Pietropaolo, Antonio

Antonio Pietropaolo [Briatico (Vibo Valentia), 24 febbraio 1899 –  Milano, 1 gennaio 1965]

Antonio Raffaele nasce a Sciconi, frazione di Briatico (provincia di Catanzaro, oggi di  Vibo Valentia) da Filippo e Colomba La Grotteria; trascorre l’infanzia nel suo paese natale e poi nella vicina cittadina di Monteleone, oggi Vibo Valentia. Intorno al 1915 si trasferisce a Roma per proseguire gli studi superiori ritornando in famiglia durante il periodo delle vacanze. Nell’estate del 1919 stringe amicizia con Francesco Barbieri, anarchico, reduce della Grande Guerra, e insieme progettano di presentare una lista socialista per le prossime elezioni amministrative di novembre, ma in realtà la loro attività in comune non andò oltre qualche conferenza e alcuni interventi, in occasione della campagna elettorale.
Conseguita la licenza liceale, s’iscrive a Economia e Commercio all’Università Bocconi di Milano e comincia a frequentare i circoli anarchici facendosi subito notare per la sua attiva propaganda e per questo subisce ripetuti fermi e perquisizioni poliziesche. La sera del 28 dicembre 1920 viene arrestato insieme ad altre trenta persone, nel corso di un’operazione di polizia che si rivelerà una montatura. Il 7 gennaio viene rimesso in libertà, ma la sua scelta l’ha già maturata e non intende tornare indietro. Comincia a frequentare la redazione di «Umanità nova» per dare il proprio contributo all’allestimento del giornale e anche per presidiare la sede da possibili attacchi fascisti. Alla fine di gennaio, insieme con altri anarchici, organizza un attentato dimostrativo per la liberazione di Malatesta, Borghi e Quaglino, alla Fiera campionaria. L’attentato fallisce, probabilmente a causa dell’inesperienza degli esecutori. In quello stesso periodo, costituisce con altri due anarchici, Carlo Restelli ed Eugenio Macchi, una piccola società per la produzione di una “battifalce” e acquista anche l’officina dove avviare l’attività. Visto che il lavoro non progrediva, e in attesa di trovare acquirenti veramente interessati, il locale viene utilizzato come punto di incontro e di riunione degli anarchici. Nei mesi di febbraio e marzo si susseguono una serie di riunioni nel corso delle quali, più volte, si parla apertamente, della necessità di realizzare un attentato che scuota l’opinione pubblica e richiami l’attenzione sull’ingiusta detenzione dei due leader anarchici. 
La sera del 23 marzo 1920, intorno alle 23,00, al teatro Diana, una valigia con 160 cartucce di gelatina, esplode provocando la morte di 21 persone e il ferimento di altre 172. Si dice che la bomba fosse destinata al questore Giovanni Gasti, che occupava un appartamento del vicino hotel Diana. La reazione della polizia è immediata, vengono arrestati una trentina di anarchici, quasi tutti trovati nei pressi della redazione di «Umanità nova», oltre a lui; Macchi, Perelli e Parrini che vengono, invece, arrestati nella redazione de «l’Avanti!». Le imputazioni per tutti sono pesantissime: associazione sovversiva, detenzione e porto abusivo di arma da fuoco e di esplosivi, strage e per lui e i suoi tre amici si aggiunge un’accusa ancor più infamante.
Il gruppo, secondo l’accusa, stava predisponendo un secondo attentato alla redazione del giornale socialista, sventato grazie all’intervento della polizia. Al processo si difende con veemenza. Non solo dichiara di essere estraneo  all’attentato al Diana, ma, afferma: «L’attentato a “l’Avanti!” non è mai esistito, è uno pseudo-attentato è un’invenzione, una montatura. Ho subito privazioni e maltrattamenti in questura nel tentativo di farmi confessare azioni che non ho mai compiuto». Malgrado Giuseppe Mariani, Ettore Aguggini e Giuseppe Boldrini, nel corso del processo, si dichiarino rei confessi, e sono condannati all’ergastolo, gli altri12 imputati vengono condannati a pene molto alte, mentre vengono assolti solo in tre.
Egli viene condannato a 16 anni e 11 mesi di reclusione, a due anni di vigilanza speciale e 187 lire di multa. L’esecuzione della sentenza avviene rapidamente. Dopo nemmeno due settimane, viene assegnato alle carceri di Parma, poi nel 1930 viene trasferito a Procida e dopo qualche tempo a Viterbo dove svolge l’incarico di bibliotecario. Grazie all’aiuto del cappellano del carcere riesce a instaurare un contatto con la sua compagna Teresa Codurri, con la sorella e con la madre, ma la corrispondenza, nonostante tutte le precauzioni, viene intercettata. Nell’estate del 1932 viene trasferito a Spoleto e qui chiede ufficialmente di poter corrispondere  con la sua compagna; ottiene l’assenso solo in ottobre, grazie anche al parere favorevole del questore di Milano. La famiglia non gli fa mancare il proprio sostegno: il cognato Enrico Caria, giudice presso il Tribunale di Vibo Valentia e lo zio Pasquale La Grotteria, generale medico dell’esercito, riescono a ottenere alcune concessioni straordinarie, che alleviano la sua condizione.
Un’amnistia del novembre 1932 («amnistia del Decennale»), gli consente di uscire dal carcere. Trascorre due anni di libertà vigilata prima a Vibo Valentia e poi si sistema a Napoli presso lo zio materno. Riprende gli studi e si iscrive alla facoltà di Scienze Economiche riuscendo a conseguire la laurea. Quindi, una volta finito di scontare il periodo di libertà vigilata, ritorna a Milano dove lavora nuovamente in un’officina meccanica. Viene costantemente sorvegliato dalla polizia che invia regolari rapporti alla questura di Catanzaro
