Alberto Straticò [Lungro (Cosenza), 7 luglio 1862- Roma, 13 febbraio 1926]
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Alberto Straticò nacque da Giovanni Battista, di professione “beccaio”, e Rachele Pisarro, casalinga.
Dopo gli studi primari, frequentati al paese natìo, e quelli superiori nel famoso Collegio “S. Adriano” di San Demetrio Corone, si iscrisse all’Università di Roma, dove nel 1885 conseguì la laurea in Lettere classiche.
Quello stesso anno, appena ventitreenne, i professionisti e intellettuali del paese lo incaricarono di tenere l’orazione funebre in memoria del poeta e patriota lungrese Vincenzo Stratigò (1822-1885). L’anno successivo si iscrisse alla Loggia massonica “Scanderberg” di Lungro, distinguendosi per le sue idee critiche verso la politica colonialistica del Governo e per il fervente patriottismo e l’identità arbereshe.
Insegnò Latino e Greco nei Licei, come riferiscono alcuni suoi biografi senza fornire riscontri documentali, probabilmente a Roma, dove a metà degli anni ’80 si trasferì al seguito della famiglia che si spostò nella Capitale per ragioni di lavoro.
Vincitore del concorso a Ispettore scolastico, nel 1891 fu destinato, come prima nomina, nel Circondario di Patti, in provincia di Messina, dove rimase fino al 1909. L’anno successivo fu trasferito a Camerino, in provincia di Macerata, e da qui, per un biennio, a Pozzuoli, in provincia di Napoli. Nel 1912 ebbe la nomina a Direttore generale delle scuole elementari di Roma, carica che mantenne fino al 1922. In qualità di Direttore, fece parte del Consiglio e della Deputazione scolastica della Capitale e, negli ultimi due anni, anche del Consiglio di disciplina, tutti organismi presieduti dal Provveditore agli studi.
Studioso della storia e della cultura arbereshe, scrisse un volumetto su Il genio di Scanderberg (Palermo, 1892), nel quale esaltò le qualità militari, strategiche e di leadership dell’eroe albanese che organizzò la resistenza contro l’invasore turco, mobilitando le risorse e l’orgoglio soprattutto della gioventù del suo Paese. Lo scritto più importante di questo periodo è però il Manuale di letteratura albanese (Milano, 1896), dedicato a Francesco Crispi, allora Presidente del Consiglio,che apprezzò il gesto amichevole scrivendogli una lettera nella quale osservava che «la letteratura e la storia del popolo albanese sono poco conosciute». L’opera, che la Rivista Arbeshevet/La stella degli Albanesi, diretta da Antonio Argondizza, giudicò quella di maggior rilievo della letteratura albanese, tratta, oltre che delle origini della lingua albanese, soprattutto di letteratura orale (canti e novelle) e di alcuni autori albanesi delle origini, ma esclude quelli dell’Ottocento o a lui contemporanei: in questo la citata rivista vide un limite. E, sempre a proposito della sua “albanesità”, nel 1895 Straticò aderì al primo Congresso linguistico albanese, promosso da Gerolamo De Rada e tenutosi a Corigliano Calabro nell’ottobre di quell’anno e a quello di Lungro del 1897, dove fu nominato membro della Commissione incaricata della compilazione del Dizionario albanese, assieme a Giovanni Damis, Orazio Capparelli e altri studiosi arbresh.
La sua formazione avvenne nel periodo della massima espressione della cultura positivistica che vedeva nel metodo sperimentale e nella scienza l’unica via capace di assicurare il progresso dell’umanità e, di conseguenza, condannava la metafisica e l’idealismo, auspicando l’estensione del metodo scientifico a tutti gli ambiti del sapere.
Da positivista, legò il rinnovamento della società a un preliminare esame critico della vita sociale e politica del tempo, condotto con gli strumenti dell’inchiesta e della statistica. A tale metodo si mantenne fedele nella sua attività di operatore della scuola e in quella di riflessione teorica sul concetto dell’educazione.
