Magnelli, Edoardo

Edoardo Magnelli [Francavilla Marittima (Cosenza), 28 luglio 1896 – Bruxelles, ? dicembre 1970]

Nacque da Giuseppe e Teresina Converti. I suoi anni giovanili e la sua formazione scolastica sono al momento sconosciuti. A 19 anni, tuttavia, lo troviamo a Parma come dirigente dell’Unione Sindacale Italiana e collaboratore del suo organo «Guerra di classe». Trasferitosi a Bologna nel 1916, divenne dirigente dello Sindacato ferrovieri italiani e si impegnò nella propaganda neutralista. Impiegato delle Ferrovie dello Stato presso l’ufficio stampati della stazione centrale di Bologna, nello stesso anno ricopre la carica di vice segretario della federazione giovanile socialista emiliana e collabora al giornale «L’avanguardia». Lettore dei giornali «La squilla» e «Avanti!», era contrario per principio a ogni guerra e fu infatti uno dei più attivi propagandisti a favore della neutralità italiana. In un suo articolo comparso nell’ottobre del 1916 sul giornale sindacalista «Guerra di classe», contestò alla confederazione nazionale del lavoro e alle numerose cooperative socialiste il fatto che favorivano l’ingaggio e l’arruolamento degli operai per le zone di guerra, asserendo che in tal modo le organizzazioni del proletariato facevano solidarizzare gli operai con lo Stato snaturando il concetto stesso di lotta di classe. Sempre sullo stesso giornale, nel numero dell’11 novembre 1916, aderì all’appello pubblicato per chiedere la scarcerazione di alcuni anarchici di Chicago, mentre il 28 novembre successivo prese parte al congresso regionale femminile del partito socialista, svoltosi a Bologna nei locali della Camera del Lavoro.
Indicato dal prefetto di Bologna come pericoloso e quindi proposto alla direzione generale delle Ferrovie dello Stato per il licenziamento o per il trasferimento in un piccolo centro dove «la sua presenza riuscisse meno pericolosa», nei primi mesi del 1917 fu nominato membro della commissione esecutiva del Circolo giovanile socialista di Bologna e chiese invano che il PSI abbandonasse gli enti locali per non collaborare con lo Stato. Entrato a far parte del comitato estremista formatosi in seno alla Federazione giovanile socialista di Bologna per una sua stessa iniziativa, allo scopo di dare alla federazione un indirizzo rivoluzionario, antibellico e intransigente nei confronti del governo, il 3 agosto 1917 pubblicò un articolo sull’«Avanti!» in cui sosteneva la tesi che il proletariato doveva iscriversi all’Unione sindacale italiana ed abbandonare la Confederazione generale del lavoro. Convinto fautore dell’azione diretta delle masse per abbattere le istituzioni e porre fine alla guerra, il Magnelli propose ai dirigenti del partito di abbandonare ogni carica pubblica in modo da creare problemi al governo e fomentare il malumore delle masse operaie per dare luogo a disordini. Il 2 ottobre 1917, data la notevole influenza che era andato assumendo nel partito a livello locale e nazionale, su richiesta del Corpo d’Armata di Bologna, l’amministrazione delle Ferrovie decise di licenziarlo per «disfattismo» e internato in un comune del meridione. Rimpatriato con foglio di via a Francavilla, dopo pochi giorni ripartì per Roma. Subito fermato, dichiarò di avere trovato lavoro presso la redazione del giornale socialista «L’Avanguardia»; l’8 novembre successivo fu quindi munito di un altro foglio di via obbligatorio per il paese natale. In tale periodo era inoltre indicato con Corrado Pini quale membro del comitato direttivo del gruppo socialista estremista di Arezzo ed era anche sospettato di essere un fiancheggiatore abituale di disertori socialisti e anarchici. 
