Mantica, Paolo

Paolo Mantica (Reggio Calabria, 14 dicembre 1878 –  Roma, 3 gennaio 1935)

Giovanni Paolo Fortunato, nacque da Giovanni e Fortunata Cimino, in una ricca famiglia di proprietari terrieri, che si fregiava del titolo di barone. Frequentò le scuole superiori nella sua città e s’iscrisse all’Università di Roma dove si laureò in giurisprudenza nel 1902. Aderì giovanissimo agli ideali del socialismo, del quale fu animatore in Calabria insieme con il fratello Giuseppe Giovanni, e contestualmente, secondo le tradizioni della famiglia, entrò nella Massoneria. Ci tenne a mantenere il titolo nobiliare, nonostante la qualifica di «barone rosso» sia stata sempre riconosciuta al fratello maggiore, in quanto amava sostenere che «rivoluzionari si nasce» e che la rivoluzione rappresenta il momento lirico ed eroico dei popoli che il Socialismo tende a esaltare poiché ha in sé qualcosa di estetico e di aristocratico.
Nel 1904 si stabilì definitivamente a Roma con l’intento di avviare l’attività forense, ma sempre più preso dall’impegno politico, si orientò in maniera ancor più decisa verso il nascente movimento sindacalista, che proprio nella capitale aveva avuto modo di svilupparsi con forza, grazie soprattutto all’opera di Enrico Leone. Il cospicuo patrimonio familiare di cui disponeva, gli consentì di dedicarsi alla lotta politica senza condizionamenti materiali e gli permise di contribuire finanziariamente alle attività del movimento, specialmente in campo pubblicistico.
Nel 1905 fondò insieme con Leone «Il Divenire sociale» Rivista del Socialismo scientifico, e al contempo divenne assiduo collaboratore dei principali periodici d’area: «Il Sindacato operaio»,«Lotta di classe», «L’Internazionale», «La Propaganda», «La Guerra sociale» fino a «Pagine libere»di Paolo Orano.  Si impose quindi come uno dei maggiori fautori in Italia della cosiddetta «azione diretta» perseguendo l’idea che il Sindacalismo rivoluzionario è la dottrina non tanto degli operai quanto dei «produttori». Agli inizi del 1906 fonda, con un ingente apporto finanziario (40.000 lire dell’epoca) «Azione Sindacalista», la cui redazione, come quella de «Il Divenire», viene stabilita nella sua bella casa romana di Piazza di Spagna.
In occasione del Congresso nazionale di Roma del Psi nel 1906, iniziò a rivedere, essendo stata nettamente sconfitta la prospettiva leoniana, le proprie posizioni politiche spostandosi progressivamente in direzione di un sindacalismo sempre più separato dal Partito. Egli, che aveva aderito alle conclusioni del congresso di Amiens e aveva appoggiato la risoluzione approvata al congresso di Limoges del Partito Socialista Francese, rimproverava alla neo costituta Confederazione generale del lavoro (CGdL) di essere nata grazie alla tutela dei deputati di estrema sinistra e di vivere sotto «il soffocante abbraccio del Partito Socialista». 
In questo periodo intensifica i rapporti con il Sindacalismo francese e stringe amicizia con Hubert Lagardelle, leader del movimento francese e direttore de «Mouvement Socialiste», del quale è spesso ospite nella sua casa di Parigi dove conosce Georges Sorel e i socialisti rivoluzionari russi Iserski, Boris Cricewski e  C. Racowski, che sarà poi ambasciatore dei Soviet in Francia.
Quando venne fondata l’Unione sindacale italiana (Usi), partecipò attivamente alla stagione dell’azione diretta. Nel 1907 partecipò al congresso dell’Internazionale socialista tenutosi a Stoccarda, dove accusò francesi e tedeschi di mantenere atteggiamenti «patriottici» e sciovinisti coperti «solo leggermente da una patina internazionalista». Nel settembre del 1908 a Firenze partecipò, come osservatore, al X Congresso nazionale del Psi. che sancì la definitiva rottura tra il partito e il movimento sindacalista. Impegnato sul versante antimilitarista, allo scoppio della guerra di Libia fu tra quei sindacalisti che si dichiararono contrari all’impresa coloniale, e si scontrò con il suo amico Francesco Arcà e con Arturo Labriola, entrambi favorevoli alla guerra. Né rimase particolarmente affascinato da Mussolini, non ritenendo credibile il suo tentativo di rilanciare un indirizzo rivoluzionario in virtù del rafforzamento del vecchio Psi, che lui aveva definitivamente abbandonato. 
