Catenacci, Corrado 

Corrado Catenacci (Monteleone, 12 novembre 1895 – Roma, 5 settembre 1985)

Nato a Monteleone, l’odierna Vibo Valentia, laureato in giurisprudenza, entrò nell’amministrazione dell’Interno nel 1920. «Piccolo di statura, robusto, deciso e di poche parole», dopo una carriera sviluppatasi durante il ventennio fascista, nell’estate 1944 fu nominato prefetto dal governo Bonomi, in Roma liberata. Venne giudicato meritevole poiché, s’era rifiutato di trasferirsi nel Nord Italia nei ranghi della Repubblica sociale italiana: fu uno dei cinque viceprefetti che non giurò fedeltà alla Rsi.
Dopo la promozione, il primo incarico fu quello di segretario generale presso l’Alto commissario per la Sardegna, generale di squadra aerea Pietro Pinna Parpaglia. Nel luglio 1945 Ferruccio Parri, presidente del Consiglio e ministro dell’Interno nel primo governo formato dopo la fine della guerra, scelse Catenacci come suo capo di gabinetto. Furono mesi tribolatissimi, con l’Italia che provava a riprendere una parvenza di vita normale, in mezzo a distruzioni immani e crisi sociale gravissima, tutto aggravato da un’ondata di criminalità mai conosciuta prima. 
Nel gennaio 1946, costituitosi il nuovo esecutivo col democristiano Alcide De Gasperi presidente del Consiglio e il socialista Giuseppe Romita ministro dell’Interno, Catenacci passò alla direzione generale degli affari generali e del personale presso il ministero dell’Interno. Mantenne l’incarico sino all’ottobre 1950.
Il 2 giugno 1946 si svolse il referendum istituzionale e fu eletta l’Assemblea Costituente. Secondo quanto racconta nei suoi diari il marchese Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, il prefetto Catenacci era d’accordo con lui che «le elezioni sono state fatte con imbrogli».
Quando si discusse il nuovo ordinamento dello Stato e decisa l’istituzione delle Regioni, Catenacci, sebbene occupasse un ruolo privilegiato, non volle intercedere presso gli uomini politici – come gli chiese di fare la burocrazia ministeriale – affinché fosse mantenuta qualche forma di centralismo. L’ordinamento regionale non trovò attuazione che venticinque anni dopo e, intanto, il corpo prefettizio evitò il pericolo d’essere cancellato, come aveva invocato Luigi Einaudi col celebre scritto: «Via il prefetto».
Catenacci fu al centro della complessa e sostanzialmente deludente vicenda dell’epurazione del personale. Nulla quaestio per i prefetti provenienti dal partito fascista, ma l’amministrazione dell’Interno mal tollerò l’inserimento in carriera di estranei, i cosiddetti “prefetti della Liberazione”. Tali nomine furono accettate obtorto collo, come prezzo da pagare per la sopravvivenza dell’istituto prefettizio ma, già nella primavera del 1946, quasi tutti i prefetti-politici furono sostituiti da funzionari di carriera. I governi post-fascisti riconobbero di non potere fare a meno di un corpo burocratico di solida preparazione e tradizionalmente fedele al governo legale, quale che fosse.
Divenuto Mario Scelba ministro dell’Interno nel febbraio 1947, Catenacci ne fu tra i più apprezzati collaboratori, ottenendone il sostegno per resistere alle pressioni che riceveva da ogni parte per promozioni e trasferimenti di funzionari. Come pochi altri frequentò il ministro democristiano «freddo, astuto, rapido nelle decisioni, inflessibile coi suoi e coi nemici».
Nel 1950 andò ad occupare un altro posto di potere e responsabilità, quello di direttore generale dell’Amministrazione civile. Quegli uffici del ministero dell’Interno controllavano – tramite i prefetti – gli enti locali ed usavano, talvolta con spregiudicatezza, l’arma dello scioglimento dei consigli comunali. Si accese fortissimo contrasto tra governo e opposizioni circa la nuova legge elettorale, la cosiddetta “legge truffa”. L’organizzazione tecnica del voto dipendeva dall’Amministrazione civile e Catenacci aggiornò il ministro Scelba, ora per ora, sull’esito degli scrutini e gli recò infine, la mattina di martedì 9 giugno 1953, la notizia che il premio di maggioranza non era scattato, essendo mancati circa 55.000 voti su 28.400.000 votanti.
Molti gli incarichi istituzionali svolti in quegli anni. Tra l’altro, Catenacci fu membro del Consiglio superiore degli archivi e componente del Comitato interministeriale per i giochi olimpici invernali di Cortina d’Ampezzo, svoltisi nel 1956. Ebbe un ruolo nella decisione di stabilire nel quartiere Eur la sede dell’Archivio Centrale dello Stato.
Fu nominato consigliere di Stato dal 1° agosto 1955, ma i governi continuarono a considerarlo pedina importante nella gestione della cosa pubblica. Nel febbraio 1959 fu scelto come capo di gabinetto dal presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Antonio Segni, che guidò un monocolore democristiano nell’epoca del centrismo volgente al tramonto. Il governo, sostenuto anche da liberali, monarchici e missini, durò circa un anno, avvantaggiato soprattutto dal boom economico. Catenacci, come sempre, fu collaboratore fidato e fedele del vertice politico, grand commis nella più vera accezione.
Dopo la parentesi drammatica del governo Tambroni, alla fine di luglio del 1960 s’insediò il governo Fanfani, con Scelba di nuovo ministro dell’Interno sino al febbraio 1962. Il politico siciliano pensò a Catenacci come suo capo di gabinetto: «Ero ad Ostia. Non sarei andato con nessun altro a fare quel lavoro ma, quando me lo offrì, accettai subito. Era un sabato pomeriggio: due ore dopo ero al Viminale». Furono mesi non facili: innanzitutto, lo svolgimento con grande successo delle Olimpiadi di Roma, poi, nel giugno 1961, un’ondata di attentati terroristici in Alto Adige. Né mancò un duro contrasto tra Scelba e Gronchi presidente della Repubblica sul trasferimento del questore della capitale Carmelo Marzano, alla fine ottenuto da Scelba. Il clima politico stava cambiando e ne è prova l’invito rivolto ai prefetti di non dare e cercare sempre l’appoggio della Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa. Secondo le parole di Scelba, «fin qui le prefetture sono state forse troppo politicizzate». 
Conclusa la nuova faticosa esperienza, Catenacci rientrò nei più tranquilli uffici del Consiglio di Stato, sino al collocamento a riposo per limiti d’età, a 70 anni, nel novembre 1965. Morì vent’anni dopo. (Donato D’Urso) © ICSAIC 2022 – 8

