Mancini, Pietro

Pietro Mancini [Malito (Cosenza), 8 luglio 1876 – Cosenza, 18 febbraio 1968]

Figlio di Giacomo e Teresa Anselmi, secondogenito di otto fratelli e tre sorelle. Proviene da un’agiata famiglia di proprietari terrieri di Malito. Dopo gli studi al Liceo «Bernardino Telesio» di Cosenza, si iscrive all’Università di Roma, dove consegue due lauree: nel 1901 in Giurisprudenza e nel 1902 in Lettere e Filosofia. In seguito, torna a Cosenza e si dedica a una duplice attività lavorativa: avvocato penalista e docente di Filosofia presso il liceo «Telesio» (dal 1913 al 1921). 
Retaggio familiare è l’ideale socialista, già maturato dal padre. Nel 1904 prende la tessera del Partito socialista italiano (Psi), cominciando il suo impegno in campo politico e sociale, su posizioni massimaliste con venature soreliane. Nel 1905 è tra i fondatori de «La Parola socialista», organo provinciale del Psi a Cosenza, di cui è direttore. Poco dopo, al congresso provinciale del 1906, entra nel comitato federale. Nel 1907 alle comunali di Cosenza è eletto in una lista socialista e repubblicana. E due anni dopo è nella squadra di volontari cosentini, accorsi in aiuto ai terremotati di Reggio e dell’area limitrofa di Melito Porto Salvo.
Nel settembre 1909 sposa Giuseppina De Matera, appartenente a una nobile famiglia cosentina. Entra, allora, a far parte del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Cosenza e del Consiglio provinciale scolastico (all’interno del quale sollecita l’adozione della ricorrenza del I Maggio quale festività). Viene nominato segretario perpetuo dell’Accademia cosentina e presidente della Banca cooperativa La Democratica, nonché vice presidente dell’Istituto case popolari.
Nel 1913 è eletto membro della federazione socialista calabrese, al congresso di Catanzaro (10-12 ottobre). Allo scoppio della Grande guerra, da convinto neutralista, com’era stato già rispetto alla guerra in Libia, diventa bellicista. Assiste al graduale assottigliamento della presenza socialista in provincia di Cosenza, e non solo, durante il conflitto. Nel dopoguerra diviene promotore del movimento di occupazione delle terre incolte nella Sila latifondista (San Giovanni in Fiore, in particolare), orientato ad assecondare l’aspirazione dei soldati-contadini al contrasto della grande proprietà e al ripristino delle terre demaniali. Nell’ottobre 1919 è delegato provinciale al XVI congresso nazionale del partito socialista a Bologna. Espulso nel 1920 dal Psi assieme a Fausto Gullo e altri tre compagni, è in seguito riammesso. In questi anni contribuisce notevolmente al rafforzamento del Psi, che non viene stravolto dalla scissione che dà vita Partito comunista d’Italia.
È sostenuto da tutti gli iscritti e alle elezioni del maggio 1921 è uno dei due deputati socialisti della Calabria. Nei due congressi provinciali del 1921 (Paola) e del 1922 (Cosenza) capeggia la mozione massimalista. Nel suo primo mandato alla Camera, XXVI legislatura (1921-1924), perora i bisogni della Calabria con interpellanze, interrogazioni e trattazione di disegni di legge, evidenziando in particolare gli ostruzionismi statali ai danni dei Comuni. 
È confermato deputato (in città ebbe più preferenze del quadrumviro Michele Bianchi: 608 contro 602) anche alle elezioni del 1924 (XXVII legislatura, 1924-26), nella lista social-massimalista per la circoscrizione Basilicata-Calabria, svolte in clima di paura e di intimidazione. Entra a far parte del direttivo del gruppo parlamentare socialista e, con intransigenza, critica la posizione aventiniana, sostenendo invece l’unità d’azione con il Partito comunista. 
