Stratigò, Vincenzo

Vincenzo Stratigò [Lungro (Cosenza), 17 dicembre 1822 – 29 settembre 1885]

Figlio del magistrato Angelo e della nobildonna napoletana Matilde Mantile. Avviato agli studi dallo zio don Luigi Stratigò, cultore di lingue classiche, entrò nel pontificio collegio Corsini-Sant’Adriano di San Demetrio Corone, rinomata scuola di studi classici e tempio della cospirazione antiborbonica. Negli anni Quaranta si iscrisse nella Facoltà di Legge dell’Università di Napoli, dove cominciò a frequentare le logge rivoluzionarie.
Nel 1844 prese parte ai moti di Cosenza e per questo venne espulso dall’università partenopea con conseguente interdizione agli studi. 
Cominciò a scrivere poesie, e probabilmente, proprio in quell’anno furono composti i Vjershë arbresh [Stornelli albanesi], contenuti nel libretto ms.: A Matilde Mantile in segno di candido affetto e perenne memoria; cosi come appartengono al periodo che va dal 1844 fino al 1857, sempre inserite nel succitato libretto, le poesie in italiano: Il poeta Cesareo (1844); La donzella del sacerdote (1849); Sorgi, sorgi famoso Scander; La colomba; L’albanese (1857);In morte di una vergineIl fulmine d’amore; Epigrafe; L’amorticida; L’amanticida; A Francesco Nullo; A Galluppi.
Nel 1848 partecipò ai moti di Napoli con il grado di luogotenente dell’esercito nazionale sotto la guida del generale Ignazio Ribotti. Subito dopo i moti del 15 maggio gli venne vietata la residenza a Napoli e gli venne imposto il rimpatrio a Lungro. Giunse comunque in tempo per partecipare alla resistenza di Campotenese e alla battaglia di Monte Sant’Angelo. 
In questi primi anni di latitanza (1848-1852), così come riportato dal figlio Angelo in una biografia del padre (dattiloscritto inedito), scrisse un Proclama agli albanesi e Apostrofe agli avi miei in cui riecheggiano le vicende della resistenza del popolo albanese contro l’oppressione turca. Queste due opere non sono giunte a noi e sono probabilmente da annoverare tra i suoi numerosi scritti sequestrati dalla polizia borbonica. 
Il 23 ottobre 1852, in virtù del decreto d’indulgenza, gli venne concessa la libertà. Ma già nel 1853 fu inviato insieme al padre Angelo al domicilio forzato a Catanzaro e poi confinato a Badolato dove, per mancanza di mezzi di sussistenza, violò il confino e si ritirò clandestinamente a Lungro vivendo da latitante fino al 1855. 
L’esilio politico che egli subì nel 1853 portò alla morte il padre Angelo, a quell’epoca giudice di Tiriolo, trasferito a Muro Lucano per punizione. Lì, colto dal colera, dopo pochi giorni, Angelo Stratigò si spense.
Nel 1854 Vincenzo compose la poesia La partenza del retore, insieme all’opera omonima che l’autore intitola: Il Brigante. Brano di una novella inedita. Versi. Questo manoscritto composto da 17 facciate, oltre ai brani succitati, contiene la poesia in ottave dal titolo: In morte di Vincenzina Vaccaro, scritta nel 1844, e alcuni appunti in prosa relativi allo scritto Protesta per Vincenzo Stratigò, poi pubblicato nel 1874. 
Nel 1857 Vincenzo Stratigò si trasferì a Rossano per insegnare latino e greco ai figli del marchese Malena. Non appena la polizia scoprì il provvedimento di sorveglianza che pendeva nei suoi confronti, lo allontanò immediatamente da quella città. Intanto la sua famosa ode L’albanese, veniva fatta circolare clandestinamente tra i contadini dei paesi italo-albanesi per incitarli alla rivolta contro la dittatura borbonica. 
Nel decennio 1850-1860 contraddistinto da un fermento ideologico di notevole portata, fu molto vicino al pensiero di Giuseppe Mazzini. 
Intanto a Lungro, tramite la cospirazione segreta, divulgava le proprie idee rivoluzionarie in versi in italiano e in albanese. Nel 1858 compose la poesia Il bacio e il fiore.
Il 16 luglio 1859, ispirato dalla battaglia di Palestro, tentò di sollevare le colonie albanesi per recarsi in aiuto dei fratelli in Lombardia e in ciò, assistito dai suoi più fedeli collaboratori tra cui Pietro Irianni, Cesare Martino e altri rivoluzionari lungresi, organizzò una sommossa antiborbonica. Per tale azione i suoi fratelli Giuseppe e Demetrio furono arrestati e tradotti nel carcere di Cosenza; sua madre venne rinchiusa nelle prigioni di Lungro e egli stesso fu costretto alla latitanza con una taglia sul capo di 8500 lire. Oppressa dalla repressione borbonica e carica di debiti, la famiglia Stratigò, per far fronte ai bisogni del carcere e della latitanza, fu indotta ad alienare la maggior parte dei propri beni. Dalla corrispondenza che il nostro ebbe con la madre, dopo l’unità d’Italia, si apprende come l’unico punto di riferimento stabile per gli Stratigò fosse Vincenzo, allora capitano dell’esercito italiano, e che il sostentamento della famiglia dipendesse dal suo salario. 
In latitanza, comunque, egli continuò a organizzare la rivoluzione che sarebbe poi culminata nella battaglia del Volturno liberando l’Italia meridionale dal giogo dei Borboni. Insieme ai fratelli Angelo e Domenico Damis, Pietro Irianni, Giuseppe Samengo, Cesare Martino e Pasquale Trifilio, Stratigò comandò una delle cinque compagnie lungresi che presero parte alla marcia trionfale di Giuseppe Garibaldi. 
Profondamente deluso dell’operato del governo italiano insediatosi dopo l’Unità, ritornò a Lungro dove si dedicò gli studi di economia, politica, storia e geografia: lì sposò la lungrese Maria Raffaella Vaccaro dalla quale ebbe tre figli: Matilde, Angelo e Rosina. Dal 1861 al 1885 anno della sua morte, si intensifica la sua produzione letteraria. L’Epistolario amoroso giunto a noi, riporta in alcune lettere date significative comprese tra gli anni 1863-1864, certune anche il luogo di stesura: Torino, Salerno, Milano e Napoli, città nelle quali dovette risiedere per ragioni legate alla sua professione di ufficiale dell’esercito.
Nel 1864 fondò una scuola serale a Lagonegro e per tale motivo il sindaco gli conferì la cittadinanza onoraria. Incorporato nell’esercito, sempre nel 1864, fece parte del Tribunale di guerra per la repressione del brigantaggio in Basilicata. Nel 1866 venne nominato Capo di Stato maggiore. Tornato a Lungro riprese gli studi sulla questione del Mezzogiorno, sull’evoluzione del proletariato e continuò a scrivere poesie. Come aderente al movimento socialista subì perquisizioni alle quali rispose con scritti di protesta. Nel settembre del 1874, accusato di internazionalismo socialista, subì in casa una perquisizione durante la quale gli vennero sequestrati molti manoscritti tra cui il Trattato di Geografia Politico Economico. Profondamente amareggiato per quanto accaduto, scrisse una Protesta per Vincenzo Stratigò
In occasione della morte del Re Vittorio Emanuele II, avvenuta a Roma il 9 gennaio del 1878, compose l’ode Parliam di lui fratelli, ahime! Disparve. Appartengono a questo periodo che va dal 1861 al 1885 molte delle poesie scritte in albanese. Nel triennio 1882-1885 compose opere di carattere economico e sociale come: Disquilibrio tra lo Scambio e la Produzione (1882), manoscritto che mette in evidenza i problemi economici e sociali che affliggevano allora le masse contadine italiane. Dello stesso anno è lo scritto: Vincenzo Stratigò e il Comizio popolare di Cosenza. Sempre nel 1882 compose il Discorso in morte di Giuseppe Garibaldi
Dopo una lunga carriera da ufficiale e una vita spesa per far emancipare le popolazioni calabro- albanesi, si spense a Lungro a 63 anni. Insieme a Pierdomenico e Angelo Damis di Lungro, ai fratelli Domenico e a Raffaele Mauro di San Demetrio Corone e a tanti altri patrioti arbëreshë, come scrive Attilio Vaccaro nel saggio Gli Italo-albanesi nei moti risorgimentali in Calabria, lo Stratigò è da annoverare tra  «gli albanesi di Calabria che diedero un contributo memorabile in pensiero e in azione, destinando alla nobile causa non solo combattenti ma anche coraggiosi martiri». (Nicola Bavasso© ICSAIC 2020

