Sangineto, Isolo

Isolo Sangineto [San Lucido (Cosenza), 21 marzo 1923 – Cosenza, 1 settembre 1992).

Figlio di Battista ed Emilia Pellegrino era l’ultimo di sei figli. Il padre, commerciante, era un militante socialista tra i fondatori della prima Camera del lavoro a San Lucido e del Psi della costa tirrenica. Per questa ragione l’avvento del fascismo coincise con l’inizio della sua persecuzione politica, costellata da accanimenti e reclusioni motivate solo dalla sua appartenenza politica, culminata nel 1924 con una brutale aggressione squadristica.
Costretto a emigrare a New York perché gli era stata ritirata la licenza commerciale, non riuscì a farsi raggiungere dalla moglie e dal figlio più piccolo Isolo, perché il prefetto rifiutò loro, più volte, il permesso di espatrio. La famiglia attraversò, quindi, un lungo periodo di ristrettezze economiche anche perché le rimesse dall’estero arrivavano saltuariamente e con non poche difficoltà.
Alla metà degli anni Trenta Isolo si recò, con sua madre Emilia, a Cosenza per frequentare le scuole superiori dove fu compagno di scuola, fra gli altri, di Vittorio Spinazzola e Gaetano Mancini insieme ai quali iniziò a formarsi una consapevolezza politica.
Nel 1941, con notevoli sacrifici economici da parte della famiglia, si recò a Napoli, dove si iscrisse alla Facoltà di Economia dell’Università. Purtroppo il 1941 fu anche l’anno in cui iniziarono anche i rovinosi bombardamenti alleati su Napoli, e anche su pressione della madre, decise di rientrare a Cosenza. Qui, perdurando le difficoltà economiche familiari, decise di abbandonare gli studi universitari e trovare lavoro presso il Consorzio di Bonifica di Sibari.
Il 1941 è anche l’anno in cui si iscrisse al Pci clandestino. La sua adesione fu favorita da Carlo Alò – dirigente comunista anch’egli originario di San Lucido – che all’epoca teneva i rapporti con il centro estero del partito a Parigi, sotto la copertura del suo lavoro di sarto capo tagliatore della ditta Caraceni di Roma, la quale aveva una sede commerciale proprio nella capitale francese.
La sua attività politica e organizzativa clandestina culminò con la partecipazione a una rivolta il 4 novembre del 1943, quando, insieme a un gruppo di antifascisti armati radunatosi nella Villa Nuova di Cosenza, tra i quali il dirigente comunista Gennaro Sarcone, partecipò all’assalto della Prefettura disarmando i carabinieri del posto di guardia e arrestando il prefetto Enrico Endrich, che era stato mantenuto al suo posto dagli alleati su indicazione del governo Badoglio. Il giorno dopo il comando alleato nominava l’ex deputato socialista Pietro Mancini prefetto di Cosenza.
Pur avendo maturata la decisione di passare le linee e di recarsi al Nord per arruolarsi nelle Brigate Garibaldi che si andavano costituendo e partecipare alla Resistenza, rimase però in Calabria perché la direzione del Pci aveva iniziato il suo processo di radicamento organizzativo nel Mezzogiorno basato sull’impegno di «quadri di sicura affidabilità politica». Proprio nel 1943, del resto, aveva preso avvio in Calabria e in altre province meridionali, il massiccio movimento di massa di occupazione delle terre per la liquidazione del latifondo che aveva trovato in Fausto Gullo, il «ministro dei contadini» nei primi governi di unità nazionale antifascista del dopoguerra, la propria sponda politica e istituzionale.
Per questi motivi fu immediatamente impegnato nella segreteria dell’appena costituita Federazione Provinciale del Pci sempre insieme al suo amico Vittorio Spinazzola che fu eletto segretario dei giovani comunisti. Alla fine della guerra fu assunto alla Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania dove organizzò la Cgil. Dal dopoguerra fino al 1955 partecipò attivamente alla vita politica e culturale sia di Cosenza sia di Roma, dove si recava di frequente per coltivare le sue amicizie politiche – fra gli altri il chirurgo, allievo di Valdoni, Enzo Russo, originario di Saracena, che aveva militato nei Gap di Roma –  e i suoi interessi culturali, in particolar modo il teatro e le arti figurative.
Nel 1955 sposò Gioconda Cavaliere, appartenente a una famiglia di proprietari terrieri di Fuscaldo, e tra il 1956 e il 1964 nacquero i suoi quattro figli, Battista, Emilia, Marina e Giovanna. Nel 1961, dopo aver ripreso gli studi, conseguì la laurea in Economia e Commercio.
La crisi dell’invasione dell’Ungheria nel 1956 provocò anche nel Pci cosentino un profondo e drammatico dibattito. Pur avendo espresso aperto dissenso rispetto alla linea ufficiale del partito che sosteneva l’invasione sovietica, al contrario di altri, tra cui il suo amico e compagno Vittorio Spinazzola, decise di restare nel partito. Con Spinazzola conservò sempre rapporti di amicizia nonostante l’ostracismo anche personale al quale si soleva sottoporre gli «eretici della linea del partito».
Farà lo stesso nel 1968, nonostante la sua vicinanza al gruppo del Manifesto, durante la crisi seguita all’invasione delle truppe del Patto di Varsavia della Cecoslovacchia.
Nel Pci continuò a ricoprire incarichi di direzione politica, ricoprendo anche la carica di Segretario della Sezione “P. Togliatti” di Cosenza e svolgendo anche il compito di amministratore della Federazione.
La sua militanza comunista aveva ostacolato non poco la sua carriera lavorativa, ma dopo il 1963, grazie alla costituzione del primo governo di centro-sinistra, il suo percorso lavorativo si fece più spedito fino a diventare, fra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, uno dei sette dirigenti apicali della Cassa di Risparmio. Da responsabile dell’Ufficio Rischi della Banca diede parere negativo, in quegli anni, al finanziamento dell’azienda Jonica Agrumi che, su decisione dei vertici aziendali della Carical, fu, invece, finanziata lo stesso, provocando uno dei primi scandali politico-finanziari calabresi e portando la Banca a un dissesto dal quale era destinata a non più riprendersi.
Da segnalare anche la sua partecipazione alla progettazione, come economista, dei piani regolatori di Rende e di Cosenza grazie al coinvolgimento dell’architetto e urbanista Empio Malara, figlio di un altro antifascista, di fede anarchica, Antonino Malara.
Intensa è stata la sua attività culturale e di ricerca. Il 12 aprile del 1983, insieme a Tobia Cornacchioli, Fausto Cozzetto, Giuseppe Masi e altri, partecipò alla fondazione dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea promossa da Fulvio Mazza. Fu vicepresidente dell’istituto dal 1983 al 1988 e poi presidente dal 1988 al 1992, anno della sua morte. La decisione di costituire l’Icsaic risultava dalla volontà di alcuni studiosi di valorizzare il contributo calabrese alla lotta antifascista e alla resistenza nonché di offrire agli studiosi un luogo di ricerca e di confronto aperti di livello nazionale.
Il suo contributo di ricerca alla storiografia calabrese è stato originale e significativo. Oltre alle opere monografiche e a quelle collettanee, il suo lavoro è presente all’interno del Bollettino, soprattutto sotto forma di interviste a ex partigiani e oppositori del fascismo, ma anche in moltissimi interventi svolti in diversi convegni pubblici.
A lui si deve il “salvataggio” di diversi fondi archivistici, tra cui quello della Federazione Provinciale del Pci di Cosenza (1943-1980).
Si spense a Cosenza all’età di 69 anni. (Gabriele Petrone) © ICSAIC 2022 – 8

