Marrari, Gaetano

Gaetano Marrari (Reggio Calabria, 13 maggio 1891 – 17 marzo 1987)

Figlio di Fortunato, commerciante di tessuti  con uno storico negozio in Corso Garibaldi a Reggio Calabria, e di Rosaria Di Pietro, si arruolò come volontario nell’Esercito all’età di 19 anni, partecipando alla guerra italo-turca del 1911 e poi alla campagna di Libia dal 1913. Nel 1915 combatté sul fronte italo-austriaco nella Prima Guerra Mondiale e al termine della guerra, nel 1919, fu nominato agente investigativo nell’Arma dei Carabinieri diventando poi agente di Pubblica Sicurezza nel 1925. Una carriera onesta, gratificata da numerose medaglie per il contributo fornito alla Patria nelle campagne belliche, prevalentemente a Roma, come ricorda la figlia Maria Cristina.
Era da poco iniziata la Seconda Guerra Mondiale e Marrari, nel frattempo promosso al grado di maresciallo, chiese di poter tornare in Calabria assieme alla propria famiglia e ottenne il trasferimento, con la nomina di Comandante del Corpo di Pubblica Sicurezza nel campo di internamento di Ferramonti, nel comune di Tarsia, a circa 30 chilometri a nord di Cosenza, dove rimase in servizio dal 1940 al 1943. In questa realtà, diretta da Paolo Salvatore, un legionario fiumano compagno d’armi del Segretario Generale del Pnf, Ettore Muti, proveniente dalla colonia di confinati sull’isola di Ponza con mansioni di commissario di Pubblica Sicurezza, il maresciallo Marrari dimostrò tutte le sue qualità umane proprie della gente calabrese. 
Il campo di Ferramonti era costituito da 92 baracche, alcune in legno, altre in cemento, il servizio d’ordine era costituito da 75 unità, e gli internati erano prevalentemente ebrei di sesso maschile provenienti in gran parte dall’Austria, dalla Cecoslovacchia, dalla Polonia, dall’Ungheria, finanche dalla Cina. In seguito vi furono portati anche donne, bambini apolidi, omosessuali, massoni,dissidenti politici in buona parte slavi, francesi e greci, appartenenti a Paesi che erano in guerra con l’Italia, solo nel 1943 arrivò uno sparuto gruppo di antifascisti italiani. I gruppi familiari non vennero divisi, tant’è che all’interno del campo nacquero ben 21 bambini e vennero celebrati matrimoni ebraici. Pur rimanendo un campo di internamento, quello di Ferramonti divenne, paradossalmente, una vera e propria «isola di democrazia» in quel periodo di guerra e di odio. C’era la cucina in comune, i bambini potevano giocare liberamente, c’era lo spaccio alimentare gestito da un imprenditore, Eugenio Parrini, dai molti “buoni uffici” col regime e che aveva realizzato le strutture del campo, e c’erano anche scuole, sinagoghe, biblioteche, e si tenevano eventi culturali, serate letterarie e concerti di musica classica, spettacoli teatrali, si giocava a calcio, c’erano anche medici e finanche un dentista. Tra gli internati si era stabilito un rapporto di «fratellanza», di toccante solidarietà, tra culture e religioni diverse. Aggiungere l’aggettivo «umano» a un campo di internamento è un ossimoro che fa rabbrividire, ma quando si parla di umanità si sottolineano soprattutto le qualità di Marrari, che non mancò mai di riconoscere la dignità delle persone presenti nel campo, con un sistema di autogoverno che coinvolgeva gli stessi internati. Il direttore Salvatore (che venne poi sollevato dall’incarico nel gennaio del 1943 perché ritenuto «troppo umano» e sostituito prima con Leopoldo Pelosio e in seguito con Mario Fraticelli, entrambi Commissari di Pubblica Sicurezza) e il maresciallo Marrari consentivano ai prigionieri di scrivere e di lavorare fuori, Ferramonti era una divenuta una comunità con regole democratiche. La figlia Maria Cristina ricorda che «chi sceglieva di lavorare veniva accompagnato dagli agenti fuori dal campo per aiutare i contadini del luogo e al rientro sotto la legna che portavano al campo nascondevano beni di prima necessità che gli internati erano riusciti a barattare o comprare, per i quali esisteva il divieto di introdurli all’interno di Ferramonti». 
Un episodio, tra i tanti, ha caratterizzato l’operato di Marrari, quello avvenuto nei giorni successivi all’8 settembre del 1943, quando le truppe tedesche di Hermann Goering si diressero a Ferramonti, che – peraltro – insisteva in una zona malarica, per fare tabula rasa del campo e dei detenuti. Marrari, però, li aveva fatto nascondere nei dintorni, e accolse i soldati nazisti agitando una bandiera gialla, per segnalare che i baraccati erano affetti da un’epidemia di colera. Riuscì in questo modo a dissuaderli dall’avvicinarsi per la possibile trasmissione del contagio, al punto che proseguirono nella ritirata. La riconoscenza dei sopravvissuti è custodita nei tanti gesti e nelle tante lettere inviategli che la famiglia conserva gelosamente. Il governo Israeliano lo ha insignito della massima onorificenza, quella di «Giusto tra le Nazioni» e il suo nome figura oggi tra «gli eroi e i giusti» nel sacrificio delle vittime della Shoah, nell’Ente Nazionale Yad Vashem di Gerusalemme, istituito per tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah.
Nel maggio 1950 l’allora ministro dell’Agricoltura di Israele, J.D. Ophen, a Reggio per l’inaugurazione della Fiera Agrumaria, volle incontrarlo per conoscerlo e ringraziarlo per il comportamento tenuto nei confronti della Comunità Ebraica.
Alcuni degli internati salvati si stabilirono in Italia o sono diventati noti, come l’architetto austriaco Alfred Wiesner, industriale del gelato e creatore del marchio “Algida”, il produttore cinematografico Moris Ergas, il medico slavo David Mel (che nel campo faceva il cuoco), più volte candidato al Premio Nobel, l’ingegnere olandese Edward Eugene Stolper, massone e studioso di esoterismo, l’editore austriaco Gustav Brenner che, allontanandosi dal campo, a Roggiano Gravina conobbe Emilia Iaconianni e la sposò poi nel 1947 stabilendosi a Cosenza. 
Marrari, al termine della Seconda Guerra Mondiale, si ritirò assieme alla sua famiglia a Reggio Calabria, dove scomparve il 17 marzo del 1987. Nel 1985 la Regione Calabria lo aveva insignito della Medaglia d’oro. Nel 2017 la città di Reggio Calabria gli ha intitolato una via nel rione Marconi. (Letterio Licordari) © ICSAIC

