Manes, Antonio

Antonio Manes [San Lucido (Cosenza) il 9 luglio 1891 – Roma, 29 ottobre 1950]

Secondogenito di cinque figli nacque in una famiglia benestante da Giovanni, proprietario terriero, e Pierina Cupido. Suoi fratelli erano Carlo, Corinna, Antonietta ed Emma.
Dopo le elementari nel paese natale, compì gli studi ginnasiali e liceali al Telesio di Cosenza e dopo la maturità s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma nella quale si laureò. Attratto dagli studi umanistici, in particolare da quelli storici, poco più che ventenne pubblicò, con la presentazione lusinghiera di Luigi Luzzati, un volume di indagini costituzionali sulla libertà religiosa nel Risorgimento italiano e nel 1910 presentò una comunicazione segnalata dalla «Critica» di Benedetto Croce. Per i suoi meriti letterari e scientifici nel 1915, a soli 24 anni, fu nominato Socio dell’Accademia Cosentina.
Appassionato di giornalismo, fondò con Antonio Russo la rivista «L’eloquenza» di cui fu redattore capo per molti anni, e successivamente collaborò ai maggiori giornali politici della capitale quali il «Mondo» (del quale fu membro del consiglio di amministrazione) e il «Tempo». Scrisse anche per il «Giornale d’Italia», quotidiano coloniale di Buenos Aires.
Partecipò alla Grande Guerra ed ebbe un incarico di grande responsabilità, quello di organizzare la mobilitazione industriale, in cui affermò le sue doti d’organizzatore, mentre la ripresa delle operazioni belliche nel 1918 lo trovò al comando dell’11ª divisione sul Piave nella memorabile battaglia di giugno e successivamente sul Grappa e sulle Giudicarie.
Nel generale smarrimento del primo dopo guerra, fu tra i fondatori con l’industriale Adriano Olivetti della Confederazione generale dell’industria di cui fu uno dei dirigenti, e direttore dell’Unione Industriali di Roma. Operò nel ramo sindacale fino al 1926. Irriducibile avversario del fascismo dovette abbandonare la Confederazione e dedicarsi esclusivamente alla professione legale nella quale, a Roma e nel nord d’Italia, acquistò larga rinomanza, facendosi apprezzare nei più celebri processi dell’epoca.
Nominato nel 1922 consigliere d’amministrazione dell’agenzia di Stampa «Alessandro Volta», nel 1929 con altri soci fondò la Società patrimoniale anonima fabbricati e terreni e nel 1932 entrò nel Consiglio di amministrazione della Società Anonima Federico Buonaccorsi – Società di Gestioni Tributarie.
Allontanandosi dalla politica, si dedicò agli studi storici della Calabria pubblicando nel 1929 il volume Un cardinale condottiero, Fabrizio Ruffo e la fine della Repubblica partenopea, una tentata riabilitazione che segnò una ripresa degli studi sulla complessa figura del cardinale calabrese. Poco dopo e in ordine di idee assolutamente diverso pubblicò uno studio sulla politica americana e sui riflessi nella politica mondiale
Per il solo fatto di essere antifascista fu estromesso nel 1927 dalla Cooperativa edilizia «Il Villaggio dei giornalisti».
Sposato con Mara Vasconi, già vedova Raggio, non ebbe figli.
Avviatosi clandestinamente il momento di opposizione al fascismo, con Ivanoe Bonomi e Meuccio Ruini fu tra gli organizzatori della formazione politica della Democrazia del Lavoro. La caduta del fascismo il 25 luglio lo trovò, così, in prima linea nell’organizzazione del movimento di resistenza nella capitale. Costretto a nascondersi dopo l’8 settembre entrò a far parte del comitato di liberazione di Roma in rappresentanza del suo partito. Arrestato con gravissime accuse una notte del gennaio 1944 dalle S.S. tedesche che ne circondarono la casa, riuscì miracolosamente a sottrarsi a più gravi conseguenze continuando nella sua opera di lotta contro il tedesco invasore.