Tra la fine del 1917 e i primi del 1918 si recò a Firenze per esporre ad Armando Borghi le critiche di numerosi compagni bolognesi sulla totale assenza di energie interne al partito, lontano sia da quanto stava accadendo in Russia che dalle stesse esigenze del popolo italiano, mandato alla distruzione con le armi del governo. Fondatore con Pini della frazione denominata «intransigente rivoluzionaria» che aveva che la Russia come modello da imitare. Notato anche a Napoli e di nuovo a Roma in compagnia di Luigi Telloni, nel maggio 1918, per essersi recato a Roma senza permesso, fu arrestato: dichiarato abile dal consiglio di leva di Castrovillari fu assegnato all’85° fanteria di stanza a Trapani. Ottenuti subito sei mesi di licenza per miastenia generale, rallentamento delle facoltà mentali e depressioni di umore, nel giugno dello stesso anno si stabilì a Napoli, dove fu assunto presso l’Ufficio annona. Nel marzo del 1920 si trasferì a Scafati, dove era stato nominato qualche tempo prima segretario della locale Camera del lavoro. Il 31 agosto successivo però, dopo essersi attivamente impegnato a sostenere gli operai tessili della zona in sciopero contro gli industriali, abbandonò l’incarico e fece ritorno dapprima a Napoli e quindi a Bologna, dove fu nominato segretario della lega dei lavoratori del legno. Il 6 novembre 20 fu fermato dai fascisti, portato nello scantinato della loro sede, in via Marsala 30, e bastonato. Pur non essendo presente il 21 novembre all’insediamento del consiglio comunale a maggioranza socialista, quando si verificò uno scontro violento tra fascisti e socialisti che provocò la morte di otto persone, due giorni dopo venne arrestato, perché trovato in possesso di una rivoltella con l’accusa di correità in omicidio.
Nel febbraio 1921 il giudice istruttore dispose il suo rilascio in libertà provvisoria; nel giugno dello stesso anno si allontanò da Bologna rendendosi irreperibile e il 15 novembre successivo fu assolto per non aver commesso il fatto.
Fermato il 13 ottobre 1922 a Napoli, fu mandato con foglio di via obbligatorio a Bologna. Dopo avere fatto numerosi mesi di carcere, senza unʼaccusa specifica, fu classificato comunista e liberato. Allontanatosi nuovamente per ignota destinazione nel dicembre di quell’anno, fu rintracciato nel maggio 1924 a Parigi, dove lavorava come pittore decoratore. Nell’aprile 1925, tramite il consolato italiano di Le Havre, chiese il rilascio del passaporto per gli Usa, ottenendo però risposta negativa da parte del prefetto di Cosenza. Trasferitosi a Bruxelles nel luglio 1926, il Magnelli ­– conosciuto anche con lo pseudonimo di Eduardo Magnele – s’iscrisse alla Lega antifascista e al Soccorso rosso internazionale e frequentò soprattutto la compagnia dei comunisti italiani fuorusciti. Nel novembre 1928 fu iscritto in rubrica di frontiera; da fonte confidenziale risultò che ogni volta che il comunista Francesco Misiano si recava nella capitale belga il Magnelli era sempre in sua compagnia.
Intanto, nell’aprile del 1928 si costituiva a Pantin (Francia) la Frazione di Sinistra del Pcd’I. Espulso dal Belgio con decreto del 19 febbraio 1929, si recò per conto di Misiano a Parigi e a Berlino, stabilendosi alla fine dello stesso anno ad Anversa, dove viveva facendo il venditore ambulante sui battelli. Arrestato il 19 dicembre di quell’anno ed espulso dopo pochi giorni, fu iscritto nel bollettino delle ricerche. Nel luglio 1931 fu rintracciato a Billancourt, nel settembre successivo fu arrestato a Parigi ed espulso dal territorio francese verso il Belgio perché ritenuto comunista pericoloso.
Da questo momento fino all’arresto avvenuto nel 1939 non si hanno più notizie certe sulla sua attività. Esiste un unico appunto della Polizia politica, datato 26 maggio 1932, nel quale un confidente ci fa sapere che Magnelli dopo l’espulsione dalla Francia risiede in Belgio, precisamente ad Anversa al numero 8 di Rue l’Affronde. Il 16 settembre 1939, stanco delle persecuzioni, si presentò alla frontiera a Bardonecchia e venne arrestato e subito dopo fu tradotto nel carcere di Cosenza. Qui, interrogato dagli inquirenti circa i suoi movimenti e contatti all’estero degli ultimi anni, il Magnelli mantenne il più assoluto riserbo, minimizzando o negando ogni suo coinvolgimento in qualsiasi attività politica.
