Porchia, Antonio

Antonio Porchia [Conflenti (Catanzaro), 13 novembre 1885 – Buenos Aires, 9 novembre 1968]

Primo di sette figli – quattro maschi e tre femmine – nasce in una famiglia di buone condizioni economiche e sociali, ma segnata da una singolare vicenda: suo padre, Francesco, nato nel 1850, era un prete “spretato”, che abbandonò l’abito talare per una ragazza, Rosa Vescio, della quale s’innamorò pazzamente. Questa scelta estrema determinò il destino della famiglia condannata a un perenne peregrinare (“trashumancia”, la chiamerà Antonio) da una città all’altra per evitare lo scandalo e l’emarginazione sociale. Alcuni suoi parenti e uno dei suoi migliori amici, Julian Polito, hanno, invece sempre sostenuto che Antonio si è inventato tutto e che è vero che suo padre era stato educato e cresciuto in seminario, ma non manifestò mai l’intenzione di abbracciare il sacerdozio. Era un commerciante di legname e per questo aveva necessità di spostarsi da un posto all’altro e in ultimo, proprio un anno prima di morire,  si trasferì ad Avellino per ragioni strettamente legate alla sua attività. Per quale motivo Antonio abbia “inventato” tutto questo neppure i suoi amici più stretti sanno spiegarlo, forse perché gli piaceva stupire con una storia così particolare, affascinante e, sostanzialmente, innocua.
Nel 1900, ad appena cinquant’anni, suo padre muore improvvisamente e Antonio è costretto ad abbandonare gli studi per badare alla famiglia; matura così l’idea di emigrare in Argentina, progetto che si realizza nel 1902.  Partono da Napoli su una nave, la «Bulgaria»,  battente bandiera tedesca, lasciando in Italia il più piccolo dei fratelli e sbarcano a Buenos Aires. Antonio trova lavoro dapprima come manovale, poi passa a fare il cestaio e infine trova una stabile occupazione come controllore al porto. S’iscrive al sindacato e comincia a frequentare gli ambienti anarchici, aderisce alla Fora (Federation obrera regional argentina), scrive su «Organizacion Obrera», organo ufficiale del Sindacato e inizia a collaborare con una piccola rivista anarchica, «La Fragua»
Le sue poesie diventano fulminanti aforismi  e ve n’è uno che lo renderà subito famoso. «En todas partes mi lado es el izquierdo. Nacì de ese lado» («In ogni parte il mio lato è il sinistro. Sono nato da questo lato»). Nei primi anni la famiglia abita nel quartiere di Barracas, poi si trasferisce a San Telmo e nel 1918 insieme con il fratello Nicola, compra una vecchia tipografia e avvia questa nuova attività. Si distacca dal movimento anarchico e si avvicina al Sindacalismo, dedicandosi alle problematiche dei lavoratori immigrati. Nello stesso anno, grazie all’aiuto di tutti i suoi familiari, si trasferisce nel quartiere La Boca, abitato prevalentemente da italiani. Abbandonerà questa casa solo nel 1936, quando si stabilirà con l’intera famiglia allargata, in calle San Isidro al quartiere Saavedra. Per Antonio sono anni di grande fervore, di intensa attività e, soprattutto, di notevole impegno politico e letterario.  La sera, nel chiuso del suo studio, rielabora la sua giornata e dipana le “voces”, poesie, delicate e intimiste, segrete e recondite.
Nel 1936, a causa di sopraggiunte ristrettezze economiche, è costretto a vendere la bella casa di San Isidro e a trasferirsi al barrio Olivos in un appartamento più piccolo. Fino a questo momento i suoi versi sono conosciuti solo dai suoi amici più cari e, sebbene pressato da familiari e amici, non si è mai deciso a pubblicarli. Solo nel 1940, dopo aver fondato la «Asociacion de Arte y Lettras Impulso», decide finalmente a pubblicare le sue prime riflessioni in un volumetto intitolato La Fragua: Voces, che esce nel 1943  tirato in mille esemplari. Il libro passa inosservato, anzi, come racconta Roberto Juarroz, i pacchi dei libri tornarono indietro perfettamente integri. Nei primi mesi del 1946, Antonio viene a conoscenza dell’esistenza di un ente pubblico che si chiama «Sociedad Protectora de Bibliotecas Populares» che coordina una vasta rete di piccole e medie biblioteche popolari sparse in tutto il paese e invia alcune copie del libro. È un successo clamoroso e inaspettato, tanto che nel 1948 occorre fare una seconda e una terza tiratura del primo volume, mentre, in fretta e furia, viene stampato un secondo volume. Sulla prestigiosa rivista «Sur», diretta da Victoria Ocampo il critico francese Roger Caillois scrive una entusiastica recensione e invita Antonio a collaborare con la rivista. Caillois, all’insaputa di Antonio, traduce il libro in francese e non riuscendo a pubblicare Voces in volume, inserisce una parte delle poesie nella rivista annuale «Dits» e le poesie più recenti in «Le Licorne» una rivista parigina d’avanguardia. Henry Miller e Raymod Queneau restano così ammirati dalla freschezza e dalla forza di quegli aforismi che propongono al Club Frances del Libro di assegnare a Porchia per il 1949 il premio internazionale degli autori stranieri. La giuria internazionale è di parere diverso, tuttavia gli conferisce una speciale menzione e lo invita a visitare la Francia e a tenere una serie di conferenze. Antonio, onorato, stupito e allo stesso tempo, frastornato da tanto improvviso successo, risponde con una delle sue frasi taglienti: «Las distancias no hicieron nada. Todo està aqui» (Le distanze non hanno fatto nulla. Tutto è qui»). Non si muove, però, da Buenos Aires e non si muoverà mai. Si susseguono, invece, le traduzioni della sua opera all’estero, prima in Belgio nell’antologia Poesie vivante en Argentine, poi di nuovo in Francia, in Germania grazie a Fridrich Weiniger, negli Stati Uniti, a Chicago, a opera di W.S. Merwin e ultimo in Italia, soltanto nel 1979, a cura di Vincenzo Capitelli che pubblica a Milano una stringata selezione delle “voces”.
Il successo internazionale non modifica la sua ricerca, non cambiano i temi delle sue riflessioni, anzi si accentua la sua riservatezza, il suo intimismo, la sua solitudine che non è emarginazione bensì distaccata innocenza e spirituale sapienza. «Se vive con la esperanza de llegar a ser un recuerdo» («Si vive con la speranza di diventare un ricordo»), dice in un’edizione del 1959 e probabilmente pensa al suo disperato amore rubatogli da una morte atroce e repentina e a lei dedica un verso – «No ves el rio de llanto porque le falta una lagrima tuya» («Non vedi il fiume del pianto perché manca una lacrima tua») – che diventerà, negli anni Sessanta,  così celebre da essere scritto a lettere cubitali sui muri dei quartieri popolari.  La sua opera fa da traino a quella dei pittori che si erano raccolti nell’associazione «Impulso» ed ognuno di loro regala al Presidente un proprio quadro, sicché, col passare degli anni, P. forma una sua personale galleria rappresentativa della moderna pittura argentina. Quando  Petorutti, Victorica, Quinquela Martin, Castagnino, Soldi, Buttler e Corner divennero famosi e molto quotati, qualcuno suggerì ad Antonio, che non navigava in buone acque, di cominciare a vendere qualche quadro e anche in quella occasione lui rispose con una delle sue frasi al fulmicotone: «Mis cosas son muchas, y son una, si intento separarme de una» («Le mie cose sono molte e sono una, se provo a separarmi da una»).
Su insistenza di Jorge Luis Borges, che è il Presidente, Porchia accetta di entrare a far parte de la Sociedad Argentina de Escritores, ma in cambio chiede che sia lo stesso Borges a scrivere la prefazione all’ennesima edizione di Voces, verrà accontentato e Borges ne scriverà quattro di prefazioni. Dopo le lusinghiere recensioni in Francia e negli Usa molti giovani critici chiedono di intervistarlo, a fatica egli si sottopone alle domande e preferisce che a parlare siano i suoi amici più intimi, Juarroz e Pugliese. In un’intervista, rilasciata nel 1964 a Ines Malinow, parla di Dio e della fede  – «El no saber hacer supo hacer a Dios» («Non sapendo come fare seppi fare Dio») – ma accenna anche al suo sfortunato amore per una donna e afferma che, dopo la morte di quella ragazza, non è più riuscito a innamorarsi. 
Nel 1966, dopo aver festeggiato gli ottant’anni, a causa di una brutta caduta, subisce una commozione cerebrale dalla quale non si riprenderà più vivendo per mesi in uno stato di sonnolenza e di delirio. Nel marzo del 1968 viene ricoverato in ospedale per tentare di rimuovere un grumo di sangue al cervello, l’operazione riesce e si registra una certa ripresa, ma, improvvisamente, agli inizi di novembre, le condizioni peggiorano e neppure un nuovo ricovero riesce a scongiurare il peggio; la morte sopravviene all’alba del 9 novembre 1968, quando mancano venti giorni al suo ottantaduesimo compleanno. (Antonio Orlando)  ICSAIC 2020

