Castellucci, Dante “Facio”

Dante Castellucci [Sant’Agata d’Esaro (Cosenza), 6 agosto 1920 – Adelano di Zeri (Massa-Carrara), 22 luglio 1944]

Nacque da Francesco, fabbro, e Concetta Castellucci. Nel 1922 tutta la sua famiglia, compresa la sorella Clementina di tre anni, si trasferì in Francia, dove il padre era stato costretto a fuggire dopo avere schiaffeggiato il notabile don Giovanni Maturani, sindaco del paese. In Francia, studiò e lavorò, in estate aiutando la madre a vendere gelati con un carrettino, in inverno a fianco del padre a consegnare ai propri clienti carbone e legna da ardere. Suonava il violino, scriveva poesie e si dilettava nel disegno artistico. Dopo la nascita in terra straniera dei fratellini Mafalda, Peppino e Francina scoppiò la crisi del 1929 e il padre, come tutti gli stranieri nella Francia di quel periodo, cominciò a essere indesiderato e restò senza lavoro.
Nel 1939 la famiglia ritornò in Calabria e qui, mentre si adoperava a fare l’imbianchino-decoratore, venne raggiunto dalla chiamata alle armi, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia: designazione fronte alpino. Allo scoppio della guerra, venne inquadrato  nel 1° Reggimento Alpini e mandato sul fronte francese: il 4 marzo del 1940 approdò presso la caserma “Cesare Battisti” ad Acqui Terme, per combattere contro i francesi ma si rifiutò di sparare contro quelli che considerava «i suoi fratelli” e venne degradato.
Dopo nove mesi lontano da casa e qualche settimana di convalescenza nell’ospedale militare di Alessandria, venne dimesso il 18 dicembre con sessanta giorni di convalescenza da passare a Sant’Agata. Fu durante quella convalescenza al suo paese, sul finire del 1940, che Dante fece il primo incontro determinante per la sua futura vita. Divenne amico di Otello Sarzi, componente di una famiglia di attori e burattinai, originari di Mantova, già nota in quei tempi e diventata famosa nel dopoguerra. Sarzi era un diciottenne militante antifascista inviato per diciassette mesi al confino a Sant’Agata d’Esaro e con lui accrebbe la sua cultura antifascista. Da maggio del 1941, fu di nuovo nella caserma di Acqui Terme per svolgere il suo dovere di soldato, anche se la situazione gli consentì di non abbandonare le sue grandi passioni: scrittura, pittura, musica. Scritto anche un libro, I deboli, che aveva con sé e non fu mai ritrovato.
Nel giugno 1942 fu inviato in Russia con i 250.000 soldati dell’Armir. Sul finire del 1942 rimase ferito durante la «seconda battaglia difensiva del Don» e, trasportato in Italia, fu ricoverato a Udine e in vari ospedali per mesi. Dopo la convalescenza, nell’aprile del 1943, raggiunse Otello Sarzi e la sua famiglia a Campogalliano, vicino Modena, dove venne nascosto nella compagnia viaggiante, suonando il violino sotto falso nome. Entrò a far parte della famiglia e della compagnia teatrale che, con un tendone, girava per i paesi dell’Emilia. Divenne attore, dipinse le scene, suonò il violino e la chitarra, e come tutti i Sarzi, svolse attività antifascista. Giunse così il secondo incontro decisivo: quello con la famiglia di Alcide Cervi con i suoi sette figli, nella cascina ai Campi Rossi nel Comune di Gattatico (Reggio Emilia
Fu un combattente intelligente e intrepido che, come i Cervi, preferì agire subito anziché rimandare. La caduta di Mussolini, il 25 luglio del 1943, lo convinse definitivamente ad abbandonare l’esercito e la guerra voluta dal fascismo, per iniziare la vita da disertore e la lotta di Resistenza. A Fabbrico (Reggio Emilia), non perse tempo e iniziò il giro delle case per farsi consegnare le camicie nere, ma si prese anche un paio di bastonate per avere impedito il linciaggio di un fascista. Da lì in poi, l’attività antifascista divenne più intensa, in Emilia la Resistenza era già iniziata, prima ancora dell’8 settembre.
Si trasferì in casa Cervi, per partecipare all’organizzazione della fuga dei soldati stranieri, prigionieri nei campi di concentramento, soprattutto nel vicino campo di Fossoli. E fu lì, nella casa dei Campi Rossi, che insieme ai fratelli Cervi venne catturato, all’alba del 25 novembre del 1943, da 32 militari fascisti agli ordini del capitano Cesare Pilati. Fingendosi soldato francese gollista, venne rinchiuso in un carcere diverso da quello dei partigiani, all’interno della storica fortezza della Cittadella a Parma. I sette eroici fratelli Cervi furono fucilati, mentre lui riuscì a fuggire dalla Cittadella (probabilmente il 25 dicembre di quell’anno) e a raggiungere la casa dei Campi Rossi. Nel frattempo, però, pesanti sospetti cominciarono a diffondersi sul suo conto, secondo cui egli non sarebbe evaso, ma sarebbe stato messo in libertà dai nazifascisti, in cambio di servizi di spionaggio. Ai primi di gennaio del 1944, il comitato militare clandestino reggiano emanò una vera e propria condanna a morte nei confronti di Castellucci. Fu ordinato allo stesso Sarzi di eseguire la condanna, ma ovviamente il burattinaio si rifiutò e Dante riuscì a fuggire, chiedendo asilo ai compagni sui monti del parmense e aggregandosi alla compagnia partigiana garibaldina “Picelli”.