In seguito all’instaurarsi della dittatura fascista, è dichiarato decaduto da deputato e, arrestato, viene assegnato al confino a Nuoro, dove avrebbe dovuto scontare cinque anni. Ottiene poco tempo dopo la libertà condizionata (25 aprile 1927), in seguito all’invio di una lettera a Mussolini, nella quale spiega di non aver mai compiuto atti in contrasto con l’interesse del Paese e chiede di poter tornare a casa e al lavoro per motivi di salute e di famiglia. Torna a Cosenza, dove, nonostante la vigilanza e le formali diffide, si mantiene in contatto con i vecchi compagni di partito.
Si astiene dal voto al “plebiscito” del 1929 e per ritorsione è soggetto a una perquisizione domiciliare, in cui viene rinvenuto uno scritto autografo, Stato corporativo e Stato operaio, considerato denigratorio verso il sindacalismo fascista. Tale sequestro gli procura una querela presso il Tribunale speciale per la difesa dello Stato con l’accusa di riorganizzazione del disciolto partito socialista. Nuovamente riassegnato al confino, viene mandato a Gaeta. Si appella nuovamente a Mussolini, chiedendo la grazia, e il 20 maggio è di nuovo in libertà sub conditione.
Negli anni Trenta si dedica alla professione forense, astenendosi, almeno pubblicamente, dallo svolgere attività politiche e di propaganda.
Non appena cade il fascismo, il 25 luglio 1943, dopo due giorni di trattenimento in carcere per evitargli la partecipazione a dimostrazioni pubbliche, diventa uno dei protagonisti della ricostituzione del partito socialista in Calabria. Dopo l’8 settembre, riesce a riprendere i contatti anche con la dirigenza nazionale, in particolare con Pietro Nenni, e a coalizzare le associazioni antifasciste collegatesi nel Fronte unico per la libertà. 
Il 7 novembre 1943, dopo l’arrivo degli Alleati, che avevano mantenuto in carica il prefetto fascista, a fronte della bocciatura di Fausto Gullo da parte del responsabile dell’Amgot, maggiore Angus Watts, è nominato prefetto e si dimette da direttore del settimanale «La Parola socialista», che aveva ripreso le pubblicazioni da qualche giorno. In quel ruolo intraprende la ricostruzione dell’apparato statale, insediando a sindaco di Cosenza il socialista Francesco Vaccaro e sostituendo un centinaio di podestà in tutta la provincia. Mantiene la carica fino all’aprile 1944, rivestendo contestualmente quella di presidente del Consiglio provinciale delle corporazioni, nella sua evoluzione, venendo coadiuvato operativamente nella guida dell’ente da Francesco D’Andrea.
Contemporaneamente, riprende un ruolo di primo piano nel partito socialista: incluso nella Direzione meridionale; segue i lavori del primo Consiglio nazionale (20 dicembre 1943 a Napoli) dove, con la maggioranza, sostiene la disponibilità alla collaborazione governativa; presiede il secondo consiglio nazionale (15-16 aprile 1944) sollecitando – alla presenza di Palmiro Togliatti – il rafforzamento del patto d’unità d’azione con il Pci; auspica e sostiene un’intesa dei partiti di sinistra anche a livello locale, che si concretizza nelle liste unitarie alle elezioni amministrative del marzo 1946 e alla comune battaglia referendaria per la Repubblica il 2 giugno 1946; viene eletto nella Direzione nazionale con Nenni e confermato con Lelio Basso.
Anche gli incarichi istituzionali si moltiplicano: diventa ministro senza portafoglio nel II governo Badoglio e membro della Commissione consultiva; ministro dei lavori pubblici nel governo Bonomi; vicepresidente della Commissione della Ricostruzione, Lavori pubblici e Comunicazioni e dunque vicepresidente della Consulta nazionale.
