Mantile, Matilde

Matilde Mantile (Napoli, 1799 – Lungro (Cosenza), 1870)

Nata in una nobile famiglia napoletana, non si conosce allo stato delle ricerche il nome dei genitori e la data esatta di nascita. Ad appena 14 anni, nel 1813, si trasferì a Lungro, in provincia di Cosenza, per sposare il magistrato Angelo Stratigò. Colta, intrepida e madre di nove figli, tra cui il poeta e patriota Vincenzo, fu un’icona del Risorgimento arbëresh, e l’incarnazione di uno dei più fulgidi esempi di donna che ha resistito, con dignità e tenacia, alle coercizioni borboniche imposte al marito e, in particolare, al figlio Vincenzo. Il suo ruolo di primo piano svolto nel contesto delle lotte antiborboniche si inserisce nei movimenti risorgimentali calabresi che contribuiranno a completare l’Unità d’Italia. 
Se già nel giugno del 1820, a Lungro, la polizia fu costretta a mandare un giudice istruttore per reprimere le sommosse, è verosimile quanto lì la Carboneria fosse attiva e determinata a scardinare il sistema assolutistico dei Borboni. Le Vendite carbonare italo-albanesi del Cosentino, del resto, accesero le polveri dei Moti di Cosenza nel 1844, rivolta contraddistinta da una massiccia partecipazione di volontari arbëreshë. Le azioni messe in atto dalle famiglie lungresi Stratigò, Damis, Cucci, Irianni, Molfa, Trifilio e Samengo, così come dai rivoltosi di San Demetrio Corone dei De Rada e Mauro, dei Pace di Frascineto, dei Luci e Nociti di Spezzano Albanese, dei Milano e Mosciaro di San Benedetto Ullano, dei Baffi e Masci di Santa Sofia d’Epiro e dei Basile di Plataci, vanno inquadrate nelle pagine gloriose della storia della «Rilindja arbëreshe». Dal collegio di Sant’Adriano di San Demetrio Corone, centro nevralgico di formazione culturale, laboratorio dell’intellighenzia arbëreshe, nonché fucina delle idee liberali, vennero pianificate le strategie rivoluzionarie finalizzate a scardinare le catene della dittatura borbonica.    
E proprio in questo contesto ostile, ma pur sempre fecondo di idee e azioni liberali, che emerge la sua figura. Nonostante le sofferenze per i reiterati domicili coatti imposti dai Borboni al marito Angelo, le continue persecuzioni politiche e le dure costrizioni della latitanza che subì il figlio Vincenzo, la sua azione assume preminenza e costanza nel perseguire la causa della liberazione dell’Italia dall’oppressione borbonica. La morte di cinque dei nove figli, nonché la prematura scomparsa per colera del marito Angelo al confino di Muro Lucano, così come l’allontanamento forzato del figlio Vincenzo, pur se vissute come lancinanti fardelli da sopportare per mantenere unita la famiglia e assolvere alla causa patriottica, non hanno mai scalfito le azioni messe in atto da lei, così come dai gruppi rivoluzionari lungresi.       
Ella prese in mano gli “affari di famiglia” già a partire dal 1844, amministrando le faccende e associandosi alla causa dell’Unità d’Italia, sia durante la latitanza del figlio Vincenzo, sia negli anni di confino imposto dalla gendarmeria borbonica al marito magistrato.   
Nel 1859 a Lungro, dopo la sommossa del 16 luglio capeggiata dal figlio Vincenzo, venne incarcerata perché ritenuta una delle principali cospiratrici. «Il Giornale delle Due Sicilie» (n. 156 del 19 luglio 1859), riportò la notizia in prima pagina: «Il 16 del corrente mese nelle ore pomeridiane, pochi forsennati del comune di Lungro cominciarono a percorrere l’abitato con grida sediziose incitando quella gente a fare altrettanto. Fra essi un Vincenzo Stratigò si diè ad arringare la popolazione, ed alcuni suoi complici si condussero al vicino comune di Firmo con lo stesso reo intento, ma fu vano il loro tentativo venendo assai male accolti da quegli abitanti. L’ordine fu ristabilito immediatamente all’arrivo del Sottointendente del Distretto e dalla forza di pochi gendarmi. Otto dei principali colpevoli sono già in prigione».
Dopo la liberazione, negli anni successivi, la famiglia Stratigò subì una serie di perquisizioni domiciliari da parte della gendarmeria borbonica che, per un lungo periodo, fece stanza nella loro abitazione ritenuta luogo centrale delle congiure. Nonostante le continue effrazioni della polizia, tra gli anfratti del palazzo di famiglia riuscì, per molto tempo, a preservare dall’arresto il figlio Vincenzo.   
Anche a causa della prematura scomparsa del capofamiglia Angelo, occupò un posto preminente nella vita del figlio Vincenzo. A lei «in segno di candido affetto e perenne memoria» è dedicato il manoscritto autografo composto da 53 pagine che raccoglie poesie in albanese e in italiano. Nella corrispondenza con il figlio Vincenzo durante l’esilio del 1850 e il servizio militare prestato tra il 1863 e il 1864, si evidenziano l’amore per la Patria e per la famiglia, ma anche i problemi e le questioni patrimoniali della stessa prima e dopo l’unità d’Italia. Il 2 marzo 1850, da Catanzaro Vincenzo scrive alla madre: «Voi, con la vostra ardente parola mi accendeste il cuore per la gloria, voi che mi aveste informato ad una squisita morale, potete vantare un dritto sacro inviolabile, sulla mia stima, sul mio amore, sul mio rispetto, sulla mia riconoscenza».
Le pressioni della Polizia borbonica e le conseguenti forzate alienazioni dei beni di famiglia, furono un colpo durissimo per lei, costretta a gestire le attività in assenza di Vincenzo. In una lettera datata 8 settembre 1864 così scrive al figlio in servizio ad Abriola: «Cercate di ottenere un permesso almeno per 15 o 20 giorni, e così organizzate tutti gli affari. Vi prego caro figlio, fate di tutto per venire; e giacché Iddio mi ha lasciata in vita, farmi vedere gli affari di casa accomodati e stare colla fronte scoverta nella società e morire onorata». L’8 febbraio 1865, infine, l’anziana matriarca implora al figlio di fare ritorno a Lungro: «La vostra presenza è necessarissima per accomodare gli affari di famiglia che vanno peggiorando da giorno in giorno, e quanto più si trascinano tanto più crescono. Le raccolte sono infertili e non vi è dove avere soccorso, essendo cresciuti i pesi Fondiaria. Non è stato possibile avere un impiego in Salina per i vostri fratelli e ci troviamo nello stato lo più infelice». 
Muore a Lungro nel 1870 (è sconosciuta la data esatta). Nella lapide della sua tomba, custodita all’interno della cappella della famiglia Vaccaro, è sintetizzata la sua vita: «Di cristiana virtù e pietà pregiata, schiuse il cuore al solo affetto di sposa e di madre, ebbe nove figli: quattro crebbe, cinque pianse. Intrepida sofferse il carcere per l’Unità d’Italia. Visse ammirata, morì compianta da quanti la conobbero. Conforto degli orfani suoi figli è la speranza di poterla raggiungere là dove non tormenta l’idea di amara separazione». (Nicola Bavasso) © ICSAIC 2021        