Profondamente convinto dell’importanza dell’istituzione scolastica nel processo di cambiamento della società, ne avvertì la necessità e l’urgenza di una profonda riforma. La legge Casati, nata nel 1859 per corrispondere alle esigenze di ammodernamento dello Stato sabaudo e successivamente estesa al neonato Regno d’Italia, aveva definito la struttura della scuola italiana, che alla fine dell’Ottocento risultava superata dalle vicende storiche nazionali e internazionali. Da qui il piano di rinnovamento scolastico che Straticò disegnò e prospettò in diverse occasioni, al centro e, soprattutto in periferia, dove la sua voce, per il ruolo che occupava, era più ascoltata, come dimostra la serie di scritti (articoli, manuali scolastici, conferenze pedagogiche) pubblicati negli anni della sua permanenza in Sicilia. Esso prevedeva di: a) diffondere l’istruzione tra il popolo, per renderlo cosciente dei propri diritti, attraverso la lotta all’analfabetismo, ritenuto incompatibile col progetto di modernizzazione del Paese che le classi dirigenti del tempo si proponevano di realizzare; b) imporre l’obbligatorietà della frequenza scolastica con strumenti più incisivi di quelli previsti dalla legge del 1877 del Ministro Coppino; c) prolungare il corso elementare a cinque anni; d) introdurre l’insegnamento delle discipline scientifiche in ogni ordine e grado di scuola; e) dare impulso alle scuole professionali modificando quelle tecniche per meglio rispondere alle nuove richieste del mondo del lavoro.
Alla base della sua idea di scuola c’era un concetto ben chiaro di pedagogia che, ponendo al centro della progettualità educativa il fanciullo (ma anche l’adulto nella prospettiva di una formazione continua), mirava a formarne l’intelletto, la volontà, le abitudini mentali, sociali e morali, secondo i canoni del positivismo pedagogico più in voga del tempo.
Per Straticò, come per la maggior parte dei pedagogisti italiani di orientamento positivistico (Ardigò, Angiulli, Siciliani, De Dominicis), il problema fondamentale era la fondazione di una pedagogia scientifica e autonoma, capace di affrancare la pratica educativa dai rischi dell’empiria e della precettistica. Facendo tesoro della ricerca precedente, a partire da quella di Joham Friedrich Herbart, egli, onde evitare tentazioni di natura aprioristica e dommatica, individuò quale punto iniziale della sua riflessione lo studio oggettivo del modo di attuarsi del fatto educativo, il quale, avendo per soggetto l’individuo in formazione, aveva bisogno di essere conosciuto in maniera il più possibile approfondita e concreta. La sua conoscenza, nella prospettiva pedagogica di Straticò, portava all’individuazione dei fattori dell’educazione: di quello interno, costituito dai caratteri congeniti ed ereditari del soggetto educando, e di quello esterno, rappresentato dagli elementi ambientali che incidono sulla sua formazione. A quest’ultimo ne aggiungeva un terzo, pur esso esterno, costituito dall’azione diretta, intenzionale e metodica dell’educatore, il cui compito era quello di realizzare le finalità generali e i fini particolari dell’atto educativo, definiti dalla scienza dell’educazione. Oltre che “pratica e normativa”, per Straticò essa era anche una scienza “derivata”, in quanto utilizzava i risultati delle altre scienze, in particolare della psicologia e della sociologia (per questo definite “fondamentali” rispetto alle altre “ausiliarie”), allo scopo di definire il proprio oggetto di studio, cioè il fatto educativo, nel quale si compendiavano le finalità generali e i fini particolari dell’educazione. Tale puntualizzazione gli consentì di chiarire anche l’estensione e i limiti della scienza pedagogica, come recita il titolo del suo scritto, certamente il più significativo sul piano della riflessione teorica.
Nel complesso, la produzione di Straticò, che è abbastanza nutrita, non fuoriesce dai canoni del Positivismo e per questo subisce la medesima sorte degli altri suoi rappresentanti, sottoposti alla critica demolitrice dell’idealismo e delle altre correnti culturali del primo Novecento.
