Siniscalchi, Antonio

Antonio Siniscalchi [Diamante (Cosenza), 1 gennaio 1844 – 28 gennaio 1921]

Figlio di Giovanni, patriota e animatore a Diamante e sul Tirreno cosentino dei moti del 1848 contro la monarchia borbonica, subendo persecuzioni e processi, e di Elisabetta Perrone, entrambi appartenenti a famiglie tra le più rappresentative e benestanti del luogo, Antonio Siniscalchi (ma il nome che risulta allo stato civile del Comune di nascita è Giuseppe Antonio) venne mandato a compiere i suoi primi studi presso il Seminario di San Marco Argentano (Cosenza), al termine dei quali si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Napoli, conseguendo la laurea  nel 1868. 
Negli studi giuridici eccelse ma la sua formazione venne fortemente influenzata dalla passione per la filosofia e nel 1871 fu tra i partecipanti al concorso bandito dall’Accademia Reale di Scienze Morali e Politiche dell’ateneo napoletano con un lavoro sul tema Esposizione critica della Ragion Pura di Kant. Il premio messo in palio venne assegnato ex-aequo a lui, a Filippo Masci (allievo di Bertrando Spaventa) e a Carlo Cantoni (docente, politico e poi rettore dell’Università di Pavia). In questo primo saggio il Siniscalchi rivelò le tendenze filosofiche hegeliane e un indiscusso acume critico che seppe ben mettere in evidenza l’astrattezza della filosofia kantiana circa la concezione del “noumeno”.
Conseguì successivi riconoscimenti, tra i quali quello per un lavoro su Plotino e Proclo e la teoria delle ipostasi, nel quale veniva delineata l’evoluzione delle scuole neoplatoniche, giungendo a nuove posizioni su Proclo, ritenendole precorritrici del pensiero hegeliano e nel suo triadismo al superamento degli assunti della filosofia politica neoplatonica in Plotino.  
Nel 1891 pubblicò per i tipi del “Corriere Bruzio” di Cosenza un saggio su Locke e Leibniz che, molti anni prima, era stato premiato dalla Facoltà di Lettere e Filosofia di Napoli. In tale lavoro Siniscalchi (che Filippo Mannelli Amantea, giurista e filosofo anch’egli, Presidente dell’Accademia Cosentina, nel 1953 definì «hegeliano di stretta osservanza e critico efficace di altri filosofi da lui studiati») analizzò il pensiero dei due citati filosofi sotto il profilo gnoseologico, scorgendo nei due sistemi un residuo empirismo derivante da una concezione del pensiero non inteso in senso assoluto. All’apparire del saggio l’autore ottenne lodi da numerose personalità della cultura e vennero pubblicate  recensioni molto favorevoli su giornali e riviste.
Nel 1923 Benedetto Croce, in una lettera indirizzata all’omonimo nipote, figlio del fratello, evidenziò che «il lavoro mostra una serietà di studi». Più recentemente, Ciro Rosario Cosenza, storico e già docente di filosofia, ha precisato che «Siniscalchi ebbe  il grande merito di aver fatto conoscere il pensiero di Hegel in Calabria e che lui stesso volle fieramente definirsi hegeliano», evidenziando che «ha scritto le cose migliori sulla critica della gnoseologia, della filosofia del sei-settecento».
Nel 1891 montò la polemica tra Siniscalchi e l’abate Vincenzo Pagano, che impartiva lezioni private di filosofia a Napoli. Quest’ultimo sosteneva le tesi della «filosofia dell’equilibrio» al fine di risolvere ogni quesito, e la querelle che si incentrò sul concetto dell’importanza dell’equilibrio ebbe strascichi su giornali e riviste dell’epoca, provocando la pubblicazione della Lettera aperta a Vincenzo Pagano scritta dallo studioso calabrese, nel corpo della quale venne fermamente criticato il sistema di pensiero dell’Abate.
Pur non trascurando la professione forense (fu civilista e penalista) e quella di notaio, sia a Diamante che nella città di Cosenza, e la vita politico-amministrativa (fu anche sindaco di Diamante, ricoprendo la carica nel biennio 1915-1916, negli anni difficili dell’intervento e dell’inizio della Grande Guerra), non abbandonò mai i suoi studi filosofici, dedicandovisi sino agli ultimi anni di vita e sempre più finalizzati all’aspetto critico. Non pubblicò, però, dall’inizio del nuovo secolo in poi, i saggi che aveva redatto: difatti, la sua produzione è costituita da un nutrito numero di manoscritti, gelosamente custoditi dalla famiglia e, in particolare, prima dall’omonimo nipote e poi dal figlio di questi, Mario Siniscalchi, avvocato cosentino, e successivamente dalla di lui figlia Paola Siniscalchi e da altri fratelli. Tra questi manoscritti assumono importanza soprattutto i lavori intitolati Caloprese e la filosofia della Rinascenza, incentrato sul pensiero del filosofo e matematico di Scalea che fu maestro del Metastasio, e La dottrina di Locke sul linguaggio.
Attilio Pepe, eminente storico e saggista che ha lasciato numerosi scritti sul Caloprese, scrisse il 18 agosto 1961 all’avv. Mario Siniscalchi evidenziando che «sulla geognostica kantiana Antonio Siniscalchi aveva pienamente ragione, in quanto lo stesso Hegel, nella sua critica al Kant, richiamò la metafisica del suo esilio e completò il progresso della logica aggiungendovi una logica speculativa e metafisica che abbraccia lo intero contenuto della realtà e, come tale, s’identifica con la metafisica».
In effetti, come afferma Ciro Rosario Cosenza, «Siniscalchi fu alquanto coraggioso nel confutare l’essenza del filosofare di Kant, che consiste nell’affermare l’impossibilità di una metafisica come scienza».
Siniscalchi fu un hegeliano ortodosso, al contrario dello Spaventa, che in alcune sue opere forniva un’interpretazione spiritualistica del pensiero hegeliano, e si mantenne fermo, al pari di Sebastiano Maturi (suo coetaneo, docente di filosofia all’Università di Napoli legato a Croce, a Gentile e a tutti gli esponenti dell’idealismo italiano), sulla concezione oggettiva, spesso dualistica, del filosofare di Hegel. La sua attività, orientata alla divulgazione più ampia, specie nell’Italia meridionale dell’epoca, è stata apprezzata nel mondo accademico e del pensiero per la chiarezza del linguaggio, per il rigore storico e per l’acutezza dell’indagine critica. 
Ritiratosi nella sua Diamante, morì nel 1921 all’età di 77 anni.
Una strada nel centro storico di Cosenza porta il suo nome. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2020

