Giannettasio, Niccola

Niccola Giannettasio [Oriolo (Cosenza), 24 gennaio 1866 – Firenze, 17 giugno 1925]

Detto anche Nicola, nacque da Giuseppe, oriolano, e Rosina De Simone, rossanese. La famiglia Giannettasio era una delle più importanti di Oriolo dove possedeva un bel palazzo del Settecento situato nella parte perimetrale del paese, oggi adibito a museo. Il padre morì a quarantatré anni, il 5 settembre 1869, lasciando Niccola, che aveva tre anni, il fratello maggiore Giorgio e le sorelle. La madre, rimasta vedova, trascorse molto tempo con i figli nella sua Rossano.
A sette anni fu inviato in collegio ad Arezzo, dove già c’era il fratello Giorgio, e vi rimase fino al secondo anno di liceo, quando entrò all’Accademia Militare di Modena perché voleva intraprendere la carriera militare. Dissuaso però dalla madre, lasciò l’Accademia e riprese gli studi al liceo del Convitto Tolomei di Siena dove conseguì la maturità classica. Nel 1886 si iscrisse alla Facoltà di Medicina dell’Università di Firenze e l’anno successivo passò a Siena dove si laureò il 30 giugno 1892. 
Sul finire dell’Ottocento la medicina si stava aprendo verso nuovi e sconfinati orizzonti e ed egli, fresco di studi, dal 1892 al 1903 si buttò a capofitto nell’attività di ricerca sulle indagini microbiologiche e fisiopatologiche dedicandosi anima e corpo agli studi e alle ricerche sperimentali. Dal 1889 al 1891 fu pro-assistente nell’Istituto Anatomico e assistente straordinario alla Cattedra di Patologia generale nell’Università di Siena, della quale dal 1891-1892 fu aiuto straordinario. Dal 1893 fino al 1901 fu assistente presso la Clinica oculistica dell’Università di Siena. Bologna invece lo vide come assistente ordinario dal 1899 al 1902 alla Cattedra di Clinica chirurgica con l’incarico di insegnare Medicina Operatoria. E a Bologna nel 1900 ottenne la libera docenza in Clinica chirurgica e Medicina operatoria. Nel 1905 tenne corsi di Medicina operatoria nell’Università di Siena. Infine nel 1922 conseguì anche la libera docenza in traumatologia. 
Il lavoro di ricerca divenne la sua ossessione. Di questi undici anni di studio, che costituiscono il primo periodo della sua vita scientifica, restano ben trentatré pubblicazioni, che dimostrano quanti vari fossero i campi della sua ricerca. Ci sono studi di anatomia, di traumatologia, lavori di istologia, istogenesi e di batteriologia, contributi di terapia e rendiconti statistici; insomma le questioni mediche per l’epoca più controverse ricevettero da lui importanti contributi scientifici. 
Non gli mancarono però le delusioni dal mondo accademico. Partecipò e fu dichiarato idoneo alla Cattedra di Medicina operatoria di Palermo e di Genova, in quella di Patologia chirurgica di Catania, di Clinica Chirurgica e Medicina Operatoria dell’Università di Padova, ma la cattedra non gli venne assegnata. 
Pertanto nel 1903, a trentasette anni, abbandonò gli atenei per dedicarsi completamente alla carriera ospedaliera. In quell’anno vinse il concorso per chirurgo all’ospedale di Grosseto che, grazie alla sua opera, divenne uno dei più importanti della Maremma. A Grosseto perfezionò in modo originale il processo di nefropessia per il quale nel 1905 pubblicò il testo Contributo clinico alla nefropessia, processo proprio
Nel 1906 vinse il concorso per primario chirurgo a Ravenna e lì effettuò migliaia di interventi chirurgici. È di quel periodo la sua interessante monografia sull’appendicectomia, l‘asportazione chirurgica dell’appendice, argomento che all’epoca era al centro del dibattito tra i chirurghi e al quale lui portò un pregevole contributo grazie all’esperienza maturata nelle sale operatorie. 
Fu l’inventore di un efficace disinfettante che da lui prese il nome di Clorosol Giannettasio e che, largamente utilizzato in chirurgia per il lavaggio delle ferite, evitava l’insorgere di infezioni.
Nel 1908 da Ravenna si trasferì a Firenze per dirigere l’Ospedale fiorentino di San Giovanni di Dio e intraprendere un nuovo periodo di più intensa e proficua attività chirurgica. Infatti oltre al San Giovanni di Dio, operava all’Ospedale Salviatino di Fiesole e in due altre case di cura, lasciando di stucco i suoi collaboratori per la sua frenetica attività che non incideva né sul suo fisico né sul buon umore. Successivamente limitò gli ospedali dove operava ma i suoi interventi fiorentini continuarono a essere sempre numerosissimi divisi tra il San Giovanni di Dio e Villa Flora. Comunque, mai trascurò la ricerca scientifica che vide diciotto sue nuove pubblicazioni e la partecipazione a congressi italiani ed esteri dove portava sempre la sua dottrina e la sua esperienza.
