Piccoli, Raffaele

Raffaele Piccoli [Castagna di Soveria Mannelli (Catanzaro) 10 ottobre 1819 – Catanzaro, 27 agosto 1880]

Nato a Castagna, all’epoca frazione del comune di Soveria Mannelli in provincia di Calabria Ulteriore seconda (oggi frazione di Carlopoli), da Bernardo, calzolaio, e Maria Antonia Piccoli. Per volontà paterna trascorse l’adolescenza e parte della giovinezza in vari conventi dei Padri cappuccini in Calabria Citeriore, a Rogliano, a San Marco Argentano, a Scigliano e nel seminario di Nicastro. Non solo indossò l’abito talare ma assunse anche il nome di Frate Antonio.
Ottenuta la nomina a diacono, ben presto, attratto dalle idee politiche di Mazzini, abbandonò la vocazione religiosa.
Ridotto allo stato laicale, intraprese una vita errabonda e movimentata, a volte anche azzardata. Oltre a seguire gli studi di teologia dogmatica e morale e di diritto canonico, girò per tutta Italia facendo opera di proselitismo della dottrina repubblicana. Dapprima nelle città del Regno di Napoli, in seguito da Roma iniziò un lungo viaggio nelle regioni e città del Centro-Nord: in Piemonte, a Venezia, a Milano, a Firenze, ad Arezzo, a Pistoia e a Pisa, nella cui città, da autodidatta, completò la sua formazione filosofica. 
Nel gennaio del 1848, aderì ai fatti rivoluzionari della Sicilia, innalzando la bandiera della ribellione contro il Borbone e nel marzo dello stesso anno intervenne con i volontari di Francesco Stocco, allo scontro dell’Angitola in Calabria. Dopo il fallimento dei moti calabresi, si recò nuovamente a Roma e prese parte nel 1849 alla difesa della Repubblica, retta dal triunvirato di Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi. 
Sfruttando una rassomiglianza col cardinale Armellini, fratello di Carlo, Piccoli diede luogo a un’avventura romanzesca. Assumendo le funzioni del porporato e professando “intendimenti” liberali, il falso prelato, muovendo da Roma e accompagnato da due preti, volle emulare la spedizione sanfedista del cardinale Ruffo. Occupò alcuni paesi del Molise per farne il centro dell’insorgenza. A Benevento, ricevuto dal clero al suono delle campane, impartì ordini alla Guardia nazionale. Alla fine il gioco fu scoperto e il Piccoli arrestato. Condotto a Caserta davanti all’intendente della Terra di Lavoro, fu rinchiuso nel carcere di Gaeta. 
Ritornato a Castagna, nel giugno del 1851 fu sottoposto a un processo a Catanzaro di fronte alla Gran Corte speciale di Calabria Ulteriore seconda. Accusato per attentati contro la sicurezza dello Stato e, tra l’altro, per usurpazione di titolo e funzioni pubbliche esercitandone gli atti, fu condannato a 30 anni di ferri da scontare, in isolamento forzato, nell’isola di Pantelleria.
Nel 1852 fu trasferito nel bagno penale di Nisida, in un apposito reparto riservato ai preti, ma, per lo spirito ribelle e insofferente di cui era animato, la convivenza con gli altri reclusi non fu facile e il comandante lo fece spostare a Santo Stefano nell’isola di Ventotene.
Nel carcere dell’isola tirrenica, erano imprigionati Raffaele Settembrini, figlio di Luigi, e Silvio Spaventa. Un colpo di mano del patriota napoletano riuscì a dirottare nel Regno Unito la nave che avrebbe dovuto deportare i prigionieri politici in Argentina. Sbarcato a Cork, Piccoli s’incontrò a Londra con Mazzini, col quale rimase sempre legato. Rientrato in Italia con un passaporto rilasciatogli dal marchese Vittorio D’Azeglio, fratello di Massimo, fece in tempo per presentarsi a Garibaldi, pronto a imbarcarsi da Quarto con i Mille. Presente a Marsala, alla battaglia di Calatafimi e a Palermo, seguì il generale in Calabria e nel napoletano sino al Volturno e a Teano col grado di maggiore e dando esempio di valore e di abnegazione.  
Conseguentemente all’operato dei Mille, Garibaldi gli affidò l’incarico di arruolare a Catanzaro volontari, radunando anche i militari borbonici sbandati, per la costituzione dell’esercito meridionale che doveva liberare Roma e il Veneto.  Il progetto non fu portato a termine perché, cambiata la situazione politica, l’esercito garibaldino fu sciolto.
Nel maggio del 1870, insieme con uno dei figli di Garibaldi, Ricciotti, e con Giuseppe Giampà, scrittore e avvocato di Catanzaro, nonché teorizzatore del piano e direttore della Luce calabra, giornale di tendenza prettamente repubblicana al quale anche il Piccoli collaborava come redattore, partecipò all’insurrezione nella cittadina calabrese di Filadelfia. La sommossa inquadrata nel piano generale di sollevamento di un partito sovversivo, come era in quel tempo il partito repubblicano di Mazzini, molto attento, peraltro, a quanto sul piano cospirativo avveniva in Calabria, divampò il 6 maggio 1870 ed ebbe una larga eco nel Parlamento e nel paese, ma non fu coronata dal successo. Fu proclamata la Repubblica e si decise di marciare su Catanzaro e le altre città della regione. Gli insorti capitanati da Piccoli, mossisi anticipatamente contro il parere degli altri, riuscirono a raggiungere Filadelfia, a scarcerare i detenuti, a distruggere gli stemmi reali, ma, all’arrivo, a Monterosso e Filadelfia, dei soldati (due battaglioni di linea e due di bersaglieri), furono dispersi e lasciarono anche qualche ferito. Piccoli, come capo dello Stato Maggiore del Comitato catanzarese della Alleanza Repubblicana Universale (ARU), in contatto con quello di Messina e di Reggio Calabria, riparò a Malta per poi rientrare in Calabria il 5 agosto con la speranza di riprendere l’impresa. 
Processato in contumacia, il 20 ottobre 1870, gli venne estinta la pena perché la Corte applicò il decreto d’amnistia del 9 ottobre concessa per la liberazione di Roma. Nonostante l’intercessione di persone influenti come Giovanni Nicotera e altri politici della Sinistra quale Luigi Miceli, gli fu revocata, tuttavia, la pensione attribuitagli come veterano dei Mille, unica fonte di sopravvivenza per la moglie Giulietta Granato, una donna di Tiriolo sposata nel 1864 e i cinque figli Marsalino, Palermina, Giuseppe Mazzini, Quinzio Cincinnato e Italia.
Stabilitosi in patria, ormai in miseria, nella notte del 27 agosto 1880, all’età di 61 anni, in una locanda di Catanzaro si tolse la vita in maniera orrenda, conficcandosi un chiodo nella tempia destra. 
Catanzaro lo ricorda con una via a suo nome. (Giuseppe Masi) © ICSAIC 2023 – 01 