Opere edite

  • Lettera aperta al Molto Reverendo Don Vincenzo Pagano,  Tip. del “Corriere Bruzio”, Cosenza 1891;
  • Locke e Leibniz,  Tip. del “Corriere Bruzio”, Cosenza 1891;
  • Per Ricci-Calafiori contro Casella  Tip. Ed. N. Basile & C., Belvedere Marittimo 1910;
  • Il concetto di proprietà. La gnoseologia kantiana (saggi postumi a cura di Mario Siniscalchi), Edizioni TAC, Cosenza 1961;

Opere inedite

  • Esposizione critica della Ragione Pura di Kant (manoscritto)
  • Caloprese e la filosofia della Rinascenza (manoscritto)
  • La dottrina di Locke sul linguaggio (manoscritto)
  • L’hegelismo napoletano (manoscritto)
  • Bernardino Telesio (manoscritto)

Nota bibliografica

  • Cesare Grandinetti, Recensione a Locke e Leibniz, «La Sinistra» (Cosenza), 19 settembre 1891;
  • F. Nocito, Antonio Siniscalchi, «L’idea calabra» (Paola), 6 febbraio 1921;
  • Mario Siniscalchi, Un pensatore della Calabria, «Cronaca di Calabria», 5 aprile 1953;
  • Mario Siniscalchi, L’abate Vincenzo Pagano, «Cronaca di Calabria», 9 novembre 1953;
  • Mario Siniscalchi, Diamante e i suoi figli illustri, «Corriere delle Calabrie», 26 giugno 1954;
  • Filippo Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Siniscalchi Antonio, in Gli scrittori calabresi, Vol. III, , Tip. Ed. Corriere di Reggio, Reggio Calabria 1955, pp. 233-234;
  • Mario Siniscalchi, Studi sul Caloprese, «Cronaca di Calabria», 9/ maggio 1961;
  • Attilio Pepe, Caloprese e Scalea ai primi del Novecento, «Cronaca di Calabria», 1 settembre 1961
  • Ciro Rosario Cosenza, L’avv. Antonio Siniscalchi, il villino e la Caserma dei Carabinieri, «L’Olmo», ottobre 2005.
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