Nel 1939 viene cancellato, su proposta del prefetto Marzano, dall’elenco delle persone pericolose e poi anche da quello degli anarchici; nonostante questo, ancora nel 1940, viene attentamente vigilato. Trova lavoro presso le Officine Meccaniche Fratelli Guidetti nel comune di S. Cristina con l’incarico di direttore commerciale.
Allo scoppio della guerra si trasferisce con tutta la famiglia a Corteolona, vicino Pavia e qui viene raggiunto, dopo l’8 settembre del 1943, da Mario Perelli e da altri anarchici insieme ai quali, tra il dicembre 1943 e il gennaio del 1944, organizza la «2ª Brigata Errico Malatesta», della quale assume il comando e che entra subito in collegamento con le Brigate «Malatesta-Bruzzi», comandate da Perrelli e che operano tra Milano e l’alta Lombardia.
Oltre che per le numerose azioni di guerriglia, la Brigata comandata da Pietropaolo, si distingue per l’aiuto portato ai militari inglesi fatti prigionieri dai tedeschi e per i contatti instaurati con i partigiani slovacchi operanti nella provincia di Pavia. Viene catturato dalle SS nel marzo del 1945 e rinchiuso nel carcere di  San Vittore a Milano in attesa di essere deportato in Germania, ma è liberato poco prima dell’insurrezione generale del 25 aprile da un’incursione organizzata dagli uomini della sua Brigata. Nelle Relazioni che egli compila, oltre a dar conto delle azioni svolte nel giorno dell’insurrezione, fornisce dettagliate informazioni sul comportamento dei suoi uomini nei giorni immediatamente successivi e smonta, soprattutto, le accuse su presunte violenze, rapine o soprusi in genere che sarebbero stati perpetrati con la complicità o, quanto meno, con l’acquiescenza degli uomini delle brigate anarchiche. 
Nel giugno del 1945 partecipa al congresso della Federazione Comunista Libertaria Alta Italia e a settembre, quale delegato della Fclai, partecipa al I Congresso nazionale della Federazione anarchica italiana (Fai) di Carrara e insieme a Perrelli e Germinal Concordia sostiene le tesi che vengono definite come «comunismo libertario», facendosi portatore «di una linea centrista», fondata sulla formazione di un partito organizzato a livello regionale e poi strutturato secondo uno schema federalista. 
La rottura si consuma, però, sulla questione della Costituente e del Sindacato. Il gruppetto dei delegati milanesi, insieme con i militanti dell’Unione di Spartaco, su posizioni neo-marxiste, non approvano le risoluzioni finali del congresso e, praticamente, si pongono al di fuori della Fai. Una volta sganciatesi dalla Fai, il Gruppo dei milanesi pensa di dar vita, con tutte quelle formazioni non strettamente legate ai comunisti, a una sorta di aggregazione di gruppi e movimenti di ispirazione antitotalitaria non marxista. Si arriva a ipotizzare anche la partecipazione alle elezioni per l’Assemblea Costituente nonché la presentazione di liste comuni nelle elezioni amministrative della primavera del 1946. L’intesa non solo non si realizza, ma provoca nuove separazioni, mette in luce le tante contraddizioni delle diverse “anime” dell’anarchismo e genera ripensamenti in quasi tutti i componenti del gruppo milanese. 
A partire dal 1949, insieme a Perelli e Concordia, cui si aggiunge poi anche il giovanissimo Pier Carlo Masini, da vita a Livorno al periodico «L’Impulso. Nel febbraio del 1951, a Genova, si costituiscono, per iniziativa de «L’Impulso», i Gaap – Gruppi anarchici di azione proletaria – che, richiamandosi alla partecipazione libertaria al movimento dei Consigli di fabbrica nella Torino degli anni Venti, intendono ripristinare il rapporto che legava i movimenti anarchici e sindacali alla Sinistra marxista.
Ancora al congresso di Carrara del 1957, mantiene e rimarca le sue differenze rispetto alla Fai e alle altre organizzazioni e federazioni anarchiche; conferma queste posizioni, sia pure in modo meno accentuato, al successivo congresso di Bologna del 1961, poi progressivamente la sua attività politica diminuisce fino quasi a cessare del tutto. Muore a Milano a 66 anni. (Antonio Orlando)  © ICSAIC 2020

Nota bibliografica                                   

  • Giuseppe Mariani, Memorie di un ex terrorista, Torino, 1953;
  • L’attentato al Diana. Processo agli anarchici alle Assise di Milano (9 maggio – 1° giugno 1922), a cura di Giuseppe Galzerano, Napoleone Editore, Milano, 1973;
  • La Resistenza sconosciuta e la lotta contro il fascismo. I giornali anarchici clandestini (1943-1945), Zero in condotta, Milano, 1995.
  • Antonio Orlando, Pietropaolo Antonio, in Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, vol. II, Bfs Edizioni, Pisa 2004;
  • Vincenzo Mantovani, Anarchici alla sbarra. La strage del Diana tra primo dopoguerra e fascismo, Net-Il Saggiatore, Milano 2007;
  • Antonio Orlando, Anarchici e anarchia in Calabria, Edizioni Erranti, Cosenza 2018.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato,  Casellario Politico Centrale,  DGPS, b. 3869.
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