Martire, Salvatore

Salvatore Martire (Cosenza, 7 giugno 1902 – Catanzaro, 18 aprile 1977)

Nacque in una famiglia di grandi tradizioni liberaldemocratiche da Francesco, avvocato, e da Gaetana Lombardi. Il fratello Mario, maggiore pilota e partigiano, fu assassinato dai nazisti nel campo di Mauthausen. L’altro fratello Filippo, avvocato antifascista, militò nel Partito socialista. Ebbe anche tre sorelle: le gemelle Elisabetta (Bettina) e Giulia, e Italia.
Studiò a Cosenza e conseguì la licenza ginnasiale. Smise di studiare e iniziò la militanza politica giovanissimo favorito dall’ambiente familiare. Nel 1919 – aveva appena 17 anni –  si iscrisse alla sezione di Casole Bruzio del Partito socialista di cui era segretario Luigi Prato. Nel 1921, in seguito alla scissione di Livorno, fondò insieme a Fausto Gullo e Fortunato (Natino) La Camera, il Partito Comunista a Cosenza. Collaborò con il giornale «Calabria Proletaria» fondato da Gullo e La Camera.
Durante gli anni oscuri del fascismo fu militante della federazione giovanile (di cui fu primo segretario provinciale nel 1923) e del partito poi. Per questa sua attività fu più volte incarcerato e processato.
Il primo processo lo subì nel novembre del 1921. In occasione dell’inaugurazione di un gagliardetto fascista (12 maggio 1921), un nazionalista reggino vestito da ardito fiumano, che riuscì a scappare protetto dagli altri squadristi, con un colpo di rivoltella assassinò Riccardo De Luca, prima vittima del fascismo a Cosenza.
Le autorità fasciste, invece, accusarono del delitto alcuni militanti antifascisti fra cui Martire, Pasquale Coscarella e Fortunato La Camera. Il processo dopo pochi mesi si tenne a Catanzaro: difeso da Fausto Gullo e dal padre, Martire, come gli altri imputati, uscì dal carcere assolto.
Fini di nuovo in prigione, questa volta per sei mesi e con l’accusa di «attentato ai poteri dello Stato», il 6 febbraio 1923: assieme a Fortunato La Camera fu arrestato «in relazione al movimento iniziato dal comitato centrale esecutivo comunista, composto da Bordiga, Fortichiari, Crieco, Repossi e Terracini. Dalla corrispondenza sequestrata a Genova presso la sede clandestina del partito comunista risultò il nome del Martire sotto lo pseudonimo di Giulio Lamberti quale fiduciario del partito per la provincia di Cosenza» (Carbone).
Trasferitosi a Pedace con la famiglia fu di nuovo incarcerato il 22 settembre 1924 quale sospetto autore, assieme a Cesare Curcio, di scritte inneggianti al comunismo e alla rivoluzione sociale nei comuni di Casole Bruzio, Pedace e Trenta, ora inglobati nel comune di Casali del Manco, fatte nell’anniversario del 20 Settembre, giornata internazionale pro stampa comunista. Accusato anche di avere posto una grande bandiera rossa sul pennone della Chiesa di S. Maria a Pedace, nel corso di una perquisizione nella sua abitazione furono rinvenute lettere, indirizzate alla sorella Italia Anna di 6 anni, che egli riceveva dall’esecutivo centrale del partito. Scarcerato riprese nuovamente la sua attività politica a Cosenza.
Il 1° maggio del 1925 venne nuovamente arrestato con l’accusa che il suo contegno poteva provocare disordini durante la festa dei lavoratori.
L’anno dopo partecipò al congresso provinciale del partito, in preparazione dì quello di Lione. Sempre nel 1926, in seguito alla promulgazione delle leggi speciali, fu di nuovo incarcerato insieme a Fausto Gullo, Pietro Mancini, Francesco Crispino, Lorenzo Lupia e altri dodici antifascisti. La commissione provinciale, presieduta dal fascistissimo prefetto Agostino Guerresi, il 18 novembre lo condannò a tre anni di confino. Assegnato a Pantelleria, fu tradotto nell’isola il 25 dello stesso mese. Da qui il 31 marzo 1927 fu trasferito a Ustica, dove conobbe Gramsci con il quale divise la casa per oltre un anno. Qui, in contatto con esponenti del comitato esecutivo del Partito comunista (Amedeo Bordiga, Giuseppe Berti, Egle Gualdi e altri), affinò a propria preparazione politica. A Pantelleria rischiò la vita perché, come ha raccontato in un suo memoriale del 30 novembre 1927conservato in copia nel Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica, un infiltrato fascista tra i confinati politici, Riccardo Fedel «aveva cercato di provocare un’aggressione da parte dei coatti comuni contro noi confinati, e fu un vero miracolo se non si ebbero serie conseguenze. Infatti i coatti capirono in tempo il suo trucco e i sui piani provocatori».