Nella storia della pedagogia e dell’educazione la riflessione dell’intellettuale di Lungro ha incontrato interesse se non da parte della cultura locale arbereshe. Ignorato per molto tempo dalla storiografia di settore, solo di recente, grazie all’attenzione riservatagli da una brava ricercatrice dell’Università del Salento, il suo pensiero pedagogico e la sua opera educativa sono stati ripresi e messi in circolazione con un saggio sulla sua politica educativa e scolastica e con la ristampa di due delle sue opere pedagogiche più significative.
Morì a Roma il 13 febbraio 1926.
Per la sua “albanesità” e i suoi meriti scolastici e pedagogici l’Amministrazione comunale di Lungro gli ha intitolato la Biblioteca civica, sita in via Santa Maria delle Fonti (presso l’ex dopolavoro), e la strada dove è ubicata la scuola secondaria di primo grado. (Giuseppe Trebisacce) © ICSAIC 2026-4
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Opere
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- I grandi scrittori italiani. Manualetto ad uso delle scuole secondarie, Tip. G. Dastoli, Catanzaro 1887.
- Gli scrittori georgici italiani, Tip. G. Dastoli, Catanzaro 1887.
- Emigrano! Novella, Tip. Giovane Calabria, Catanzaro 1888.
- In Crimea (Guerra di Crimea. 1853-1856 - Partecipazione piemontese), Tip. G. Dastoli, Catanzaro 1889.
- Gli asili infantili: discorso letto in Gioiosa Marea (Messina) il giorno 5 giugno 1892, Festa dello Statuto, per la solenne inaugurazione dell'asilo infantile Regina Margherita, tip. Pacì, Patti 1892.
- Retorica e istruzione: discorso letto in Patti il 5 giugno 1892, Festa dello Statuto, in occasione della solenne distribuzione dei premi agli alunni delle scuole secondarie ed elementari, tip. Pacì, Patti 1892.
- Il genio di Scanderbeg (poema), , ed. R. Sandron, Milano 1892.
- Manuale di letteratura Albanese, Hoepli Editore, Milano 1896.
- Di borgo in borgo. Bozzetti di vita scolastica, ed. V. Muglia, Messina 1897.
- Nel mondo dei fanciulli: letture per le scuole elementari maschili, ed. Crupi & Muglia, Messina 1898-1900.
- Il potere d’inibizione nella fisio-psicologia e nella pedagogia, ed. D’Amico, Messina 1900.
- Dell’educazione dei sentimenti dal punto di vista individuale e sociale, ed. R. Sandron, Milano 1904.
- Verità o la missione della scuola laica (conferenza pubblica tenuta in Messina il 10 luglio 1904, per incarico dell’Università popolare), tip. R. Alicò, Messina 1904.
- La psicologia collettiva, ed. R. Sandron, Milano 1905.
- Pedagogia sociale, ed. R. Sandron, Milano 1908.
- Estensione e limiti del concetto di pedagogia, ed. R. Sandron, Milano 1908.
- Relazione sul riordinamento dell’amministrazione scolastica, tip. S. Morano, Napoli 1910.
- Il corso popolare nelle scuole di Roma (direzione generale didattica), tip. Coop. Sociale, Roma 1917.
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Nota bibliografica
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- Santo Mandolfo, I positivisti italiani: Angiulli, Gabelli, Ardigò, Cedam, Padova 1966.
- Gabriella Armenise, Pedagogia ed istruzione popolare in Alberto Straticò, Congedo editore, Galatina (LE) 2010.
- Gabriella Armenise (a cura di), Alberto Straticò, Estensione e limiti del concetto di pedagogia, PensaMultimedia, Lecce 2008, pp. V-LIX.
- Gabriella Armenise (a cura di), Alberto Straticò. Dell’educazione dei sentimenti dal punto di vista individuale e sociale, PensaMultimedia, Lecce 2010, pp. V-LIV.
- Francesco Damis, Alberto Straticò, il Genio di Skanderbeg, in «La voce dell’Arberia», lunedì 25 marzo 2013.












