Suraci, Paolo

Paolo Suraci (Reggio Calabria, 15 gennaio 1897 – 4 novembre 1979)

Considerato «una delle più fulgide figure dell’antifascismo» calabrese, soffrì carcere e confino, senza mai abiurare le sue idee comuniste. La sua biografia – come scriveva il quotidiano «l’Unità» in occasione del suo settantesimo compleanno – è «quella di un militante comunista, di un combattente antifascista, di un organizzatore politico e sindacale». Paolo Suraci nacque “settimino” in una modesta famiglia reggina, da Domenico, ferroviere, e dalla casalinga Aloisia Roseto, detta donna Concetta: in casa Suraci era stato già accolto Carlo Mansueto (nato il 5 marzo 1883 e morto il 27 luglio 1949) considerato come un figlio. Paolo restò orfano di madre a 14 anni e l’evento segnò il corso della sua vicenda personale. Completati gli studi elementari (era compagno di scuola di Enzo Misefari), s’iscrisse alla scuola tecnica industriale che abbandonò volontariamente nel 1913.
Dal 1918 impegnato in politica si dedicò inizialmente, con sacrificio e abnegazione, al movimento sindacale dapprima a Reggio Calabria e successivamente a Crotone, dove fu trasferito con un provvedimento punitivo. E fin dal 1920 era conosciuto per le sue idee socialiste.
Partecipò a tutte le agitazioni del dopoguerra che culminarono con lo sciopero legalitario dell’agosto del 1922. Per tale attività fu retrocesso da macchinista a operaio e nel 1923 fu licenziato. Iscritto al Partito comunista sin dalla fondazione (1921),svolse, come ricorda C9rdiva, una intensa campagna di propaganda fra i compagni di lavoro. Fece parte del comitato federale reggino e nel 1925 assunse responsabilità di direzione politica come segretario della federazione. Tra i dirigenti comunisti più in vista, e per questo considerato un soggetto pericoloso per l’ordine e la sicurezza pubblica, da quel momento scattò la sorveglianza della polizia nei suoi confronti (il fascicolo che lo riguarda nel Casellario politico centrale dell’Archivio di Stato a Roma, oltre alla sua biografia, conserva documenti che vanno dal 1925 al 1943). Con l’avvento del fascismo, a Reggio ancor più livoroso contro il movimento operaio, l’attività di Surace e dei suoi compagni divenne sempre più rischiosa. Il 25 dicembre 1925, alla vigilia di un Congresso Federale, previsto alle 2 di notte in un bosco, fu arrestato nello studio degli avvocati Tripodi e Musolino.
Il suo lavoro politico sul territorio non passò inosservato e per tale motivo – oltre al fatto che era molto esposto – lasciò l’incarico di segretario federale perché fu chiamato presso l’apparato centrale del partito ormai clandestino. Nel luglio del 1926 diventò funzionario di partito e nell’ottobre successivo assunse l’incarico di vicesegretario per la Calabria e la Sicilia. Definito «serio e capace», operò in condizioni alquanto difficili e oltremodo pericolose, tenendo i rapporti del Pci con le cellule periferiche, un impegno che non passò inosservato all’occhialuta polizia politica del regime. In quell’anno, a Lecce, dove era andato per consegnare un soccorso alla famiglia del comunista Galasso, sfuggì all’arresto dandosi alla fuga, ma la polizia lo intercettò a Napoli in una tabaccheria di via Medina nell’aprile del 1927. Arrestato, malmenato e seviziato dai questurini (erano già in vigore le leggi di polizia che, tramite l’Ovra e i Tribunali speciali, reprimevano ogni forma di dissenso), non rivelò nulla sulla rete clandestina e sulle persone che ne facevano parte. Il suo contegno dignitoso e deciso avrebbe addirittura suscitato l’ammirazione degli stessi poliziotti che lo sottoposero a interrogatorio con metodi da santa inquisizione. Ritenuto un «fiduciario dell’esecutivo comunista», fu tuttavia processato e il 22 ottobre 1928 il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato gli inflisse la pesante condanna a 10 anni di carcere e tre anni di vigilanza speciale per avere «attentato contro i poteri costituiti dello Stato», «fatto parte del partito comunista ricostituitosi dopo lo scioglimento ordinato dalla pubblica autorità» e avere declinato false generalità al momento del suo arresto. Dopo cinque anni in cella passati in diverse carceri, da Civitavecchia ritornò a Reggio a novembre 1932 in seguito all’amnistia generale concessa nella ricorrenza del decennale della marcia su Roma, riprendendo subito con passione e con coraggio la sua attività politica. Riallacciò, allora, i rapporti con il centro estero del Pci con cui era stato in contatto anche nel periodo passato nelle carceri fasciste. La prefettura lo incluse nell’elenco delle persone da arrestare «in determinate circostanze».
Nel 1935 sposò Cornelia Totino che gli diede cinque figli: Ivana, morta a poco più di un anno, Domenico (che seguirà le sue orme in politica), Carlo, Amelia e Mario.