Liberata Roma nel primo gabinetto Bonomi fu chiamato al governo occupando il posto di sottosegretario di stato al Tesoro. Con il ministro Marcello Soleri provvide a riorganizzare il Ministero del Tesoro e i servizi relativi, ridando di nuovo volto di onestà alla finanza italiana. Il governo repubblichino della Rsi aveva sottratto tra l’altro tutti i 1200 volumi del Gran libro del debito pubblico. Egli volle ribadire l’impegno dello Stato italiano a rispettare gli obblighi verso i creditori. E per primo volle presiedere la commissione per gli studi monetari chiamata a preparare l’azione di risanamento finanziario del Paese. Nominata la Consulta nazionale egli fu chiamato a farne parte. E in questo anno, con discorsi e articoli ha condotto un’intensa campagna per il risanamento della circolazione monetaria e per una politica di Tesoro avveduta, l’unica che a suo giudizio può assicurare la ripresa dell’economia del Paese e la tutela delle classi medie che sono le più disagiate dell’attuale congiuntura.
«Fine ed acuto; signorile e semplice», come lo giudicò Meuccio Ruini, quale vicepresidente della commissione di finanza del Tesoro (dal 28 settembre 1945 al 24 giugno 1946) ha intensamente collaborato a tutti i provvedimenti discussi nelle numerose tornate. Designato alla Consulta dall’Associazione Nazionale Combattenti, è stato segretario del gruppo dei consultori della Democrazia del Lavoro di cui Bonomi era presidente.
Alle elezioni per l’Assemblea Costituente presentò senza successo la sua canditura in Calabria nella lista della Unione Democratica Nazionale. 
Tornò così a vita privata. Colpito da un male incurabile, morì a Roma all’età di 59 anni e fu commemorato in Senato il 7 novembre 1950 dal senatore Giuseppe Lavia, un avvocato di Longobucco.
Dispose che i frutti della sua trentennale attività lavorativa (una villa e numerosi appartamenti in Roma e oltre un miliardo di vecchie lire) fossero devoluti a favore degli anziani della sua terra, nonché dei giovani studenti della provincia di Cosenza desiderosi di proseguire gli studi presso l’Università di Roma. In ossequio alle sue volontà testamentarie, così, la sorella Emma, che di suo ha donato alla Fondazione quattro appartamenti a Roma, ha investito la maggior parte del suo patrimonio per la costruzione e l’esercizio di una Casa di Riposo per gli anziani a San Lucido e per la costituzione della «Fondazione Antonio Manes» alla quale con decreto del Presidente della Repubblica del 12 gennaio 1958 è stata riconosciuta personalità giuridica: primo presidente fu il fratello Carlo, anche lui giornalista, avvocato, professore e politico (fu deputato nella XXV legislatura del Regno d’Italia dal 1919 al 1921 e quindi Consultore nazionale). Detta Fondazione fra i suoi compiti provvede all’erogazione di borse di studio a studenti residenti in provincia di Cosenza che si iscrivono alle Facoltà di Lettere e Filosofia, Scienze Economiche e Commerciali, Giurisprudenza, Ingegneria e Medicina e Chirurgia delle Università Statali di Roma. (Leonilde Reda) © ICSAIC

Opere

  • Libertà religiosa nel Risorgimento italiano, Humanitas, Bari 1914;
  • Un cardinale condottiero. Fabrizio Ruffo e la Repubblica partenopeaSaggio storico, Vecchioni, L’Aquila 1929.

Nota bibliografica

  • Reminiscenze ed imitazioni nella letteratura italiana durante la seconda metà del sec. XIX, II, Aggiunta alle «Fonti dannunziane», «La Critica», 8, 1910, p. 22;
  • Atti Parlamentari, Senato del Regno d’Italia, Discussioni, 7 novembre 1950;
  • Meuccio Ruini, Rievocazioni, studi, ricordi, Giuffrè, Milano 1961, p. 327;
  • Jole Giugni Lattari, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Casa Editrice Morara, Roma 1967, pp. 323-324;
  • La Fondazione Antonio Manes, Fondazione Manes, Roma 1996;
  • Francesco Pellegrino, San Lucido antico paese del Sud, Grafiche Calabria, Amantea 1998.
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