Arcovito, Girolamo

Girolamo Arcovito (Reggio Calabria, 7 novembre 1771 – 1 dicembre 1847)

Nacque da Natale e da Teresa Ranieri. Di pronto ingegno, apprese bene il latino e quindi il francese. Fece i primi studi in seminario. A 25 anni, però, alla vigilia della consacrazione sacerdotale, abbandonò l’abito talare e nell’agosto 1876 si recò a Napoli per studiarvi legge nella Università de’ Regi Studj. L’anno prima, tra i primi liberi muratori della sua città, costituì un club giacobino all’interno della propria loggia. ricoprendo il ruolo di deputato.
Amico di Giuseppe Logoteta, reggino come lui, nella capitale borbonica abbracciò ben presto gli ideali rivoluzionari che fermentavano specialmente fra i giovani. A Napoli dette vita a un «Club di calabresi» acquistando ben presto fama di cospiratore e propagandista giacobino; divenne altresì segretario della Società Patriottica degli «Amici della legge», di radicalismo estremo, della quale predispose gli Statuti, nei quali qualche autore vide il preannuncio dell’imminente Carboneria.
Fu fra i più attivi preparatori di quella che fu poi la rivoluzione del 1799 alla quale aderì entusiasta e per la quale scrisse anche un inno. La sua abitazione napoletana fu il centro di raccordo dei rivoluzionari calabresi residenti nella capitale. Fu comandante della fortezza di Sant’Elmo alla proclamazione della Repubblica, come ricorda Benedetto Croce nel suo testo La Rivoluzione napoletana del 1799.
Ritenendo che fosse necessario estendere il moto in Calabria, il generale Championnet, comandante dell’armata francese, lo inviò colà come “capo cantone”. Collaborò alla formazione della Legione Calabra di cui fu capitano. E al comando di 150 calabresi, prese parte alla difesa del forte di Vigliena (presso San Giovanni a Teduccio) sbarrando il passo alle masse del cardinale Ruffo. Gravemente ferito in un attacco, venne sottratto alla morte dall’intervento del concittadino Domenico Chiantella capitano borbonico; riparò su una nave francese, ma venne ripreso e rinchiuso nelle carceri del Carmine; sfuggì alla pena capitale perché il fratello sacerdote, Salvatore Antonio, accorso da Reggio, riuscì a sfruttare in suo favore le sue forti conoscenze nella capitale del Regno. Condannato, il 7 maggio 1800, al carcere a vita, fu rinchiuso nel castello di Ischia, per essere poi trasferito a Reggio Calabria in seguito all’indulto del 14 ottobre 1800. Graziato con l’indulto del 28 marzo 1801, si ritirò a Reggio, riprendendo gli studi e laureandosi nel dicembre del 1803 nel Collegio di Avellino. Rientrò nella sua città natale, dove sposò Giovanna Musitano, svolse la professione legale ma non rinunciò all’attività politica. Insieme a Carlo Plutino, nei primi mesi del 1806, incontrò il giovane Guglielmo Pepe raccomandandogli di spiegare al nuovogoverno di Giuseppe Bonaparte le tragiche condizioni della Calabria.
Ritornati i francesi, a ogni modo, il ministro Saliceti lo nominò Commissario Civile presso le Colonne Mobili nei distretti di Casoria, San Giorgio a Cremano, Castellamare, Nola, nelle provincie di Avellino e Salerno. Nel 1906, fu nominato giudice, incaricò che preferì a quello di Intendente. Fu quindi nominato al tribunale straordinario dei tre Abruzzi e quindi alla Corte Criminale dell’Aquila, poi alla Corte Criminale di Monteleone; il 14 dicembre 1811 venne promosso presidente della Gran Corte di Cosenza, ove restò anche dopo la restaurazione.
Nel 1817 però venne rimosso dalla magistratura per esservi riammesso il 9 novembre 1818 quale presidente della Gran Corte Criminale di Teramo. In tutto questo periodo, pur non cessando la sua attività patriottica, si andavano affievolendo le sue idee repubblicane, mentre si affermava sempre più la sua fama di giurista e letterato.
Dopo la Costituzione del 1820 Reggio lo mandò come suo rappresentante alla Camera dei Deputati, della quale il25 febbraio 1821 divenne Presidente.
Amico del generale Guglielmo Pepe, fu tra i parlamentari più attivi ed equilibrati: membro della Commissione legislativa, fu relatore fra l’altro delle leggi sui giochi d’azzardo, per la divisione dei demani in Sicilia, per l’abolizione dei privilegi della feudalità; protestò per la venuta nel regno degli Austriaci: questa vicenda era seguita alla partenza del re Ferdinando per Lubiana ove era in corso il Congresso della Santa Alleanza, partenza cui egli si era opposto; al suo ritorno il re invocò e ottenne l’intervento armato dell’Austria, sul quale si era basato per sconfessare tutto ciòche era avvenuto nei mesi della rivoluzione del 1820 quando nel Regno era stata imposta la promulgazione della Costituzione di Spagna.
Tutte queste vicende influirono in negativo sul suo conto per cui venne destituito e processato. Riuscì però a sfuggire all’arresto nascondendosi in Calabria, finché nel 1825 fu amnistiato. Perseguitato dall’intendente di Reggio Chiarini, ex rivoluzionario fautore delle riforme, carbonaro e capo di trentasette Vendite poi diventato austriacante, dal 1827 al 1829 fu mandato al domicilio coatto a Salerno. Rimosso il Chiarini, soprannominato “Cucchiaredda”, dall’incarico di Segretario generale della provincia di Reggio, tornò a Reggio e si vendicò scrivendo un pungente edefficace poemetto in sette canti in terza rima, di argomento satirico e in dialetto calabrese: La Cucchiareddeide.
Nel 1838 fondò in Reggio con altri intellettuali locali il noto giornale letterario «Fata Morgana», che fu valida palestra di cultura di tanti valorosi calabresi.
Scoppiati a Reggio i moti del 2 settembre 1847, pur non avendo partecipato al Comitato Provvisorio Rivoluzionario, sia per l’età avanzata e sia per la malferma salute, fu ugualmente sospettato dalla polizia e dovette, ancora una volta, nascondersi lasciando la sua casa, ove ritornava furtivamente in qualche occasione; fu in uno di questi ritorni che, colto da improvviso malore, morì in quello stesso anno 1847, lasciando erede della sua proprietà e del suo nome il figlio adottivo Natale Musitano.
Oltre al citato poema satirico lasciò una raccolta di poesie, uno studio sulla Maddalena Liberata del padre Ignazio Cumbo, un elogio di padre Gesualdo Melacrino. Lasciò inediti Traduzione delle satire di Marziale, una Lettera di Ovidio, dell’Arte poetica di Orazio, Cenni biografici di Giovanni Alfonso Borrello.
Sulla «Fata Morgana» rimangono versi, articoli e vari suoi studi. Negli Atti del Parlamento Napoletano si trovano i Rapporti della sua attività politica.
Reggio, memore di questo suo illustre figlio, gli intitolò una strada che congiunge la zona del torrente Calopinace. (Sulla base di una biografia di Domenico Coppola) © ICSAIC 2022 – 8 