Perseguitato dal regime, con Carlo Lacava, già segretario presso il Compartimento di Reggio anch’egli licenziato dalle Ferrovie per avere partecipato a uno sciopero di categoria, come ricorda Guglielmo Calarco gestiva una libreria sul Corso Garibaldi di Reggio e con i magri proventi di quell’attività provvedeva alle necessità familiari. Secondo le carte di polizia si adattò a fare anche l’operaio edile. La sua attività “sotterranea” di propaganda contro il regime fascista continuò indefessa fino al 1941. Arrestato, il 14 agosto il ministero dell’Interno  dispose il suo internamento nel comune di Montemarano, uno sperduto paesino in provincia di Avellino. La moglie, il 2 settembre successivo, chiese senza successo a revoca del provvedimento di confino, Fu rifiutata anche l’istanza per la concessione di un sussidio alla famiglia. Solo gli venne concessa una breve licenza perché una figlia era in pericolo di vita. La famiglia, in seguito fu autorizzata a raggiungerlo al confino e nel febbraio 1943 gli fu concesso un sussidio di 150 lire. La vita grama del confino, l’11 aprile successivo fu allietata dalla nascita della figlia Amelia. Tornò libero soltanto nel febbraio 1944, dopo tre anni di confino, quando ormai il Sud Italia era stato liberato da parte degli alleati anglo-americani. Dopo la liberazione, a Reggio riprese il suo posto di lotta a fianco dei vecchi compagni che ricostruirono il partito comunista dando vita alle strutture territoriali e all’attività politica nella provincia di Reggio Calabria. Entrò nel comitato federale del Pci con l’incarico di dirigente dell’ufficio organizzazione e quindi di segretario della federazione.
Come “ispettore” del partito fu inviato a Catanzaro per valutare la situazione determinatasi in seguito alla vicenda del segretario di quella federazione, l’ebanista Francesco Maruca,– bordighiano, dalla scissione di Livorno apparteneva al nucleo fondatore del PdCI – espulso dal partito per le sue tesi estremiste e la gestione «personalistica, accentratrice e disgregatrice», come lo bollò un’assemblea di partito svoltasi alla presenza di Velio Spano, dirigente nazionale del Pci, assemblea che lo dichiarò decaduto dalla carica(sempre nel 1944 Muraca fondò il Partito comunista internazionalista). Suraci rendicontò per lettera a Spano, l’esito di tale ispezione.
Dal 1946 al 1954 fu consigliere comunale di Reggio Calabria, ricoprendo nello stesso tempo il ruolo di vicesegretario della sezione del sindacato ferrovieri italiani della città dello Stretto. Il partito puntò su di lui e lo candidò nella lista del Fronte democratico popolare. Il 18 aprile 1948 fu eletto deputato al Parlamento nella circoscrizione di Catanzaro, grazie anche al sostegno di tanti ferrovieri del Compartimento di Reggio i quali in un volantino elettorale ricordavano i suoi esordi politici come sindacalista e rimarcavano che si trattava di un «macchinista delle Ferrovie dello Stato» e che la sua vita era «permeata di sacrifici, sempre ed esclusivamente nell’interesse del riscatto della classe lavoratrice». Alla Camera fece parte della VIII Commissione trasporti, comunicazione e marina mercantile della quale fu segretario dal 15 giugno 1948 al 30 giugno 1949. Firmò 4 progetti di legge. Il suo mandato ebbe termine il 24 giugno 1953. Riprese, allora, a tempo pieno l’impegno nel sindacato come segretario generale della Camera del lavoro di Reggio Calabria, pur continuando l’attività politica all’interno del Pci: dal 1960 al 1963 fu presidente della commissione federale di controllo e l’anno dopo e fu rieletto nel comitato federale di cui fece parte per molti anni ancora. Negli anni delle lotte contadine, anche se il problema del latifondo in provincia di Reggio, non era così importante decise di andare all’attacco nell’occupazione delle terre, specialmente nella Piana di Gioia Tauro. Notevoli i suoi interventi «contro i mafiosi» nelle assemblee sindacali.
È morto all’età di 82 anni. Il Pci espresse il suo cordoglio alla famiglia con telegrammi firmati da Pietro Longo ed Enrico Berlinguer. A un mese della scomparsa venne commemorato per iniziativa del Pci e del Sindacato ferrovieri della Cgil. Sono intestate al suo nome una via di Polistena, di Messina e di Reggio Calabria. (Pantaleone Sergi) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • I settanta anni del compagno Suraci, «l’Unità», 22 gennaio 1967;
  • Ferdinando Cordova, Paolo Suraci, in Franco Andreucci e Tommaso Detti, Il movimento operaio italianoDizionario biografico, V, Editori Riuniti, Roma 1976, ad vocem
  • Ferdinando Cordova,  Alle origini del Pci in Calabria (1921-1926), Bulzoni, Roma 1977, p. 165;
  • Una delle più fulgide figure dell’antifascismo, «Il Giornale di Calabria», 6 novembre 1979;
  • È morto il compagno Paolo Suraci, «l’Unità», 6 novembre 1979;
  • Mario Tornatora, Ricordando Paolo Suraci, un ferroviere, un comunista, «L’Unità», 8 dicembre 1979;
  • Salvatore Carbone, Il Popolo al confino, La persecuzione fascista in Calabria, Brenner, Cosenza 1989.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato (ACS), Casellario politico centrale, b. 4986, f. 015924, Paolo Suraci;
  • ACS, Ministero dell’Interno, Direzione generale pubblica sicurezza, divisione affari generali e riservati, CtG. A5Gb. 322, 1941-1943; S13A, b. 11, f. 65 RC, 1932-1933 e 1939.
  • Archivio del Pci (Roma), Federazione di Catanzaro, Carissimo Spano, Lettera firmata Paolo Suraci, Catanzaro, 11/6/44;

Nota

  • Profilo biografico redatto grazie anche alla collaborazione della nipote Paola Suraci.
RSS
Facebook
Facebook
Twitter
Visit Us
YouTube
Instagram