Nasconde con cura nomi e luoghi frequentati nei suoi ultimi 15 anni di vita all’estero ma ciò, grazie anche all’efficienza della Polizia politica fascista, non servirà a salvarlo dalla Commissione Provinciale di Cosenza che, con ordinanza del 15 gennaio 1940 e nonostante il parere contrario del sanitario, lo assegnò al confino per tre anni destinandolo a Sant’Elia a Pianisi. Il 14 settembre 1942 non gli venne concessa l’amnistia per il ventennale fascista. Fu trattenuto, «data la sua pericolosità», e internato per tutto il periodo bellico. Fu liberato solo il 2 dicembre 1943 in seguito alla caduta del fascismo, dopo aver trascorso in carcere e al confino quattro anni, due mesi e diciassette giorni.
Nel 1943 quando, con la liberazione dell’Italia meridionale dalle truppe nazi-fasciste, si ha il rifiorire della politica e dei partiti costretti per due lunghi decenni al silenzio e alla clandestinità. Nel corso del 1944, i militanti di sinistra, che avevano avuto un ruolo decisivo nella rinascita delle federazioni locali, furono espulsi, e si riorganizzarono nella «Frazione di Sinistra dei Comunisti e dei Socialisti Italiani», un movimento rivoluzionario formatosi nell’Italia meridionale negli anni 1944-45 (esponenti principali erano Giuseppe De Nito, Ludovico Tarsia e Magnelli, che parteciparono agli incontri preliminari con dirigenti del PCInt, in particolare con Bruno Maffi).
Tra gli esponenti della Frazione, che poi aderiranno al Partito Comunista Internazionalista, lo troviamo. È tra i candidati del collegio elettorale di Napoli-Caserta. I risultati elettorali ovviamente non furono memorabili per il Partito Comunista Internazionalista, attestatosi a poco più di 20.000 voti (pari allo 0,08% a livello nazionale), ma quello che qui ci interessa notare è l’ottimo risultato di Magnelli che, con le sue 157 preferenze personali risulta essere il terzo dei candidati internazionalisti per numero di voti ottenuti.
Dalle elezioni politiche del 1948 fino alla morte, avvenuta nel dicembre 1970, c’è un buco lungo circa 22 anni che, nonostante gli sforzi, non è stato possibile, almeno per il momento, colmare.
Non sappiamo, pertanto, più nulla (o quasi) su di lui a partire dal 1948. Le poche tracce presenti in letteratura ci dicono che finì in un manicomio di Palermo, ma è ignota sia la data del presunto internamento quanto la fonte informativa dalla quale proviene la notizia. Tuttavia, il dato riguardante l’internamento in manicomio diventa plausibile quando, in una nota in memoria di Eduardo Magnelli pubblicata nel 1971 all’interno de «Il programma comunista», veniamo a sapere che era da poco «uscito da una lunga malattia». Sappiamo anche, grazie a una lettera di Amadeo Bordiga a Ottorino Perrone, che Edoardo nel febbraio del 1949 era ancora politicamente attivo a Napoli e che, nel dicembre del 1951, egli era presente a una riunione nazionale del partito tenutasi a Firenze. L’ultima notizia o meglio, l’ultimo frammento di notizia che abbiamo su di lui, ci dice che all’epoca della scissione (1951-1952) tra Damen e Bordiga egli fu dalla parte di quest’ultimo.
Cala così il silenzio, fino a quando non giunse la morte avvenuta a Bruxelles, in casa dei familiari della moglie, nel 1970, a 74 anni, su una vita a tratti avventurosa ma vissuta sempre con coerenza, degna di non essere dimenticata.
Mancano, allo stato, notizie sulla sua vita privata. Si sa che era sposato ma resta sconosciuto anche il nome della moglie. (Domenico Sorrenti) © ICSAIC 2021 – 08 

Nota bibliografica

  • In ricordo di Eduardo Magnelli, «Il programma comunista», 4 gennaio 1971;
  • Amelia Paparazzo, Calabresi sovversivi nel mondo. L’esodo, l’impegno politico, le lotte degli emigrati in terra straniera (1880-1940), Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, pp. 70-71
  • Domenico Sorrenti, Edoardo Magnelli. Storia incompleta di un internazionalista, «Giornale di storia contemporanea», 1-2, 2013, pp. 71-84;
  • Ferdinando Leonzio, La dispora del comunismo italiano, ZeroBook, s. l. 2017, p. 50.

Nota archivistica

  • Comune di Francavilla Marittima (Cosenza), Registro delle nascite, atto n. 35, 1896;
  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno – Direzione Generale di Pubblica Sicurezza – Divisione Affari Generali e Riservati, Confino Politico, b. 592;
  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 2929, f. 23693.
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