Santoro, Francesco Raffaele Giovanni

Francesco Raffaele Giovanni Santoro (Cosenza, 11 febbraio 1840 – Roma, 1927)

Figlio del pittore Giovan Battista e di Carmela Perrusi, originaria di Fiumefreddo Bruzio, nacque a Cosenza l’11 febbraio del 1840 (Chiaselotti). Alcuni invece ritengono sia nato nel 1844, tacendone anche il terzo nome. 
Sin da ragazzo si distinse per le sue pregevoli inclinazioni artistiche, per poi apprendere i primi insegnamenti di disegno e pittura dal padre, capostipite di una numerosa famiglia di artisti originaria di Fuscaldo (Cosenza). All’età di quindici anni (nel 1855) si iscrisse al Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, che cominciò a frequentare grazie anche al sostegno avuto da parte del giovane zio Filinto Santoro, allora studente di Lettere all’Università partenopea e che dal 1866, per trent’anni, fu docente di Letteratura Italiana nel Collegio militare della Nunziatella. Poi, negli anni 1858 e 1959, tentò di avere (senza successo) una gratificazione economica dall’Amministrazione Provinciale cosentina. 
A ogni modo, ben presto, sin dal 1863 si fece notare nell’ambiente artistico napoletano partecipando alla mostra della Società Promotrice di Belle Arti con l’opera La lettura. Nel corso dei due anni successivi rientrò più volte a Cosenza, dove prese parte all’Esposizione d’Arte della Camera di Commercio (del 1864-65) con i dipinti Innocenza e SolitudineMolino dell’IrtoIl vallone di RovitoAmore ed Arte, sul quale dipinto il Padula scrisse parole di ammirazione sul giornale «Il Bruzio», per la giovane figura della suonatrice d’arpa.
Nello stesso periodo presentò invano alcune richieste al Prefetto di Cosenza per ottenere un sussidio dal Consiglio Provinciale della stessa città, affinché potesse proseguire gli studi a Firenze, come dichiarò in una di esse, datata 15 febbraio del 1865: «Francesco Santoro da Cosenza alunno pittore dimorante in Napoli a causa di studio, espone a V.a Sig.a Ill.ma che nonostante le ristrette finanze della sua famiglia à studiato e studia con amore tanto nella figura, che nel paesaggio, e mentre moltissimi giovani pittori han goduto per più anni una pensione dalla provincia, l’esponente nulla à mai avuto. Si presenta ora fiducioso nella bontà di V.a S.a Ill.a, e nella magnanimità del Consiglio Provinciale, perché dai saggi esposti nella sala della Camera di Commercio, ed anche se piacesse al Consiglio aprire un concorso, si vedrà essere tempo opportuno che il richiedente si recasse in Firenze onde perfezionare i studi di Pittura; anche l’indugio nuocerebbe agli studi del supplicante, ed ogni sussidio inseguito giungerebbe tardi». 
Fortunatamente, però, nel 1868, quando partecipò al concorso governativo del pensionato di Roma, nelle sale dell’Accademia partenopea, nonostante si fosse collocato all’ottavo posto, la Deputazione Provinciale bruzia deliberò a suo favore (il 9 dicembre dello stesso anno) una pensione annua di £. 1200, che gli permise così di continuare gli studi a Roma. 
L’anno successivo (1869) fu di nuovo presente alla mostra della Società Promotrice di Belle Arti napoletana, con un soggetto letterario (desunto dal Foscolo) dal titolo Tutti l’ultimo respiro mandano i petti alla fuggente luce.
In alcune sue opere realizzate dal vero, nelle quali si può cogliere una visione soggettivistica e interiorizzata della natura, concepì svolgimenti con impasti densi di colori, che configurano nello spazio la realtà naturale con pennellate sciolte e dall’andamento fluido e sinuoso (Paesaggio romano, Rende, coll. privata); Casa nel bosco (Bergamo, coll. privata).
Inoltre si cimentò in soggetti di genere e di costume sia con sapiente ricercatezza cromatica (Se arrivi, mi baci, coll. privata) sia talvolta però con esiti meno pregevoli, per i contorni disegnativi un po’ duri (Fanciulle alla fonte, Catanzaro, coll. privata). 
Molto probabilmente fu nei primi anni Settanta che si recò in Inghilterra, dove si fece apprezzare anche con opere temprate da suggestioni romantiche (Paesaggio inglese-Lewes (Cosenza, coll. privata). In Gran Bretagna sposò una benestante signora, collezionista di opere d’arte, dalla quale poi rimase vedovo. Successivamente risposò un’altra donna inglese dalla quale ebbe tre figlie: Olga, Elles e Lous (De Seta, 1977). Durante la sua permanenza in Inghilterra ritornò varie volte in Italia, dimorando a Roma e in varie località laziali e dell’Umbria.
Verso la metà degli anni Ottanta rientrò definitivamente nella città eterna, abitando e avendo lo studio in via San Basilio, in via Sistina e a Porta Pinciana, oltre a soggiornare annualmente a Spoleto, durante la stagione estiva.
