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Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea

  ISBN: 978-88-941045-8-5

  A cura di Pantaleone Sergi

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Carlino, Edoardo Raffaele

Edoardo Raffaele Carlino [Mandatoriccio (Cosenza), 5 gennaio 1923 – Rossano Calabro (Cosenza), 17 agosto 1997]

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Internato militare italiano e figura attiva nella vita sociale e civile della comunità di Mandatoriccio.Penultimo di nove figli, nacque da Francesco e Marianna Fedele, originari di Cinquefrondi (Reggio Calabria), trasferitisi nel centro ionico cosentino per motivi di lavoro. Crebbe in una famiglia numerosa e laboriosa, in un contesto socioeconomico caratterizzato dalle difficoltà proprie delle comunità meridionali tra le due guerre, ma anche da una forte coesione familiare e da diffusi valori di solidarietà e appartenenza.

Il padre, Francesco, conosciuto in paese con il soprannome di Zù Cicciu, era impegnato nella lavorazione del cosiddetto “ciocco”, la radice dell’erica arborea utilizzata per la produzione degli abbozzi destinati alla fabbricazione delle pipe. In seguito divenne titolare di una segheria artigianale che rappresentò per molti anni una delle principali attività produttive della famiglia. In essa lavoravano i figli maschi – Luigi, Arturo, Egidio, Peppino ed Edoardo – mentre anche le figlie contribuivano alla vita domestica e alle attività familiari. La madre Marianna, detta Zá ’Ngiulína, svolse un ruolo centrale nella gestione della famiglia, garantendo stabilità affettiva e organizzativa in anni segnati da difficoltà economiche e dall’incertezza del periodo bellico.

Edoardo frequentò le scuole elementari nel paese natale, ma non poté proseguire gli studi a causa delle condizioni economiche familiari e della necessità di contribuire al lavoro nella segheria. Iniziò quindi fin da giovane l’attività lavorativa accanto al padre e ai fratelli, maturando precocemente un forte senso di responsabilità e un legame diretto con le condizioni di vita e di lavoro della comunità locale.

Negli anni della giovinezza coltivò anche l’interesse per lo sport, in particolare per il calcio, praticato nella squadra locale di Mandatoriccio tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta. Ricopriva il ruolo di terzino sinistro ed era ricordato come un giocatore generoso e disciplinato, capace di coniugare determinazione e spirito di squadra. L’esperienza sportiva rappresentò per lui un’importante occasione di socialità e di formazione civile.

Durante la Seconda guerra mondiale fu chiamato alle armi e arruolato nell’esercito italiano. In seguito agli eventi dell’8 settembre 1943 e al conseguente disfacimento delle strutture militari dello Stato, venne catturato dalle truppe tedesche. Rifiutò di aderire alle proposte di collaborazione con il regime nazista e fu pertanto deportato in Germania come Internato Militare Italiano (IMI). Fu internato nel campo di concentramento di Stettino, nell’attuale Polonia, dove rimase per un lungo periodo di prigionia.

Nel campo fu sottoposto alle dure condizioni comuni agli internati militari italiani: lavori forzati, carenze alimentari, freddo e limitazioni della libertà personale. Nonostante tali condizioni riuscì a mantenere contatti epistolari con la famiglia attraverso alcune lettere nelle quali cercava di rassicurare i propri cari, esprimendo al tempo stesso la speranza di un futuro ritorno. Durante il periodo di internamento apprese anche la lingua tedesca, acquisita per necessità nelle relazioni quotidiane con i sorveglianti e nell’organizzazione del lavoro.

Dopo una lunga prigionia riuscì a fuggire dal campo di internamento affrontando i rischi connessi al superamento delle recinzioni elettrificate e dei sistemi di sorveglianza. Durante la fuga trovò aiuto presso alcune donne polacche che, mettendo a rischio la propria sicurezza, lo accolsero e lo nascosero nelle loro abitazioni, permettendogli infine di avviarsi verso il ritorno in patria. L’episodio rimase per tutta la vita uno dei ricordi più significativi della sua esperienza bellica.