Nei tragici momenti in cui il Paese aveva bisogno, fu sempre in prima fila per portare il suo contributo. Nel 1908 accorse a Reggio Calabria per il terribile sisma che colpì la città e nel 1915 e nel 1920 fu rispettivamente nella Marsica e in Garfagnana anch’esse colpite da terremoti. 
Mai diradò i rapporti con la sua terra d’origine. A Rossano fu Direttore sanitario snorario dell’Ospedale e vi tornava sempre con piacere portando ogni volta la sua supervisione, i suoi insegnamenti, i suoi contributi efficaci ed effettuando personalmente gli interventi più delicati che, in un’epoca in cui l’assistenza sanitaria pubblica non esisteva, erano assolutamente gratuiti. A lui si devono le innovazioni che nei primi del Novecento vennero apportate all’Ospedale cittadino, nonché al nuovo reparto chirurgico.
Nel 1913 fu anche candidato nel Collegio di Cassano per la provincia di Cosenza, ma arrivò secondo in quanto preceduto dal potente agrario locale Paolino Chidichimo.
Durante la prima guerra mondiale, pur non avendone obbligo, andò a dirigere da tenente colonnello medico per tre anni la IV Ambulanza Chirurgica d’Armata, così si chiamavano gli ospedali militari di guerra. Le ambulanze chirurgiche sorsero per risolvere uno dei più grandi e discussi problemi della chirurgia di guerra e cioè il trattamento delle ferite cavitarie e soprattutto delle ferite penetranti dell’addome.
Quando giunse l’ordine di partire per il fronte, nel basso Isonzo, l’Unità da lui diretta si stabilì a Gradisca nei locali di una ex caserma austriaca. Qui i feriti arrivavano abbastanza presto e in condizioni più vantaggiose rispetto a prima. Per essere ancora più vicini ai luoghi di combattimento, una sezione avanzata del suo ospedale si stabilì a Devetaki, nel Vallone del Carso, in una grotta che venne appositamente riadattata e attrezzata. L’idea della grotta fu da lui fortemente voluta. Dopo aver visitato quelle del Vallone Carsico, vi intravide la possibilità di potervi operare e curare i feriti più gravi risparmiando loro i tempi maggiori e il disagio causati da un più lungo trasporto. In quel periodo operava anche 24, 36 ore di seguito. In due anni, dal 1916 al 1918, vennero soccorsi quasi seicento feriti all’addome a al torace e operati la metà, di questi quasi la metà guarì. Terminata la guerra ritornò al suo incarico all’Ospedale fiorentino e agli studi che sempre accompagnavano la sua consueta e frenetica attività professionale, con la pubblicazione di nuove ricerche e lavori. 
La morte lo colse a solo 59 anni, nella sua modesta cameretta dell’Ospedale San Giovanni di Dio e la notizia del suo decesso si diffuse in un baleno nella città. Firenze gli tributò manifestazioni di sincero cordoglio. Scene di sgomento si verificarono a Oriolo e a Rossano quando giunse la triste notizia. Si formarono dei comitati per onorarne la memoria. Di quello di Firenze, presieduto dal comandante della VIII Corpo d’Armata, dal Rettore dell’Università, dal prefetto e dal sindaco, facevano parte centoundici tra professori universitari, medici e professionisti vari, italiani e stranieri. Il comitato fiorentino decise di accettare in dono un busto di Giannettasio, che fu posizionato nell’atrio dell’Ospedale S. Giovanni di Dio, e di creare la fondazione perpetua «Niccola Giannettasio» con lo scopo di aiutare economicamente i laureati in medicina, in condizione disagiata, che volevano perfezionarsi per un biennio in chirurgia generale e ginecologia.
Il Comitato di Oriolo deliberò di erigere un busto in bronzo da collocare nella piazza del paese. A Rossano il Comitato fu presieduto dal dott. Raffaele Sorrentino, direttore del locale Ospedale e vi presero parte diciannove personalità cittadine. La Congregazione di Carità di Rossano, che gestiva l’ospedale, nella seduta del 22 giugno 1925 deliberò di intitolarlo a Niccola Giannettasio e di collocare un busto del famoso chirurgo, in bronzo o marmo, nell’atrio dell’Ospedale. Il busto, scoperto con cerimonia ufficiale del 10 ottobre 1926, riporta sulla base la scritta: «Nicola Giannettasio chirurgo qui ove il suo ricordo è perenne. 17 giugno 1926».
Le sue spoglie oggi riposano a Firenze nel cimitero monumentale di San Miniato al Monte, vicino a Carlo Lorenzini (Collodi), a Vasco Pratolini, a Giovanni Papini, a Giovanni Spadolini, Franco Zeffirelli e tanti altri grandi. Sulla sua lapide volle che fosse scritto solo: «Qui giace un Umile che molto soffrì e molto beneficò».(Martino Antonio Rizzo) © ICSAIC 2022 – 1