Andando alla ricerca di paesaggi da dipingere, fuori le mura di Roma, venne particolarmente attratto dai paesaggi fluviali del Comune di Campello sul Clitunno (Perugia), fra Spoleto e Foligno. Fu allora che dipinse il soggetto Le fonti del Clitunno, «dalla larga ansa d’acqua nella quale si specchiano gli alti salici che crescono lungo le rive». L’opera, che resta una delle sue più significative, fu realizzata dal vero su ispirazione anche dell’omonima poesia del Carducci (del 1876). In essa si coglie una freschezza esecutiva e una lirica ariosità spaziale, assieme a una stesura coloristica vivace, limpida e luminosa. In seguito, dopo che l’opera fu resa nota in alcuni eventi espositivi, l’artista ne fece dono alla regina Margherita, che a sua volta poi la diede alla città di Bologna, dove tuttora si conserva presso la civica Casa-Museo Carducci.
Sulla storia della sua vita è stato tramandato un curioso aneddoto, relativo a un diverbio sorto a Napoli col cugino e più noto pittore, Rubens Santoro. Questa loro diatriba sarebbe iniziata quando l’artista cominciò a firmare le sue opere anche con la seconda iniziale del suo secondo nome Raffaele, oltre a quella del primo. Rubens, allora, un po’ irritato, gli avrebbe chiesto di togliere la «R» dalla firma per evitare che si generasse confusione tra le loro opere. Ma dato che non accolse la sua richiesta, l’animata discussione poi sarebbe addirittura culminata in una sfida a duello, a Portici, se non fosse intervenuto subito lo zio letterato Filinto Santoro a placare i loro animi.
Nel 1889 a Narni (Terni) dipinse la locale Piazza Garibaldi, che raffigura un’animata scena di mercato attorno alla grande fontana circolare (Narni, coll. Cassa di Risparmio). All’inizio degli anni Novanta aderì al gruppo romano degli acquerellisti, assieme al quale nel 1891 espose soggetti ispirati a scene e paesaggi umbri e della campagna laziale; mentre nei primi anni del secondo decennio del Novecento, realizzò una serie di opere raffiguranti vedute e scorci caratteristici di Roma e suoi dintorni, destinati a illustrare cartoline per turisti e collezionisti tedeschi in Italia. 
Molto intensa fu la sua attività espositiva in tutto il territorio nazionale: nel 1877 partecipò alla mostra Nazionale di Napoli con l’opera il Lutto in Fuscaldo, che fu assai lodata dal critico d’arte e romanziere Michele Uda. Poi di nuovo, sempre a Napoli nello stesso anno, partecipò alla mostra della Promotrice di Belle Arti con le opere La prima etàIl LuttoA Torre Annunziata; a quella successiva del 1879 con i dipinti Fontana di Piano Scarano-ViterboPonte rotto-Roma) e all’edizione del 1881, con le opere Checca-Costume della campagna romana e due Ricordi di Rocca di Papa. A Torino espose alla IV Mostra Nazionale del 1880 le opere Il medico dell’anima e Momento d’ozio, nonché a varie edizioni della locale mostra della Promotrice di Belle Arti, dal 1875 al 1893; mentre a quelle della Promotrice di Genova, fu presente tra il 1876 al 1895. A Milano si fece ammirare all’Esposizione Nazionale del 1881, con le opere Dopo il lavoroRicordo di Amalfi e Prima tappa. Come pure nel 1887 espose alla mostra di Belle Arti di Venezia, l’opera Dolce far niente. Nel 1883, a Roma, espose alla mostra dell’Esposizione Nazionale di Belle Arti le opere Pescariello e compagnia bellaIl pane quotidianoNon so cchiù bonu, nonché fu presente, sempre nella stessa città, ad alcune mostre della Società degli Acquerellisti e alle mostre degli Amatori e Cultori di Belle Arti: all’edizione del 1876 con l’opera La lettura; a quella del 1886 (con cinquePaesaggi inglesi) e a quella del 1903, presentò i dipinti Teatro la FeniceNella LagunaVeneziaS. Anzano-SpoletoIl chiericoOn Loch Katrine-Scozia.
Nel 1912, a Catanzaro, alla Prima Mostra d’Arte Calabrese, espose i due acquerelli La rocca di SpoletoStudio e foto di altri suoi dipinti di grande formato. Nel museo civico di Torino si conserva la sua opera Spiaggia di Portici, del 1875, olio su tavola, cm 48X23. Altre suoi interessanti dipinti sono: Il castello di Bagnaia, 1871 (coll. privata), La fontana dei giganti a villa Lante, Bagnaia (coll. privata), Ponte vecchio a Firenze (coll. privata), Gli strilloni, 1880 (coll. privata), Veduta di Portici(coll. privata).
Nel 1927 morì a Roma, all’età di 87 anni, avendo accanto tre figli, la sorella Vienna e altri congiunti. (Tarcisio Pingitore). © ICSAIC 2020

Nota bibliografica essenziale

  • Vincenzo Padula, L’Esposizione alla Camera di Commercio, «Il Bruzio», n. 81, Cosenza 1865, p. 3.
  • Pietro De Seta, Un antico paese del Sud (Rapporto monografico su Fuscaldo-Paola-Guardia Piemontese), I vol., Stab. Tip. De Rose, Cosenza 1977, pp. 343-344.
  • Enzo Le Pera, Santoro Francesco Raffaele, in Arte in Calabria tra Otto e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, pp. 174-176. 
  • Tarcisio Pingitore, Santoro Francesco Raffaele, in catalogo Rubens Santoro e i pittori della provincia di Cosenza fra Otto e Novecento (a cura di T. Sicoli-I. Valente), Edizioni AR&S, Catanzaro, 2003, pp. 152-153. 
  • Paolo Chiaselotti (a cura di), Famiglia artisti Santoro, Archivio eredi Attanasio, 2009-2014; http:/www.sanmarcoargentano.it/ottocento/index.htm
  • Tonino Sicoli, Santoro Francesco RaffaeleIl Fascino delle popolane, «il Quotidiano della Calabria», 14 novembre 2010.
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