La spaccatura che l’impresa libica causò all’interno del movimento sindacalista e le profonde lacerazioni che ne seguirono, lo indussero a rallentare l’intensa attività politica e pubblicistica in cui era impegnato.  La sua posizione, però, mutò dinanzi al primo conflitto mondiale, di fronte al quale assunse una posizione nettamente interventista in linea con quasi tutti gli altri sindacalisti. 
Su sollecitazione di Agostino Lanzillo iniziò a collaborare a «Il Popolo d’Italia», e contribuì alla fondazione a Roma, insieme con lo stesso Lanzillo, Nicolò Fancello, e Francesco Pucci, del Fascio rivoluzionario interventista. Schierato alla sinistra del composito mondo interventista, critico nei confronti dei governi Salandra e Boselli, anche dopo la conclusione della guerra, tentò di contrastare le spinte nazionaliste e antidemocratiche che stavano egemonizzando quell’area politica.
Arruolatosi volontario fu incaricato nel 1916 di seguire i corsi per allievi ufficiali a Rubignacco di Cividale dove si trovavano pure il sindacalista Livio Ciardi e Pietro Nenni.  Finita la guerra, nel 1918 collabora al «Giornale del popolo» di Giuseppe De Falco e a «Vie nuove» e nel 1919 diventa uno dei maggiori esponenti dell’Unione socialista italiana (Unsi), assumendo, sia pure  per breve tempo, la carica di Segretario. Questo nuovo raggruppamento, fondato nel 1917, che comprendeva ex sindacalisti come Arcà e Labriola, ma anche riformisti come Ivanoe Bonomi, Leonida Bissolati e Antonio Crespi, si riproponeva di non disperdere le forze d’ispirazione socialista collocate al di fuori dal Psi.
Fallita tuttavia l’esperienza dell’Unsi, scioltasi nel 1920 perché incapace di contenere le spinte centrifughe delle sue tre anime: sovversiva, nazionalista e democratica, accentuò la sua evoluzione in senso liberale. In questo ambito egli contrastò l’avvento del fascismo, seppur da posizioni ormai organicamente democratiche, ed ebbe modo di farsi valere collaborando intensamente a «Il Mondo»di Giovanni Amendola, o a giornali repubblicani come «La Critica politica», diretta da Oliviero Zuccarini, e «L’Iniziativa», nonché fondando egli stesso nel 1919 il periodico «La Calabria», che si batteva per un forte decentramento amministrativo. 
Malgrado la presenza all’interno del partito fascista di molti ex sindacalisti nonché di suoi amici come Lanzillo e Michele Bianchi, la sua opposizione al fascismo fu immediata e netta. Insieme con la moglie, la scrittrice e giornalista ungherese Margherita Veczy, anche lei vicina agli ambienti massonici e fervente oppositrice del fascismo, si mantenne in contatto tra il 1922 e il 1927 con numerosi esponenti antifascisti europei, in particolare della Germania e dell’Ungheria: ospitandoli in più di un’occasione nella sua abitazione romana, oppure recandosi in questi stessi Paesi, anche in qualità di conferenziere. Molto nota è una conferenza sul fascismo, tenuta a Berlino nel 1923, in cui respingendo l’idea che il nuovo movimento fosse «un fenomeno volontaristico con forti tinte rivoluzionarie», mette in evidenza i legami che Mussolini aveva intrecciato con «la plutocrazia e la burocrazia, con l’industria protetta e con i ceti privilegiati».
Negli anni successivi la sua critica si fa più stringente e riprende le tematiche care ai Sindacalisti: la polemica antiburocratica, l’ultraliberismo, l’antistatalismo e il disprezzo per il trasformismo ed accusa il fascismo di aver riportato in auge una forma di “statalismo” ancor più accentuata in quanto fondata sulla retorica e sul servilismo che viene manifestato nei confronti del vincitore e che non può portare altro che alla dittatura. Nel 1926 venne denunciato da una domestica, probabile confidente della polizia, per questa attività e per le relazioni sospette – seppur mai del tutto confermate – che, insieme con la moglie, avrebbe tenuto con l’ambasciata sovietica di Roma. Sottoposto a continui controlli e nella necessità impellente di ottenere dalle autorità italiane il passaporto per l’Ungheria, indispensabile per andare a trovare la sua unica figlia, dal 1928 attenuò sensibilmente la sua opera di dissidente, fino a farla scemare del tutto negli anni Trenta. Sorvegliato con attenzione dalla polizia politica fascista, a partire dal 1930 si perse nell’anonimato e da quella data non vi sono più tracce della sua attività. 
Morì a 57 anni d’età. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2020