Nota bibliografica

  • Nicola Bavasso, Ungra katund i Arbërisë-Lungro Centro dell’Arbëria, Edizioni Masino, Lungro 2003;
  • Comitato Commemorazione del Risorgimento, Parliamo di Lungro in occasione del Centenario dell’Unità d’Italia, Lungro 1963;
  • «Giornale delle Due Sicilie», n. 156 del 19 luglio 1859;
  • Giovanni Laviola, Dizionario biobibliografico degli Italo-albanesi, Brenner, Cosenza 2006.
  • Attilio Vaccaro, Il Pontificio Collegio Corsini: presidio di civiltà e ortodossia per gli Albanesi di Calabria (prima parte), «Ylli i Dritës», 28, 3, 2008, pp. 145-181; (seconda parte), Ivi, 28, 4, 2008, pp. 102-136;
  • Vincenzo Stratigò Opere Poesia e Prosa, a cura di Nicola Bavasso e Giovanni Belluscio, «Albanologia» 15, 2011; 
  • Francesco Altimari, Il ruolo degli intellettuali arbëreshë nella “Rilindja” albanese e nella storia culturale del Mezzogiorno, in Riflessioni sul Mezzogiorno, Collana dell’Istituto Mezzogiorno-Mediterraneo, Soveria Mannelli, 2014, pp.79-94;
  • Attilio Vaccaro, Gli Italo-albanesi nei moti risorgimentali in Calabria, in Unità multipleCentocinquant’anni? Unita? Italia?, a cura di Giovanna De Sensi e Marta Petrusewicz, Soveria Mannelli 2014, pp. 448-496. 

Nota archivistica

  • Archivio Storico della famiglia Stratigò – Lungro
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