Opere

  • Nuovo contributo clinico alla chirurgia dello stomaco, Stab. Tip. della Casa Editrice E. Pietrocola, Napoli 1906;
  • Contributo alla conoscenza dello struma ovarico colloideo, Premiata tipo-lit. Ravegnana, Ravenna 1908;
  • Gli addominali di guerra. Cappelli, Bologna 1920;
  • Sui margini della chirurgia nella scienza e nella pratica, Tip. G. Ramella e C., Firenze 1923
  • L’ospedale di S. Giovanni di DioLa sua storia, la sua chirurgia, Tip. G. Ramella e C., Firenze 1923. 

Nota bibliografica

  • Francesco Pisani, Nicola Giannettasio. in «Nuova Rossano», 11 novembre 1906;
  • Bollettino Ufficiale del Ministero dell’Istruzione Pubblica del 4 aprile 1907;
  • Eugenio Santoro, Profondo Sud. Calabria: cronaca familiare attraverso cinque secoli, Calabria Letteraria Ed., Soveria Mannelli 2009;
  • Emanuele Santoro, Niccola Giannettasio, in «Nuova Rossano», 22 luglio 1925;
  • Emanuele Santoro, La vita e l’opera scientifica di Niccola Giannettasio, Ed. SIEM, Napoli 1927;
  • Enzo Stancati, Cosenza e la sua provincia dall’Unità al fascismo. Pellegrini, Cosenza 1988;
  • Paolo Vanni e Maria Enrica Monica Gorni, Le infermiere volontarie e la Grande Guerra, FrancoAngeli, Milano 2019;
  • Eugenio Santoro, Luciano Ragno, Cento anni di chirurgia, Storia e Cronache della Chirurgia italiana nel XX  Secolo, Edizioni scientifiche romane, Roma 2000.
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