Nel 1927 si “scoprì” che i confinati politici preparavano una evasione e il 10 ottobre, assieme ad altri 39 confinati tra cui Bordiga, venne di nuovo arrestato per un presunto «complotto contro i poteri dello Stato». La montatura si sgonfiò, ma Martire e gli altri rimasero un anno in prigione prima all’Ucciardone di Palermo e poi a Salerno. Uscito dal carcere con ordinanza del giudice istruttore dell’1 agosto 1928 fu inviato di nuovo al confino nella colonia di Ponza per tornare a Cosenza il 26 agosto, condizionalmente, con la diffida «ad astenersi da qualsiasi attività politica e di avere contatto con elementi sospetti o pregiudicati in linea politica e a non allontanarsi da questa città senza darne preventivo avvisto alla locale Questura». Dopo pochi mesi fu assolto per insufficienza di prove con sentenza del 19 novembre 1928. Tra carcere e confino passò un anno, nove mesi e due giorni.
Pur svolgendo la professione di agente dell’assicurazione Milano, mantenne sempre inalterate le sue idee politiche e non venne mai a compromessi con il regime. E sebbene sottoposto a stretta sorveglianza (era iscritto nell’elenco di persone da arrestare in determinate circostanze), dal 1935 al 1943, anno in cui terminò la sua vigilanza, si dedicò a un’intensa opera di propaganda politica – si distinse nella diffusione di volantini clandestini, di veline e di giornali di partito – e creò nella Pre-Sila alcuni focolai di resistenza.
Nel 1944 sposò Emilia Barrese, una ragazza cosentina. La coppia non ebbe figli.
Alla fine della guerra si ritirò dalla vita politica per le sue precarie condizioni di salute, ma continuò, fino alla morte, ad adoperarsi per l’emancipazione delle classi subalterne e per l’avanzamento della sinistra. E nel 1947 assieme al fratello Filippo, fondò «La Sila» come notiziario della direzione provinciale del Dopolavoro Enal di Cosenza. Il giornale ebbe ebbe breve vita, ma fu ripreso ripreso nel 1955 come «periodico della regione» e ancora in vita diretto dal nipote Francesco. I due fratelli, anni dopo, diedero vita anche alla Biblioteca de «La Sila», ricca di migliaia di volumi.
L’ultima carica che ricoprì fu quella di segretario provinciale dell’Anppia (associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti) attraverso cui mantenne vivi i rapporti con compagni e amici che furono al confino o davanti ai Tribunali speciali negli anni bui del fascismo.
Morì all’età di 75 anni in seguito a un intervento di nefrectomia. L’elogio funebre si tenne a Cosenza in piazza dei Bruzi. In un messaggio alla famiglia, Giacomo Mancini scrisse che «Salvatore Martire resterà nella storia dell’antifascismo cosentino come esempio di consapevole coraggio e di tenace resistenza». Il periodico «La Sila», già diretto dal nipote Francesco, dedicò un numero speciale alla sua vita e alla sua attività di antifascista e di pubblicista. (Aldo Lamberti) @ ICSAIC 2022 – 2 

Nota bibliografica

  • Salvatore Carbone, Il popolo al confino, Lerici, Cosenza-Roma 1977, pp. 237-238;
  • È morto un antifascista, «Giornale di Calabria», 20 aprile 1977;
  • Massimo Giovane, Salvatore Martire: uno dei calabresi che hanno contribuito a fare la storia,«La Sila», 25 giugno 1977;
  • Francesco Martire, Grave lutto per l’antifascismo calabrese, «La Sila», 25 giugno 1977;
  • Tobia Cornacchioli, Salvatore Martire: biografia di un antifascista comunista, Quaderni dell’ICSAIC, Cosenza 2002, pp. 42-43.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, Salvatore Martire, b. 3109 (anni 1923-1941, carte 74). 
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