È nella Picelli che assunse il nome di battaglia Facio. Qui, con le prime bande della resistenza armata, si distinse in ripetute azioni di guerriglia. Il 18 marzo 1944, a Lago Santo, montagna dell’alta Val di Parma, 1508 metri sul mare, erano in corso rastrellamenti nazifascisti e nove partigiani da lui guidati, giunsero nel rifugio “Mariotti”, una palazzina dalle grosse mura con inferriate alle finestre. In riva al lago doveva convergere in quelle ore il resto del distaccamento «Guido Picelli», ma verso l’imbrunire il gruppo fu circondato da un centinaio di tedeschi e fascisti ben armati, al contrario dei ribelli dotati di armi leggere per rapidi colpi di mano. I nove uomini decisero di battersi. Il rifugio divenne una trincea. Il combattimento durò dal pomeriggio fino a notte e poi riprese all’alba sino a quasi sera; i partigiani erano esausti, alcuni feriti, quando gli assedianti abbandonarono il campo lasciando 16 morti e 36 feriti. La battaglia del Lago Santo divenne un episodio leggendario: su una facciata del rifugio, ancora oggi c’è una lapide con i nomi dei vittoriosi combattenti.
E anche lui divenne una leggenda. Però, forse il suo comportamento insofferente alla disciplina, unitamente a invidie, risentimenti, contrasti, provocarono quel tragico processo nel quale venne accusato di avere sottratto con il suo gruppo un lancio aereo, destinato ad altri, di armi e rifornimenti degli alleati sul monte Malone, e la piastra di una mitragliatrice. Ad Adelano di Zeri (Massa Carrara) venne attirato, catturato e processato. Lui rimase così incredulo, umiliato e deluso, che rinunciò a difendersi e anche a fuggire, come i suoi uomini e la sua compagna Laura Seghetti, “la maestra col fucile”, che gli restarono vicini fino alla fine, gli chiesero. Venne fucilato all’alba del 22 luglio 1944 da un plotone partigiano composto dal battaglione «Signanini».
La sua memoria verrà però riscatta nel dopoguerra. Il 19 maggio 1963 a Cosenza il generale Di Cerbo, comandante della XV zona militare, gli conferì la medaglia d’argento alla memoria che ipocritamente ignora il processo farsa a cui era stato sottoposto e la condanna a morte. Nella motivazione di legge; «Scoperto dal nemico, si difendeva strenuamente; sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi, veniva ucciso sul posto. Esempio fulgido del più puro eroismo. Zona di Pontremoli, 22 luglio 1944». Nel 2007 è stato promosso dal Comitato nazionale per la medaglia d’oro, e un gruppo di storici, sostenuti dalla Regione Calabria, sollecitò la concessione della nuova medaglia con una motivazione aderente alle vere circostanze della sua fucilazione «perché dai documenti emerge la verità sulla morte di Dante Castellucci e l’eroismo di un partigiano noto e stimato da tutti. L’attribuzione della Medaglia d’Oro – scrivevano – si rende più che mai necessaria dal momento che la figura di Castellucci, che combatté accanto ai fratelli Cervi e si distinse per importanti azioni partigiane nel Parmense e in Alta Lunigiana, rimane tuttora appannata nonostante la Medaglia d’Argento conferitagli nel 1963, la quale conteneva una motivazione non rispondente a verità».
Una Sezione ANPI “comandante Facio” lo riorda a Massa Carrara. S. Agata d’Esaro lo ricorda con una piazza a suo nome. Anche il Comune di Corniglio, insignito di medaglia d’argento al valor militare «per attività partigiana» gli ha dedicato una via. (Fausto Bruno Campana) © ICSAIC 2022 – 6 

Nota bibliografica

  • Parla Otello Sarzi, il partigiano che non volle uccidere Facio, «Lunigiana la Sera», ottobre 1990;
  • Carlo Spartaco Capogreco, Il piombo e l’argento. La vera storia del partigiano Facio, Donzelli, Roma 2007;
  • Luca Madrignani, Il caso Facio. Eroi e traditori della Resistenza, il Mulino, Bologna 2014;
  • Antonio Gioia, Italia 1940-1945: Le storie di ieri e i ragazzi di oggi, Tra le righe, Lucca 2017, pp. 123-124.
  • Laura Seghettini Al vento del Nord. Una donna nella lotta di Liberazione, a cura di Caterina Rapetti, Carocci, Roma 2006 (poi ETS, 2018).
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