Opere

  • Voces reunidas, Universidad Nacional Autónoma de México, Distribuciones Integrales,  Città del Messico 1999;
  • Voces reunidas, a cura di Daniel Conzàlez Dueñas, Alejandro Toledo, Angel Ros Domingo, Alción Editore, Buenos Aires 2006; ; 
  • Voix reunies, a cura di Daniel Faugeras, Eres Editore, Toulouse 2013;
  • Voci, a cura di Fabrizio Caramagna, Genesi Editore, Torino 2013;
  • Voci, a cura di Ernesto Franco, Il Melangolo, Genova 1994.

Nota bibliografica

  • Dionisio Petriella e Sara Sosa Miatello, Diccionario Biográfico Italo-Argentino, Associazione Dante Alighieri, Buenos Aires 1976, ad vocem;
  • Lo straordinario caso letterario di Antonio Porchia, emigrato calabrese in Argentina, «LiConflenti», II, 5, Conflenti, dicembre 2002;
  • Vincenzo Villella, Lo straordinario caso letterario di Antonio Porchia, Premio Letterario ”F. Mastroianni”, Platania 2004;; 
  • Vittoria Butera, Pillole di saggezza, Gezabele editore, Falerna 2004;
  • Armido Cario, Antonio Porchia e le “Voci” della coscienza, «Il Lametino», 16 settembre 2004;
  • Antonio Orlando, Storie dell’emigrazione. Antonio Porchia ovvero l’apogeo dell’aforisma, «La Riviera», giugno 2006;
  • Paolo Gasparini, Un inmigrante entre extranjeros: Antonio Porchia como “gnomon” del misterio, «Confluenze», I, 2, 2009.
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