Opere

  • Opere Poesia e Prosa, a cura di Nicola Bavasso e Giovanni Belluscio (Albanologia 15; Università della Calabria), Rende 2011.

Nota bibliografica

  • «Giornale delle Due Sicilie», n. 156 del 19 luglio 1859.
  • Alberto Straticò,  In morte di Vincenzo Stratigò, Edizioni Patitucci, Castrovillari 1885.
  • Alberto Straticò, Il Genio di Skanderbeg, Palermo, 1892.
  • Cesare Lombroso, In Calabria, Edizioni Giannotta, Catania 1892.
  • Giuseppe Ferrari e Kolë Kamsi, “Vincenzo Stratigò poet abresh”, «Buletini i Universitetit të Tiranës, Seria Shkencat Shoqerore», 1, Tiranë 1959.
  • Kolë Kamsi , V. Stratigò, «Nëndori», II, Tiranë 1959, pp. 137-143.
  • Ziaudin Kodra, Vinçenc Stratikoi, «Historia e letersisë shqipe», II, Tiranë 1959, pp. 195-202.
  • Comitato Commemorazione del Risorgimento, Parliamo di Lungro in occasione del Centenario dell’Unità d’Italia, Lungro 1963.
  • Alfredo Frega, Il poeta soldato Vincenzo Stratigò (1822-1885), in Zgjimi Risveglio n. 2-3, 1970, pp. 7-11.
  • Historia e Letërsisë Shqipe, kapitulli VII Vinçenc Stratikoi,  Enti i teksteve dhe i mjeteve mësimore i Krahinës socialiste autonome të Kosovës, Prishtinë 1975, pp. 394-399.
  • Nicola Bavasso, Ungra katund i Arbërisë-Lungro Centro dell’Arbëria, Edizioni Masino, Lungro 2003.
  • Attilio Vaccaro, Il Pontificio Collegio Corsini: presidio di civiltà e ortodossia per gli Albanesi di Calabria (prima parte), in «Hylli i Dritës», 28/3, 2008, pp. 145-181; (seconda parte) 28/4, 2008, pp. 102-136.
  • Attilio Vaccaro, Gli Italo-albanesi nei moti risorgimentali in Calabria, in Unità multipleCentocinquant’anni? Unita? Italia, a cura di  Giovanna De Sensi e Marta Petrusewicz, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014,  pp. 448-496. 

Nota archivistica

  • Archivio Storico della famiglia Stratigò – Lungro
  • Archivio Storico della famiglia Damis – Lungro
  • Archivio Privato della famiglia Alfredo Frega – Lungro
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