Mancini, Giacomo

Giacomo Mancini [Cosenza 21 aprile 1916 – 8 aprile 2002].

Figlio del deputato socialista Pietro e di Giuseppina de Matera, ha quattro sorelle: Anna detta Pupà, Franca, Ginevra e Teresa detta Ninì.  Dopo essersi diplomato al liceo classico “Bernardino Telesio” di Cosenza va a studiare a Torino, dove nel 1938 si laurea in giurisprudenza. Ufficiale aviatore nel Regio esercito durante la Seconda guerra mondiale, militante nella resistenza romana dopo l’8 settembre, decide alla fine del conflitto di dedicarsi alla politica nonostante la sua difficoltà a parlare in pubblico, che egli stesso definiva «il complesso del microfono».
Già iscritto al Psiup, nel 1946, subito dopo essere tornato nella sua città, diventa segretario di federazione. Nel 1947 entra nella direzione socialista e diviene membro dell’esecutivo nazionale con ufficio per il Mezzogiorno. Viene eletto parlamentare nelle prime elezioni dell’Italia repubblicana, quelle del 18 aprile 1948; lo sarà, con alterne fortune, per altre dieci volte e – contemporaneamente – sarà quasi sempre consigliere comunale di Cosenza, a dimostrazione di un’attenzione costante per la sua città, che egli riserva parimenti allo sviluppo del Mezzogiorno e in particolare della Calabria.
Ha un rapporto fortissimo e privilegiato con il territorio, di cui conosce a fondo e concretamente i problemi. La sua azione politica è caratterizzata dalla compresenza di istinto e pragmatismo, più che da motivazioni ideologiche; non a caso, diversi anni dopo adotterà lo slogan della «politica delle cose». È già di questo periodo la caratterizzazione della sua leadership come una sorta di contropotere. Fa anzi di questa sua specificità, dell’essere cioè uomo di potere, ma sui generis, uno dei suoi punti di forza. Intraprende battaglie contro la legge Sila e contro l’Opera Sila che promuove una vergognosa emigrazione di braccianti calabresi in Brasile, poi contro il monopolio elettrico della SME, contro le ferrovie calabro-lucane, contro l’amministrazione provinciale cosentina, contro la degenerazione della spesa pubblica operata dalla Cassa per il Mezzogiorno, contro l’uso clientelare della Cassa di Risparmio e – più tardi – quelle, ben più eclatanti, per una “giustizia giusta”, contro “le greche e gli ermellini” e contro i “settenati”. L’azione di denuncia riesce a coagulare attorno alle sue posizioni un gruppo di politici e intellettuali che fa opinione, mentre lo scalpore suscitato dalle questioni messe in campo gli fa acquisire una notorietà a livello nazionale.
Il 15 gennaio 1949 sposa Tilde Gabriele, dalla quale avrà due figli, Pietro e Giosi; sua moglie morirà il 27 dicembre 1959, a soli 37 anni. Rimasto vedovo giovanissimo, incontrerà e sposerà poi Vittoria Vocaturo, che gli resterà accanto fino alla sua morte.
Designato suo successore alla guida del partito da Nenni, nel dicembre del 1963 entra a far parte come ministro della Sanità del primo governo di centro-sinistra. Imposta immediatamente un piano per la costruzione di nuovi ospedali e per il potenziamento di quelli già esistenti e concepisce una riforma sanitaria di ampio respiro, ma certamente l’atto più significativo è l’adozione del ben più efficace vaccino Sabin contro il precedente vaccino Salk, nonostante le fortissime resistenze delle case farmaceutiche in possesso di importanti scorte da smaltire. La campagna antipolio viene realizzata in pochi mesi, salvando migliaia di bambini dalla malattia e dalla morte. L’azione, certamente meritoria, gli frutta molto in termini di visibilità e consenso ed è accompagnata da una campagna pubblicitaria di dimensioni inedite, che vede la mobilitazione della Rai, di giornali nazionali e riviste femminili, di associazioni di medici e genitori e addirittura la creazione di un annullo postale («Vaccinate contro la poliomelite»).
Nel successivo ruolo di ministro dei Lavori pubblici, affidatogli nel secondo e terzo governo Moro, la sua immagine politica si consolida. Dopo la frana di Agrigento ingaggia un braccio di ferro contro i vertici democristiani siciliani e istituisce una commissione d’inchiesta per accertare le singole responsabilità. I palazzinari autori del “sacco” organizzano manifestazioni contro Mancini che sfociano in una vera e propria rivolta cittadina che culmina con l’assalto del Municipio e del Genio civile, dove vengono dati alle fiamme i documenti che provano le connivenze tra amministratori e malaffare. «Il ministerialista per antonomasia» diventa un acceso oppositore del sistema che vede alleati, alla regione come nel governo di Agrigento e del Paese, la DC e il Partito socialista. Frutto di tale azione è la legge ponte approvata nell’agosto del ’67, provvedimento tampone che avrebbe dovuto preludere a una riforma organica poi mai attuata.