Riferimenti bibliografici principali

  • Francesco Folino, Ferramonti un Lager di Mussolini. Gli internati durante la guerra, Brenner, Cosenza 1985;
  • Carlo Spartaco Capogreco, Ferramonti,  Giuntina, Firenze 1995;
  • Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce: l’internamento civile nell’Italia fascista – 1940-1943, Einaudi, Torino 2004;
  • Francesco Folino, Ferramonti? Un misfatto senza scontiBrenner, Cosenza 2004;
  • Mario Rende, Ferramonti di Tarsia, Mursia, Milano 2009;
  • Francesco Folino, Ferramonti. Il Campo, gli Ebrei e gli Antifascisti, La Scossa, Roggiano Gravina 2009;
  • Leonardo Falbo, Non solo Ferramonti. Ebrei internati in provincia di Cosenza (1940-1943), Pellegrini, Cosenza 2010;
  • Ernst Bernhard, Lettere a Dora dal campo di concentramento di Ferramonti (1940-41), Aragno, Torino 2011;
  • Pina  Lupoi, Gaetano Marrari. Maresciallo del campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, Istar, Reggio Calabria 2011;
  • Francesco Folino, Lettere e cronache: dal campo di concentramento di Ferramonti, La Scossa, Roggiano Gravina 2017;
  • Tonino Nucera, Rosh Shel Calabria, Città del Sole, Reggio Calabria 2017;
  • Mario Giacompolli, Ferramonti 1943, Macchione, Varese 2017;
  • Giancarlo Elia Valori, Shoah e conflitto di civiltà, Brenner, Cosenza 2018.

Riferimenti cinematografici

  • Archivio dell’Imperial War Museum di Londra, Filmato originale del campo ripreso da un operatore militare inglese, ritrovato dal prof. Mario Rende nel 2004;
  • Film-documentario “Ferramonti: il campo sospeso, regia di Cristian Calabretta (2013). 
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