Nel 1946 viene eletto con un alto numero di preferenze (16.587) all’Assemblea costituente, nelle file del Partito socialista di unità proletaria (Psiup) per la circoscrizione unica calabrese. Fa parte della Commissione dei settantacinque che formulano lo schema della costituzione e componente della prima Sottocommissione riguardante i diritti e i doveri dei cittadini. Interviene sul diritto di sciopero, sulla famiglia, sulla magistratura e la sua indipendenza, sul rapporto tra Stato e Chiesa.
Senatore di diritto della I legislatura repubblicana, si impegna a fondo nella campagna elettorale del 18 aprile 1948 per il Fronte popolare. È membro sia della giunta per il regolamento sia della VII commissione ( che si occupa di lavori pubblici, trasporti e marina mercantile) e nella Commissione speciale per la città di Napoli. Rinuncia al seggio nel 1953, essendosi candidato alla Camera il figlio Giacomo.
Ritiratosi dalla politica attiva, mantiene alte cariche all’interno degli organi forensi, in qualità di rappresentante della Calabria nell’ordine superiore forense e di presidente della Cassa di previdenza per avvocati e procuratori; nel 1964 viene infine nominato giudice costituzionale aggiunto. Muore quattro anni dopo, nel 1968, all’età di 92 anni. (Luigi Ambrosi) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Enzo Zicarelli, Pietro Mancini e il socialismo in Calabria, Fasano Editore, Cosenza 1978;
  • Giuseppe Masi, Socialismo e socialisti in Calabria (1861-1914), Salerno-Catanzaro, Sei, 1981;
  • Ariane Landuyt, Mancini Pietro, in Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, vol. 3, Editori Riuniti 1977;
  • Pietro Mancini, L’ombra sua torna… , Tip. Jannone, Salerno 1944;
  • Paolo Mattera, Mancini, Pietro, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 2007, vol. VXVIII;
  • Fulvio Mazza, L’antifascismo di Pietro Mancini, in Storia meridionale contemporanea, Quaderno della Sezione campana dell’Istituto socialista di studi storici 1983-1984, pp. 3-18;
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici, a cura di Piero Bevilacqua e Augusto Placanica, Storia d’Italia. Le regioni. La Calabria, Torino, Einaudi, 1985;
  • Gaetano Cingari, Il socialismo di Pietro Mancini, in Tobia Cornacchioli (a cura di), Pietro Mancini e il socialismo in Calabria, Pellegrini, Cosenza 1991;
  • Giuseppe Masi, Momenti dell’itinerario politico di Pietro Mancini (1904-1944), in Tobia Cornacchioli (a cura di), Pietro Mancini cit., pp. 35-53;
  • Giuseppe Masi, Pietro Mancini: note e appunti, in «Bollettino dell’Icsaic», n. 1, 1986-1987;
  • Pietro Mancini, Il Partito socialista italiano nella provincia di Cosenza (1904-1924), Pellegrini, Cosenza 1974;
  • Antonio Landolfi, Pietro Mancini nel socialismo italiano, in Luigi Bilotto (a cura di), Cosenza. Atti del secondo corso di storia popolare, Pubblisfera, San Giovanni in Fiore 2000;
  • Tobia Cornacchioli, Riformismo e massimalismo nel socialismo cosentino degli inizi del secolo. Pasquale Rossi e Pietro Mancini: due strategie senza confronto, in «Nuova Rassegna», 3-6, 1982; 
  • Katia Massara, Dalla città fascista alla comunità democratica. Politica, economia e vita quotidiana a Cosenza dal 1943 al 1945, Kippler, Cosenza 2007.

Nota archivistica

  • Comune di Malito, Registro delle nascite, atto n. 76, 1876;
  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico centrale, busta 2974, f. Pietro Mancini; 
  • Archivio della Camera di commercio di Cosenza, Registri delle deliberazioni, 1943-1944;
  • Archivio di Stato di Cosenza, Fondo Macero, Prefettura, buste varie 1943-1944. 
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