Per la condizione di internato militare e per la scelta di non aderire alla collaborazione con il regime nazista gli furono conferite due Croci al Merito di Guerra. Successivamente, alla memoria, gli è stata attribuita la Medaglia d’Onore della Repubblica Italiana, riconoscimento conferito ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti. La medaglia è stata consegnata nel 2023, in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno, dal Prefetto di Cosenza al figlio Franco Emilio Carlino. Il Comando Militare Esercito “Calabria” gli ha inoltre riconosciuto le medaglie commemorative relative ai periodi bellici 1940-1943 e 1943-1945.

Terminata la guerra fece ritorno a Mandatoriccio, dove fu accolto con particolare emozione dalla comunità locale, che lo riteneva disperso o caduto. Riprese l’attività lavorativa nella segheria di famiglia, nel frattempo guidata dal fratello Luigi, contribuendo alla ripresa dell’attività produttiva in un contesto segnato dalle difficoltà della ricostruzione postbellica.

Sposò Francesca Parrotta, con la quale formò una famiglia dalla quale nacquero tre figli: Franco Emilio, Marianna ed Elisabetta. Negli anni successivi ampliò la propria esperienza lavorativa operando anche in altre segherie specializzate nella lavorazione del ciocco di erica arborea e nella produzione di abbozzi per pipe. Tra queste si ricorda una significativa esperienza ad Ascoli Piceno negli anni Sessanta, svolta insieme al fratello Peppino, che contribuì ad arricchire la sua competenza professionale nel settore.

La conoscenza della lingua tedesca, acquisita durante il periodo di prigionia, si rivelò utile negli anni successivi, quando molti abitanti del territorio emigrarono in Germania per motivi di lavoro. Carlino mise a disposizione dei compaesani tale competenza linguistica, assistendoli come interprete nei rapporti con le autorità e con i datori di lavoro e aiutandoli nella comprensione delle pratiche amministrative.

Parallelamente all’attività lavorativa sviluppò una forte passione per l’agricoltura. Acquistò un terreno nei pressi del paese, inizialmente in stato di abbandono, che trasformò progressivamente con il proprio lavoro in una proprietà agricola coltivata a vite, ulivo e orto. Tale attività rappresentò per lui non solo una fonte di integrazione economica, ma anche un luogo di relazione con numerosi lavoratori e operai che collaboravano periodicamente alle attività agricole.

Sul piano civile e sociale fu vicino alle posizioni del socialismo e della sinistra locale. Alla fine degli anni Cinquanta collaborò, come figura esterna e fiduciaria, con la lista del Partito Comunista Italiano nell’amministrazione comunale di Mandatoriccio guidata dal sindaco Emilio Parrotta, offrendo il proprio contributo soprattutto nel settore dei lavori pubblici.

Nel corso degli anni ricoprì inoltre le funzioni di messo comunale e di messo conciliatore, incarichi che svolse con senso di responsabilità e attenzione ai rapporti tra i cittadini e l’amministrazione, distinguendosi per equilibrio e disponibilità all’ascolto.

Negli anni Settanta, per motivi di salute, lasciò il lavoro nella segheria e intraprese l’attività di agente assicurativo di zona con l’Agenzia Generali di Rossano, svolgendo anche questa attività con precisione e serietà professionale.

Morì all’età di 74 anni. La sua figura è ricordata nella memoria della comunità locale per l’impegno nel lavoro, il senso di giustizia sociale, la disponibilità verso gli altri e l’esperienza vissuta come internato militare italiano durante la Seconda guerra mondiale. (Francesca Raimondi) @ ICSAIC 2026-04

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Nota archivistica

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  • Archivio privato della famiglia Carlino (corrispondenza dal campo di prigionia, documenti militari e attestazioni onorifiche); testimonianze familiari.

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