La sua popolarità cresce in maniera esponenziale quando impone la ripresa dei lavori dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria, che i precedenti governi avevano interrotto a Eboli. È questo, probabilmente, il punto più alto della sua affermazione come uomo di governo. Verranno poi (in risposta alla battaglia condotta contro i petrolieri e l’Eni di Eugenio Cefis) le campagne del «Candido» di Giorgio Pisanò sulle aste truccate dell’Anas, l’opposizione – sia dentro che fuori dal partito – alla sua denuncia contro le distorsioni dello sviluppo, le critiche di utilizzare il Psi calabrese come suo patrimonio personale. A tutto questo risponderà con la grande vittoria alle elezioni politiche del 19 maggio 1968, contrapposta al deludente risultato nazionale ottenuto da socialisti e socialdemocratici che si erano presentati assieme. In quelle consultazioni trionfa con 109.000 preferenze, cifra record che nessun candidato socialista aveva mai raggiunto.
Vicesegretario nella nuova segreteria De Martino, il 23 aprile 1970 viene eletto con voto unanime segretario del partito. È il culmine della sua parabola politica, ma qualche mese dopo, durante la rivolta di Reggio, il suo manichino sarà impiccato in piazza e alla campagna diffamatoria del «Candido» si uniranno quelle di altri giornali e i manifesti apparsi a Roma con la scritta «Mancini sei un ladro», in un clima di scandalo che si protrarrà fino alle elezioni del 1972, alle quali si presenta senza alcun supporto da parte dei vertici del PSI, che perderà – come lui – parecchi voti. In novembre lascia quindi la segreteria. Seguiranno il breve incarico di ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno nel quinto governo Rumor (marzo-novembre 1974) e, nel luglio 1976, il ruolo determinante svolto nell’elezione alla guida del partito di Bettino Craxi, con il quale ben presto i rapporti – politici e umani – si deterioreranno fino ad arrivare a una totale rottura.
Nelle elezioni politiche dell’aprile 1992 non viene rieletto; così, dopo 44 anni, non torna in Parlamento. Ma non demorde. Il 19 ottobre 1993 annuncia la sua candidatura a sindaco di Cosenza proponendo un progetto di rinascita civile appoggiato da due liste civiche – «Cosenza domani» e «Lista per Cosenza» – non collegate a nessuno dei partiti tradizionali; in una delle due, figurano anche candidati che avevano militato nel Msi. Conduce una campagna elettorale di grande impatto, tutta incentrata sulla sua personalità. Neanche l’indagine per reati gravi di complicità con la mafia – in un momento in cui anche un avviso di garanzia veniva vissuto più o meno come una condanna – riesce a danneggiarlo. Viene eletto al secondo turno con oltre 21.000 voti, pari al 58,6%. Ha 77 anni ed è l’unico socialista, in tutta Italia, ad essere eletto sindaco in una città capoluogo di provincia e, soprattutto, ad avere conseguito quel risultato avendo contro il suo partito, che aveva scelto – paradossalmente – di appoggiare il candidato di centrodestra. La giunta che sceglie è formata per metà da donne, caso mai accaduto prima. Grazie alla libertà di iniziativa prevista dalla nuova legge elettorale, può mettere in atto un disegno ambizioso per la città; realizza politiche simboliche che catalizzano l’attenzione e accendono dibattiti appassionati e mette in atto importanti interventi di sviluppo urbano che mirano al recupero del centro storico e delle periferie. Parallelamente, la città è investita da un’operazione culturale e artistica senza precedenti, che gli vale l’attenzione di gran parte dell’opinione pubblica nazionale.
Il percorso dell’anziano primo cittadino è accidentato, segnato anche da una lunga sospensione dalle sue funzioni dopo il rinvio a giudizio e il processo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. In suo favore si mobilitano, andando a testimoniare in tribunale, politici di vari schieramenti, artisti, intellettuali e persino l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il 25 marzo 1996 viene condannato dal tribunale di Palmi a tre anni e sei mesi di reclusione; annullata la sentenza per incompetenza territoriale, è prosciolto dal Gup di Catanzaro il 19 novembre 1999. Viene quindi ricandidato sindaco con il sostegno di tutti i partiti della sinistra, PDS in testa. I suoi concittadini, ancora una volta, gli danno fiducia. Il 16 novembre viene rieletto al primo turno con uno scarto di 30 punti percentuali rispetto al secondo candidato per numero di preferenze appoggiato dal centrodestra, ottenendo ancora una volta più voti rispetto alle liste che lo appoggiano (circa 3.000); la sua, ottiene anche il maggior numero di consiglieri. La sentenza del Gup viene, intanto, impugnata dall’accusa, ma il nuovo processo non si terrà per la morte dell’anziano leader. Di lì a poco, infatti, lo colpisce una lunga malattia, che però non gli impedisce di continuare a fare il sindaco. Muore a 86 anni mentre è ancora in carica, ricevendo l’ultimo saluto da una folla enorme, variegata e commossa.
Parallelamente, a sostegno dell’attività politica e per spezzare l’isolamento – non solo geografico – di cui soffre il territorio, promuove una intensa attività culturale con l’istituzione del prestigioso “Premio Sila” (già nel 1949), la fondazione di un’emittente televisiva, di giornali e case editrici e l’apertura della libreria Feltrinelli nel centro storico della città. Si deve a lui la nascita del quotidiano «Il giornale di Calabria» e la fondazione di «Calabria Oggi», nonché il rilancio, a Cosenza, della casa editrice Lerici. (Katia Massara) © ICSAIC 2021 – 02