Opere essenziali

Volumi

  • I calabresi nella guerra di liberazione. 1: I partigiani della provincia di Cosenza, Pellegrini, Cosenza 1992.

Articoli sul «Bollettino dell’Icsaic»

  • Ricerca sulla partecipazione dei cittadini della provincia di Cosenza alla guerra di liberazione, «Bollettino dell’Icsaic», I, 1 dicembre 1985, pp. 21-25;
  • I combattenti antifascisti delle tre province calabresi attivi nella guerra di Spagna (1936-­1939), «Bollettino dell’Icsaic», II, 1, f. 2, dicembre 1986/gennaio 1987, pp. 19-34. 

Interviste sul «Bollettino dell’Icsaic»

  • Intervista a Carlo Alò, «Bollettino dell’Icsaic», II, 1, f. 2, dicembre 1986/gennaio 1987, pp. 58-69;
  • Intervista a Cesare Perruso, «Bollettino dell’Icsaic», II, 2, f. 3, dicembre 1987, pp. 40-45;
  • Intervista a Michele Aversa, «Bollettino dell’Icsaic», III, 1, f. 4, giugno 1988, pp. 33-39;
  • Intervista a Francesco Barca, «Bollettino dell’Icsaic», III, 2, f. 5, dicembre 1988, pp. 45-52;
  • Intervista all’Avv. Emilio La Scala ex Commissario politico della Brigata G.L. “Artom”, «Bollettino dell’Icsaic», IV, 1, f. 6, giugno 1988, pp. 56-69;
  • Intervista a Raffele Carravetta, «Bollettino dell’Icsaic», IV, 2, f. 7, dicembre 1989, pp. 64-75;
  • Intervista a Federico Tallarico comandante della brigata partigiana autonoma “Frico”, V, 2, f. 9, dicembre 1990, p. 39-52;
  • Intervista al Sen. Salvatore Marco De Simone già membro del C.L.N.T. e responsabile politico del P.C.I. in provincia di Ravenna durante la Resistenza, «Bollettino dell’Icsaic», VI, 1, f. 10, giugno 1991, pp. 41-61.

Nota bibliografica

  • Saverio Napolitano, Conoscenza storica e coscienza civile. La rivista dell’Icsaic (1987-2018), «Rivista calabrese di storia del ’900», 1, 2019, pp. 7-38, passim.
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