Scritti

  • Commessione di legislazione per coordinare la seconda parte del codice per lo regno delle due Sicilie, contenente le leggi penali, alla costituzione politica, s.n., Napoli 1820;
  • Funebre elogio del canonico Carlo Calabro di Reggio nell’anniversario della sua morte, Tip. di Giuseppe Pappalardo, Messina 1828;
  • Elogio funebre del sig. D. Bartolomeo Melissari da Reggio ricevitor generale della provincia della Prima Calabria Ulteriore, Tipografia del R. Orfanotrofio provinciale, Reggio 1840.

Nota bibliografica essenziale

  • Cesare Morisani, Notizie Biografiche di Girolamo Arcovitopresidente della Camera Legislativa napoletana nel 1821, Tipografia Siclari, Reggio Calabria 1874;
  •  Luigi Accattatis, Girolamo Arcovito, in Le biografie degli uomini illustri delle Calabria, vol. IV, Tipografia Migliaccio, Cosenza 1877, pp. 47-50;
  • Vincenzo Fontanarosa, Il parlamento nazionale napoletano per gli anni 1820 e 1821, Società editrice Dante Alighieri, Roma 1900, pp. 17, 36, 51, 55 e 63;
  • Vito Giuseppe Galati, Gli scrittori delle Calabrie (dizionario bio-bibliografico), Vallecchi, Firenze 1928, ad nomen;
  • Angela Valente, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Einaudi, Torino 1941, pp. 194, 211 e 237n;
  • Benedetto Croce, La rivoluzione napoletana del 1799, Laterza, Bari 1948, p. 309;
  • Umberto Caldora, Calabria napoleonica (18061815), Fiorentino, Napoli 1960, pp. 40, 62 ss.;
  • Angela Valente, Arcovito, Girolamo, Dizionario biografico degli italiani, vol. IV, Roma 1962, pp. 11-12;
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi, Reggio di Calabria, Tip. Editrice “Corriere di Reggio” 1955, III ediz., vol. I, ad vocem, p. 75;
  • Vincenzo Mezzatesta, Girolamo Arcovito. Presidente del Parlamento Napoletano nel 1821, «Calabria sconosciuta», 27-28, 1984, pp. 57-63;
  • Domenico Coppola, Profili di calabresi illustri, Pellegrini, Cosenza 2010, pp. 13-16;

·       Ruggiero Di Castiglione, La Massoneria nelle due Sicilie, Vol. IV: E i fratelli meridionali del 700, vol. 4, Gangemi, Reggio Calabria 2012, pp. 252-253 e passim;

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