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Catanzaro, Processi politici e brigantaggio n.297 Procedimento penale contro Raffaele Piccoli ed altri imputati di cospirazione contro lo Stato e n. 311 Cospirazioni ed attentati contro lo Stato commessi nel circondario di Nicastro, Monteleone e Catanzaro, maggio 1870;
  • Biblioteca comunale Catanzaro, Archivio De Nobili, manoscritti n. 19;

Nota bibliografica

  • Giuseppe Paparazzo, Raffaele Piccoli, Roma, La Calabria, s. d. ma 1898;
  • Francesco Landogna, Il moto repubblicano in Calabria nel 1870, in Ricordi e studi in memoria di Francesco Flamini, Società Editrice Dante Alighieri, Roma-Napoli-Città di Castello 1931, pp. 185-197;
  • Claudio Pavone, Le bande insurrezionali della primavera del 1870, in «Movimento Operaio», nn. 1-3, 1956, pp. 42-107;
  • Paolo Alatri, Il moto repubblicano del 1870 in «Almanacco Calabrese», 1970-1971, pp. 19-28;
  • Antonio Basile, Raffaele Piccoli liberale calabrese, in «Nuovi Quaderni del Meridione», n. 32, ottobre-dicembre, 1970, pp. 433-456; n. 35, luglio-settembre, 1971, pp. 278-300;
  • Francesco Tigani Sava, La Luce calabra ed il moto garibaldino di Filadelfia del 1870, in «Regione Calabrese», nn. 6-7, 1972, pp. 13-18;
  • Giovani Sole, Le origini del socialismo a Cosenza (1860-1880). Carte dell’Archivio di Stato, Edizioni Brenner, Cosenza 1981;
  • Gaetano Boca, Contributo della Calabria al Risorgimento italiano periodo 1848-1860, Grafica Reventino Editrice, Decollatura 1982, pp. 74-79;
  • Michele Rosanò, Il movimento repubblicano del 1869-1870 in provincia di Catanzaro, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 1990;
  • Salvatore Piccoli, Il Soffio del silenzio. Romanzo di un ribelle, InCalabria Edizioni, Lamezia Terme 2009.