museo Archeologico Provinciale della Lucania Occidentale, con sede a Padula (Salerno), nei pressi della Certosa, aperto nel 1957.
Al di là delle attività di scavo, Panebianco iniziò gradualmente a dedicarsi di più agli studi di storia antica, allargando i confini dall’area del sud della Campania e dell’antica Lucania all’intero Mezzogiorno, a quei territori tutti che costituivano la Magna Graecia e all’età romana e italica. Rispetto ad altri storici e archeologi, il lavoro di Panebianco è risultato ampio e armonizzato con le contestuali ricerche riguardo agli aspetti economici e commerciali, nonché legislativi (la legislazione agraria dei Gracchi, ad esempio, di qui il termine “graccano” presente nelle ricerche sul territorio lucano), finalizzato a un quadro storico coerente e quanto più possibile sovrapponibile attraverso minuziosi incroci documentali e conferme di stretto ordine archeologico, valutando le tradizioni storiografiche antiche, come nel caso delle testimonianze omeriche riguardo al sito di Temesa (attuale area del lametino).
Fu socio dell’Accademia Pontaniana di Napoli e dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma e collaborò con varie Istituzioni: la Società Salernitana di Storia Patria, la Società Economica della Provincia di Salerno, l’Ente Provinciale per il turismo, la Deputazione di Storia Patria per la Calabria, l’Associazione nazionale dei Musei, diversi Enti locali ed istituzionali, il Centro Studi salernitani «Raffaele Guariglia». Nel 1961 fondò e diresse la rivista «Apollo», bollettino dei musei provinciali del Salernitano, affiancandovi in seguito «Studi Lucani» e collaborò alla redazione della «Rassegna Storica Salernitana» e alla «Rivista storica calabrese». Sulla rivista «La parola del passato» dedicò una serie di studi a Velia, colonia focese, nell’area cilentana. Tra i suoi numerosi e autorevoli saggi pubblicati su riviste del settore, particolarmente significativi i contributi di protostoria e preistoria italica legati all’origine microasiatica delle popolazioni italiche dei Lucani e dei Brettii. Pur se le sue attività furono prevalentemente incentrate sul territorio campano e lucano, e non solo per gli importantissimi ritrovamenti di Velia (la greca Elea), non trascurò le indagini storiche e archeologiche del territorio calabrese, quello delle sue origini, con autorevoli saggi, peraltro accattivanti nei contenuti e nello stile letterario, riguardanti Thurio (attuale Sibaritide), le aree di Blanda, Laos, Lavinium e Mercurion (negli attuali territori di Tortora, Scalea e del suo luogo di origine, Orsomarso). Negli ultimi anni, Panebianco aveva ampliato le sue ricerche concentrandosi sul Medioevo nel meridione d’Italia, prevalentemente sull’area di Salerno nell’epoca bizantina e longobarda, quando venne fondata la Scuola Medica Salernitana, ritornando sul sito di Mercurion e in particolare sull’Eparchia Monastica dei siti tra la Lucania longobarda e la Calabria bizantina. 
Seguendo i cantieri degli scavi di Velia conobbe e poi sposò Nina Ragni, cilentana di Roccadaspide (Salerno), dalla quale ebbe due figlie, Annamaria e Giuliana.
Morì all’età di 73 anni a Salerno, a causa di un improvviso malore. Ha lasciato un ricco patrimonio di saggi pubblicati su riviste scientifiche e in volumi miscellanei.
Italo Gallo, grecista e papirologo salernitano, ricordandone la figura dopo la sua scomparsa, evidenzia che Panebianco fu «uno storico dotato di notevole intuito» e afferma «Panebianco è stato salernitano di elezione e di affetti, ma non ha mai dimenticato la Calabria, sua terra di origine». Di tanto in tanto, difatti, Panebianco tornava a Orsomarso, dove una strada è stata intitolata a suo nome (Letterio Licordari). © ICSAIC 2020

Opere

  • Castelli del Salernitano, Ente provinciale per il turismo, Salerno, 1967;
  • Villa Rufolo incantesimo di Ravello, Ente provinciale per il turismo, Salerno 1967.

Nota bibliografica

  • Italo Gallo, Venturino Panebianco storico e archeologo, Grafikart, Salerno 1981;
  • Marcello Gigante, Ricordo di Venturino Panebianco, «Apollo», V, 1964-1984, pp. 15-30;
  • Il Mezzogiorno nell’antichità, scritti di storia e archeologia, a cura di Italo Gallo con prefazione di Giovanni Pugliese Carratelli, Cosmo Iannone Editore, Isernia 1981.
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