Nota bibliografica

  • Ordinanze dell’Alto commissariato per la Sardegna dalla istituzione all’aprile 1945, Società editoriale italiana, Cagliari 1948;
  • Luigi Einaudi, Il buongoverno: saggi di economia e politica 1897-1954, vol. I, Laterza, Bari 1973, pp. 55-56;
  • Corrado Pizzinelli, Scelba, Longanesi, Milano 1982, pp. 52, 180;
  • Alberto Cifelli, I Prefetti della Repubblica, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1990, pp. 23-24, 77;
  • Giuseppe Carlo Marino, La repubblica della forza: Mario Scelba e le passioni del suo tempo, Franco Angeli, Milano 1995;
  • Aldo Buoncristiano, Cinquant’anni nel palazzo del Governo (Viminale), Noccioli, Firenze 1998, pp. 24, 59;
  • Vincenzo La Russa, Il ministro Scelba, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, p. 114;
  • Falcone Lucifero, L’ultimo re: i diari del ministro della Real Casa 1944-1946, Mondadori, Milano 2002, p. 560;
  • Giovanna Tosatti, Viminale, la rivincita della continuità: il ministero dell’Interno tra il 1943 e il 1948, in «Ventunesimo secolo», II (2003), n. 4, pp. 121-143;
  • Mario Scelba: contributi per una biografia, a cura di Pier Luigi Ballini, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006;
  • Giovanna Tosatti, Storia del Ministero dell’interno: dall’Unità alla regionalizzazione, il Mulino, Bologna 2009, pp. 261, 267, 295;
  • Enzo Fimiani e Marco De Nicolò (a cura di), Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità? Numeri, questioni, biografie, Viella, Roma 2019, p. 88;
  • Mimmo Franzinelli e Alessandro Giacone, 1960: l’Italia sull’orlo della guerra civile: il racconto di una pagina oscura della Repubblica, Mondadori, Milano 2020.
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