Opere 

  • Prefazione a M. Sorgue, Proletariato internazionale e rivoluzione russa, Tip. Industria e lavoro, Roma 1906; 
  • Pagine sindacaliste, Tipografia Abruzzese, Pescara 1908; 
  • Colonialismo, funzionarismo, militarismo e reazione, in La guerra di Tripoli – Pro e contro: discussioni nel campo rivoluzionario, Società editrice partenopea, Napoli 1912; 
  • I socialisti tedeschi e l’Impero, Tip. Fratelli Ciattini, Pistoia 1915; 
  • Il fascismo in Italia (conferenza tenuta a Berlino nel 1923), a cura di Alceo Riosa, «Historica, 2, 1970.

Nota bibliografica

  • Francesco Manzotti, Il Socialismo riformista in Italia, Le Monnier, Firenze, 1965;
  • Luigi Cortesi, Il Socialismo italiano tra riforme e rivoluzione, Laterza, Bari, 1969;
  • Enzo Misefari, Le lotte contadine in Calabria nel periodo 1914-1922, Jaca Book, Milano 1972; 
  • Alceo Riosa, Il Sindacalismo rivoluzionario in Italia e la lotta politica nel Partito Socialista nell’età giolittiana, De Donato, Bari, 1976;
  • Franco Andreucci e Tommaso Detti, Il movimento operaio italiano – Dizionario biografico (1853-1943), vol. III, Editori Riuniti, Roma 1977, ad nomen;
  • Armando Dito, Storia calabrese (Fatti e personaggi di questo secolo), I, s.n., Reggio Calabria 1977;
  • Giuseppe Mammarella, Riformisti e rivoluzionari nel P.S.I. (1900-1912), Marsilio, Venezia 1981;
  • Enzo Misefari, Il socialismo in Calabria nel periodo giolittiano, Rubbettino, Soveria Mannelli 1985, 
  • Alessandra Staderini, Combattenti senza divisa: Roma nella Grande Guerra, il Mulino, Bologna 1995;
  • Willy Gianinazzi, Intellettuali in bilico. “Pagine libere” e i sindacalisti rivoluzionari prima del fascismo, Unicopli, Milano 1996; 
  • Rosalia Cambareri, La massoneria in Calabria dall’Unità al fascismo, Brenner, Cosenza 1998;
  • Ferdinando Cordova, Massoneria in Calabria (Personaggi e documenti – 1863-1950),Pellegrini, Cosenza 1998.
  • Daniele D’Alterio, Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. 69, Roma, 2007, ad nomen.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, busta 3000
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