Opere

  • La programmazione. Nuova frontiera per il Mezzogiorno. Discorsi – articoli, Seti, Roma 1967;
  • La presenza del PSI nella nuova società italiana, Seti, Roma dopo 1969;
  • Discorsi. 1967-1971, In.gr.ed.,Roma 1971;
  • Genova – 39° congresso PSI. Relazione del segretario del Partito La tipografica, Roma 1972;
  • Sul Mezzogiorno, Seti, Roma 1974:
  • Alternativa, compromesso, socialismo, Lerici, Cosenza 1977;
  • 7 aprile eclisse del diritto. Itinerario di un garantista, Lerici, s Cosenza 1982;

Nota bibliografica essenziale

  • Orazio Barrese, Mancini, Feltrinelli, Milano 1976.
  • Matteo Cosenza, Giacomo Mancini un socialista inquieto, Edizioni Sintesi, Napoli 1988.
  • Antonio Landolfi 2008, Giacomo Mancini. Biografia politica, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008.
  • Enzo Paolini, Francesco Kostner, Agguato a Giacomo Mancini, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011.
  • Pietro Mancini, … mi pare si chiamasse Mancini, Pellegrini, Cosenza 2016.
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici in Calabria. Dall’Unità d’Italia al XXI secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018;
  • Katia Massara, La leadership politica di Giacomo Mancini, in Katia Massara, Paolo Perri (a cura di), Leadership, carisma e personalizzazione della politica nelle sinistre europee in età contemporanea, Pellegrini, Cosenza 2020, pp. 99-120.
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